Concorsi 2018, tutti i motivi per cui non giova a nessuno svolgerli. Lettera

di redazione
ipsef

item-thumbnail

inviato da Martina Giacalone – Spett.le Redazione, scrivo in merito all’articolo da Voi pubblicato e che ha per argomento l’indizione di nuove procedure concorsuali biennali per il reclutamento di docenti per la scuola d’infanzia e per la scuola primaria. Tale articolo riporta il parere ed anche il tweet di Max Bruschi, ispettore del Miur, il quale avanza l’ipotesi di nuovi concorsi nelle suddette classi già a partire dal 2020 e successivamente nel 2023, per poi continuare, mi pare di capire, con cadenza biennale, con regolarità.

Mi riferisco inoltre anche all’articolo che anticipa i contenuti e lo svolgimento dei tre anni di formazione post concorso. Bene che si proceda così speditamente e che ci si interessi alla condizione di milioni di docenti ed aspiranti tali!! Ma il 4 marzo di quest’anno il popolo italiano sarà chiamato alle urne e da queste usciranno, si spera in tempi brevi, un nuovo parlamento, un nuovo governo, nuovi ministri… anche dell’Istruzione.

Probabilmente, come spesso accade, specie per quanto riguarda la legiferazione scolastica, si rimescoleranno le carte, si annulleranno decisioni (Dio voglia che si metta mano alla Buona Scuola!), se ne prenderanno altre, si ricomincerà daccapo. E i propositi insiti nel sistema del nuovo reclutamento, buoni o cattivi che fossero nella mens del legislatore, andranno, probabilmente, a farsi benedire. Con buona pace di chi spera, e di chi, invece, si è rassegnato.

No, non è una sterile polemica, la mia. Semplicemente una constatazione scaturita da un ampio sguardo gettato sulle leggi in materia di scuola che negli ultimi venti-trent’anni si sono inseguite e susseguite. E la conoscenza della legiferazione scolastica del nostro paese (dalla Legge Casati, che in realtà si deve al Regno di Sardegna, alla Buona Scuola) è richiesta agli esami concorsuali per chi vuole diventare docente in tutte le scuole di ogni ordine e grado nella nostra Italia. Ve lo assicura chi di tali concorsi ne ha già superati ben sei e si prepara per il settimo… quindi qualche cosa ne saprà.

Che ne sarà dunque della scuola, lo scopriremo solo vivendo, e perdonatemi la citazione canora.

Intanto c’è di certo (ma fino a quando non ci sarà un suggello per cui scripta manent, tutto è ancora possibile) che nuovi concorsi sono in fase di indizione: tre tipologie per l’esattezza, di cui non mi soffermo a specificare nulla che non sia già a conoscenza degli addetti ai lavori e di chi un lavoro cerca di ottenerlo tramite, appunto, questi benedetti (o maledetti?) concorsi.
Ed ecco la mia prima domanda, più un dubbio: cui prodest? Credo che in alcune regioni siano ancora in fase di espletamento le procedure concorsuali relative al concorso 2016, o comunque molte graduatorie di tali concorsi sono ancora in fieri. Per non parlare poi delle prove suppletive di tali concorsi. Lo testimonia pure il fatto che periodicamente sulla Vostra pagina si pubblicano aggiornamenti proprio relativi a tali procedure.

Dunque: cui prodest? Perché reclutare nuovo personale quando c’è già del personale, valutato e promosso, cui spetterebbe di entrare in ruolo?

Probabilmente saranno gli stessi aspiranti docenti che hanno superato già vari concorsi (è il mio caso, permettetemi l’autocitazione) a partecipare a questi nuovi, almeno a quelli riservati (chi è già informato, capisce a quali tipologie mi riferisco), e così pure i precari storici parcheggiati da decenni nelle famose, famigerate, mitiche (nel senso etimologico) GAE (ricordate la notizia shock della docente palermitana immessa in ruolo sulla soglia del pensionamento?), o nelle graduatorie di istituto.

