Con le sole proteste i governi vanno a casa, ma i problemi della scuola restano. Il caso della sig.ra Renzi

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Da  tempo su organi di stampa e social network c’è un particolare interesse, da parte di politici, sindacati e docenti sulla delicata questione della scuola italiana e, soprattutto, su alcuni aspetti della legge 107: chiamata diretta e  mobilità nazionale.

Inoltre, e  ciò appare strano, anomalo  e fuori da ogni logica, sembra che  la maggior parte dei docenti sia inutilmente e polemicamente interessata alla   situazione occupazionale della Sig.ra Renzi.

Si po’ dire che è in atto una vera e propria battaglia o resa dei conti contro presunti  provvedimenti ad personam, scelte  e decisioni governative ritenute  ingiuste o lesive dei diritti fondamentali dei docenti.

La critica, seppur legittima, in molti casi utilizza toni piuttosto accesi, un linguaggio offensivo e per niente conforme ad una sana e costruttiva dialettica.

La scuola da decenni soffre e geme sotto il peso di difficoltà e problemi legati alla carenza di strutture, all’assenza di risorse economiche, alla mancanza di una seria programmazione e pianificazione delle risorse professionali,  a conflittualità interne, a riforme
mancate, a interventi e cambiamenti annunciati e mai realizzati, a consolidate abitudini che ostacolano e rallentano  l’ attuazione e l’introduzione di pratiche didattiche innovative.

Dai vari governi che si sono succeduti in questi anni – Prodi, Berlusconi, Monti,  Renzi –  la scuola pubblica è  stata sistematicamente ingannata, bistrattata, defraudata; sono state fatte riforme che solo marginalmente  hanno  avuto come obiettivo
l’interesse degli alunni, l’educazione, la priorità, quasi sempre, è stata  l’ economia.

Ciò ha determinato  un lento  e progressivo indebolimento del prezioso capitale culturale e professionale; in molti, storditi da inganni e facili illusioni, hanno abdicato al ruolo  fondamentale di forza culturale del Paese, un ruolo  che va ripreso e difeso, soprattutto, attraverso il recupero della  pratica  delle buone idee, della Buona Educazione,  la  sola può combattere un’economia cieca che sfrutta le persone senza rispettarle.

L’impegno, quindi, non deve essere  contro  una determinata persona o contro alcuni aspetti di una  legge, ma a difesa di una scuola capace di ravvivare e vivificare,  di promuovere  azioni educative e didattiche orientate alla formazione di menti  libere, critiche  e pensanti. Tutto, però,  dipende dalla capacità e dalla volontà di agire in modo non politicizzato, senza pregiudizi, e con onestà intellettuale.

La scuola e le leggi della scuola si cambiano e si migliorano attraverso la gradualità, la duttilità, la valorizzazione delle risorse e  delle competenze interne e, soprattutto, mediante l’impegno operoso, discreto e silenzioso a difesa del diritto all’istruzione degli alunni, un  diritto che, purtroppo, continua ad essere sistematicamente rallentato, offuscato o compromesso  a causa di inutili, capricciose e sterili conflittualità  che allontanano dall’unico e vero obiettivo: educare per crescere, pensare per cambiare.

Non fa dunque  bene alla scuola italiana tutta questa deleteria ostilità e volgarità nei confronti di un governo competente  o incompetente, meritevole o immeritevole  che sia e, in modo particolare, non è bello assistere a tanta rabbia e  odio verso  una docente colpevole soltanto di essere la moglie del Presidente del consiglio. Le irregolarità, le illegalità  vere o presunte si risolvono,  si correggono  e si combattono non con gli insulti, ma con precipue azioni legali.

Pertanto, i mali della scuola italiana vanno individuati a monte, ovvero, nella cronica mancanza di investimenti e di risorse a favore della scuola pubblica. La conferma o, meglio, riconferma,  arriva dall’ ennesima e  quasi ossessiva formula magica che continua a
contraddistinguere i diversi provvedimenti legislativi a livello scolastico ed educativo: “senza oneri aggiuntivi per lo Stato”. Questa espressione nella legge 107 è significativamente e particolarmente ricorrente.

A questo punto scaturiscono alcuni  fondamentali interrogativi: è giusto e utile star dietro a proteste, seppur legittime, nei confronti solo  di una piccola parte delle ben più gravi criticità con cui la scuola da decenni è costretta a convivere?  La colpa di una scuola che non funziona è veramente attribuibile alla 107? Perché la cattedra assegnata alla Sig. Renzi   fa tanto scalpore, scatena l’ ira offensiva del mondo della scuola, mentre furberie,  privilegi, abusi di potere, ruberie, palesi incompetenze, incarichi d’ oro, diffuse illegalità ecc., scivolano addosso senza provocare alcuna reazione o indignazione?

Attraverso  una attenta valutazione di ciò che sta accadendo e della storia delle travagliate e alterne vicissitudini della scuola,  si può dire che mancano sostegni convincenti a favore della protesta.

L’alternativa è la scelta e la proposta  di un modello educativo  di autorinnovamento che fa dell’ innovazione scolastica un problema  non squisitamente politico, ma laboratoriale e sperimentale. In pratica, occorre instaurare un processo innovativo permanente, fondato sul continuo interscambio centro-periferia.

Se si continua a seguire  la strada della  protesta fine a se stessa, i governi vanno a casa, ma i problemi della scuola restano.

Fernando Mazzeo

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