Con le mascherine: riflessioni di due dirigenti scolastici

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Cristina Costarelli e Giovanni Cogliandro hanno inviato alla redazione di Orizzonte Scuola una riflessione sull’utilizzo della mascherina in classe

“Dopo questi mesi, anzi, un anno ormai, di emergenza sanitaria, tutta l’antropologia relazionale sottesa all’insegnamento appare modificata, non solo per la lunga esperienza della didattica a distanza. Questa continua e radicale modifica ha avuto effetti nel nostro lessico quotidiano, nelle disposizioni personali e collettive, nelle attese, nei timori e nella creatività.

La nostalgia dello stare in classe si è concretizzata negli sguardi, interrogativi e reciproci tra studenti e docenti, cercati negli schermi nel lungo intermezzo della DAD (che per alcune scuole di certo ancora non si è concluso). Lo stare in classe anche quando è possibile al 100% delle classi di una scuola, cioè negli istituti del primo ciclo d’istruzione, è segnata dalla presenza irrinunciabile della mascherina.

A volte ci chiediamo, in un momento di pausa o di sospensione dei normali pensieri legati alla quotidianità, come ci siamo abituati a questo oggetto. La maschera ci protegge, preserva noi e gli altri dal pericolo di contrarre l’infezione così pericolosa, ci nasconde buona parte del volto.

Il volto per la filosofia del XX. secolo è stato l’epifania dell’alterità, un’alterità sempre nuova e non riducibile al medesimo, il mostrarsi del diverso, la possibilità dell’incontro. Il volto si riduce in questi mesi allo sguardo, che traspare sopra i contorni delle mascherine.

La scuola attraverso gli occhi è una scuola che purtroppo si trova nelle condizioni di dover lasciare da parte il volto e la mimica facciale ma ci fa concentrare su questo spazio in cui le emozioni ristagnano, fioriscono, danzano, vogliono comunque manifestarsi.

Con singolare ironia non cercata è noto che persona significa maschera del teatro classico, e questi volti mascherati, accerchiati, costretti nella maschera ci dicono l’eccedenza della persona proprio in quello che la contiene.

Lontananza e vicinanza sono i due poli di una diade che ha influenzato e continuerà a influenzare l’esperienza scuola, rendendo contigue la paura di perdere e la gioia di fruire un darsi che non può più essere dato per scontato.

Ripartire dal volto, un volto che eccede la maschera e mostra l’essere persona che non vuole lasciarsi costringere oltre il necessario ma mostra che la relazionalità essenziale al volto non potrà essere soppressa. Ripartire quindi dallo sguardo e dal dialogo, così fondamentali nel consentire lo scambio di parole e lo scambio preverbale che fornisce quel supporto emotivo a ciò che si vuole significare e che viene perso negli scambi scritti fintamente dialogici che affannano le menti e distolgono dall’autenticità

Questo riteniamo essere il compito di una scuola che si vuole comunità di persone, comunità dialogante, e per questo educante, comunità che accetta ma non si lascia contenere alla sua condizione di essere popolata di persone con le mascherine.

Gli sguardi rimandano ai volti, specchio dell’altro e dell’incontro quotidiano in tutta la sua ricchezza emozionale, continua meraviglia dello scoprirsi e dello scoprire insieme.”

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