Dunque: cui prodest? Perché spostare tanta gente da una graduatoria ad un’altra (perché di questo si tratta, almeno secondo un mio personale ed ingenuo ragionamento), nella quale molti, forse, perderanno la precedenza acquistata in anni di duro precariato o superando concorsi sempre più selettivi (ed in entrambi i casi ci starebbe ancora un’autocitazione di cui chiedo venia)?

Ci sono poi i cosiddetti idonei, nuovissima sacca di precari incazzati (perdonatemi il cultismo) creata dai concorsi indetti nel 2016. Hanno superato delle prove concorsuali molto difficili nel contenuto e nella forma (il faccia a faccia, sullo schermo del computer, con una linea del tempo che scorreva inesorabilmente mostrando quanti minuti ancora rimanevano al candidato e che proprio negli ultimi minuti diventava rosso sgargiante e per giunta lampeggiante non lo possiamo considerare fonte di stress emotivo?), per poi sentirsi dire che, siccome si sono classificati oltre il numero di posti messi a concorso, la loro fatica è completamente inutile. È vero, il decreto di indizione dei concorsi parlava chiaro, i posti a concorso erano un determinato numero… Ma questi colleghi hanno superato un concorso pubblico per titoli ed esami! Sono stati abili niente più e niente meno rispetto a quelli che ci siamo (mi permetto ancora un’autocitazione) classificati prima di loro.

Dunque: cui prodest? Saranno contenti, questi colleghi, di nuovi concorsi, a cui saranno costretti a partecipare (a cui, forse, siamo costretti a partecipare anche noi perché, per chi non lo sapesse, le graduatorie concorsuali hanno una scadenza, proprio come i prodotti alimentari che conserviamo nei nostri frigoriferi, oltre la quale tutti siamo rigettati nella nuova mischia del reclutamento, messi alla pari con chi di concorsi ne ha sentito parlare solo dalla bocca dei loro nonni, mentre noi possiamo dire: io c’ero), che forse, non voglia Dio!, non supereranno o per il quale potrebbero risultare ancora una volta solo idonei? Ma questi colleghi hanno superato un concorso pubblico per titoli ed esami!

E poi c’è il caso inverso (Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire;/ or son venuto là dove molto pianto mi percuote.). Classi di concorso in cui i vincitori della selezione sono risultati in numero minore rispetto ai posti messi a concorso. Mi permetto di esemplificare il caso facendo riferimento alla mia particolare situazione. Nella regione Sicilia, nella classe di concorso scuola primaria sono stati messi a concorso 1096 posti. Già il numero rappresenta un record per quanto riguarda le assunzioni nel mondo della scuola siciliano. Un numero, però, che diventa piccolissimo in rapporto a quello dei partecipanti al concorso. Sorvolo sulla durata delle procedure concorsuali vere e proprie, sulle vicissitudini per raggiungere la sede d’esame, sul tempo di redazione delle graduatorie e sui vari ricorsi (ordinaria amministrazione, questa dei ricorsi, nell’ambiente dei concorsi, prima, dopo e durante). Insomma, finalmente viene pubblicata la graduatoria: il concorso è stato superato da 709 candidati, tra cui io. Giubilo generale!!!! Saremo tutti assunti!!!!! Anzi, avanzano pure dei posti per altri colleghi, dalle GAE, probabilmente. Finalmente cominciamo a progettare le nostre future vite: qualcuno di noi potrà estinguere il mutuo della casa o richiederne uno, altri potranno pagare più agevolmente le tasse universitarie per i figli, altri potranno sposarsi, altri mettere fine ad una vita da “bamboccioni” sulle spalle dei genitori pensionati.

Invece… non so come nè perché i suddetti posti messi a concorso, 1096, sono risultati non più disponibili, o comunque lo sono lungo tre anni, durante i quali saranno spalmate le assunzioni. It’s a kind of magic!, direbbe Freddy Mercury. Ci viene chiesto di armarci di pazienza. Ma visti i numeri degli assunti in ruolo dalla suddetta graduatoria concorsuale durante il primo anno di vigenza di essa (2017/2018), e visto che proprio tale graduatoria è da consumarsi preferibilmente entro il…

Dunque: cui prodest? Perché un nuovo concorso mentre ci sono docenti in attesa di essere assunti? Mi si dirà che le assunzioni delle nuove procedure sono rimandate al 2023 forse, e che nel frattempo tutti noi saremo assunti nella cosiddetta fase transitoria. Ma se teniamo conto dei tempi biblici delle assunzioni nelle regioni del Sud, e della famosa scadenza delle graduatorie… intanto riprendiamo i libri in mano e ci prepariamo per un altro concorso!
E tale preparazione, per noi docenti anziani, che abbiamo cominciato a fare concorsi nel secolo scorso e che ci siamo laureati con un ordinamento universitario definito convenzionalmente vecchio per distinguerlo da quelli nuovi (quanti?), che lo hanno soppiantato, tale preparazione incomincia dai cfu.

In pratica, e perdonatemi l’eccessiva sinteticità, per poter partecipare alle nuove procedure concorsuali viene richiesto il possesso di un numero di crediti formativi in quattro ambiti disciplinari riguardanti la professione docente. Traduco dal burocratese: competenze che un insegnante ha ampiamente acquisito nella sua formazione iniziale, nella pratica didattica durante gli anni di precariato, nei vari corsi di aggiornamento e formazione che frequenta regolarmente e privatamente per il suo personale sviluppo professionale. Competenze che tuttavia, per essere certificate, costringeranno molti di noi a frequentare, in presentia o in linea, corsi specificatamente confezionati dalle università o da enti di formazione. Corsi che naturalmente non sono gratuiti.

Dunque: cui prodest? Perché insistere sulla preparazione didattica di un insegnante, certamente basilare, improntare su di essa quasi tutte le prove concorsuali del precedente concorso e anche dei nuovi e porre in secondo piano la fondamentale preparazione disciplinare? Va bene sapere come insegnare, ma bisognerebbe anche porre di nuovo l’attenzione su cosa insegnare. Per assurdo, un moderno insegnante della moderna buona scuola italiana potrebbe ritrovarsi capace di capire come funziona la fase di apprendimento nel cervello dei suoi alunni, ma potrebbe non essere in grado di riempire quegli stessi cervelli se non facendo ricorso alle reminiscenze dei suoi percorsi scolastici. E gli allievi potrebbero considerarsi fortunati se nella scuola frequentata dal loro ipotetico insegnante le conoscenze erano ancora tenute in gran conto rispetto alle competenze.

Ma è così che funziona, è così che vanno preparati alla professione gli insegnanti, è così che vengono istruiti gli alunni. E poi si sfornano strafalcioni che arrivano fino alle alte gerarchie dello Stato. L’esempio più autorevole ce lo fornisce il professor Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca (l’Accademia della Crusca!) nel suo libro Lezione di italiano (Mandadori, 2016), in cui, a pag.210 cita i “181 errori (…) riscontrati in un decreto legislativo di 220 articoli, emanato dal nostro Governo il 18 aprile 2016 e segnalati poi con un Avviso di rettifica del Governo stesso il 15 luglio dello stesso anno”.

Tornando poi alle procedure concorsuali. Terminate le prove selettive, i sopravvissuti saranno ammessi alla frequenza di un corso (un altro corso!) di formazione e specializzazione denominato con l’acronimo fit della durata variabile di uno o tre anni a seconda della tipologia concorsuale a cui si prende parte. In teoria, saranno preparati alla professione docente approfondendo le loro competenze didattiche, quelle stesse competenze che hanno affinato in anni di precariato, frequentando i benedetti corsi per l’acquisizione dei cfu, studiando per il concorso. Ma, si sa, repetita iuvant. In pratica, faranno un tirocinio retribuito (si parla di circa 400 euro) nelle classi. Una specie di supplenza? Con buona pace dei colleghi con 3 anni di servizio che non potranno più accettare supplenze e per i quali c’è la furbata della seconda tipologia del concorso. Dunque: cui prodest? Dopo tale estenuante ed inutile selezione, gli aspiranti saranno immessi in ruolo. Ma su quali posti visto che il bando dice espressamente che i concorsi non sono banditi su un numero di posti specifici? Dovranno comunque aspettare tutti gli altri colleghi della fase transitoria: cioè rimarranno parcheggiati in un’apposita graduatoria per la quale, ne sono sicura, si creerà un nome ad hoc.

E ancora sono da ricordare i colleghi alle prese con la mobilità. Ci sono quelli che da molti anni aspettano di ritornare nelle loro regioni di origine o ancora meglio nelle province: chiedere nelle città forse sarebbe troppo. E poi quelli che la Buona Scuola ha allontanato quasi a forza chiedendo loro di scegliere tra il lavoro a tempo indeterminato e la famiglia, una scelta che un essere umano, secondo il mio modestissimo parere, non dovrebbe mai trovarsi a fare. Infine i colleghi che l’algoritmo impazzito del Miur, quello che ha reso un’opinione persino la matematica, ha fatalmente penalizzato. Ogni hanno questi colleghi aspettano la roulette dei numeri percentuali dei posti riservati ai loro movimenti di ritorno verso casa. Dunque: cui prodest? Come potrebbero prenderla, questi colleghi, sapendo che le loro riserve di posti potrebbero assottigliarsi nel momento dell’indizione di nuove procedure concorsuali regionali? Magari non sarà davvero così, ma la tensione nell’attesa di sapere numeri e destinazioni dei movimenti certo non giova.

Ed in ultimo, (davvero ultimo, temo di essere stata troppo prolissa), i colleghi in possesso del solo diploma magistrale. Non entro nel merito perchè in realtà i pochi dati a mia disposizione non mi permettono di dire altro, ma per il solo fatto che questi colleghi condividono con tutti gli altri il peso e la responsabilità della formazione delle generazioni future, meritano comunque rispetto. I loro ricorsi e le soluzioni promesse ed approntate dalla controparte ministeriale andranno ad intrecciarsi con il nuovo reclutamento di insegnanti. Dunque: cui prodest? Per assurdo i posti in ruolo strappati a questi colleghi potrebbero essere assegnati a nuovi assunti da concorso, per poi venire di nuovo sottratti a questi per essere ridati, per ulteriore sentenza giudiziaria, a quelli. Corsi, ricorsi e di nuovo ricorsi.
Per assurdo. Ma ormai di assurdo in quest’Italia c’è davvero poco. Niente più è assurdo, niente più indigna.

Se sono stata un poco critica con il nuovo sistema di reclutamento non me ne vogliano gli aspiranti alla professione docente neolaureati che vedono nei nuovi concorsi la loro prima e speriamo ultima occasione per entrare nel mondo della scuola con tutta la loro giovane età e l’entusiasmo che questa inevitabilmente porta con sé. Del resto essi sono la generazione hungry and foolish. Niente di personale… voglio solo descrivere da più punti di vista una situazione reale. Una situazione che purtroppo ci mette l’un contro l’altro armato. Non è questo di cui ha bisogno la scuola italiana. Essa non ha proprio bisogno di corsi, concorsi e tanto meno di ricorsi.

Dunque: cui prodest? Questa, in realtà, la mia unica domanda, il mio unico dubbio.

Una risposta non la chiedo certamente a Voi della Redazione. Spero che le mie parole, che non hanno voluto in ogni modo prendere in più considerazione o sottovalutare la condizione di nessuno delle categorie di docenti citate, possano giungere agli occhi di coloro i quali si candidano a governare questo nostro paese. Siano essi volti nuovi, neofiti della politica o quelli che a volte ritornano, persino dalle ceneri della prima Repubblica.

Non chiedo loro di occuparsi di noi insegnanti, di ruolo, precari o aspiranti. Anche perché se hanno intenzione di farlo come lo hanno fatto sino ad adesso, vi prego: desistete.

Quando pensate al mondo della scuola, occupatevi dei vostri figli. Vostri sia perchè potrebbero realmente esserlo, ma soprattutto perché voi siete le loro guide, i loro esempi. E finora non avete fatto una gran bella figura.

Versione stampabile
anief anief
soloformazione