Con la Didattica a distanza si può fare tanto, salviamo sia istruzione che salute. Lettera

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inviata da Germana Cubeta – Le scuole non si chiudono, le scuole non si chiudono continuava a ripetere il ministro a gran voce; era il suo modo per recuperare popolarità in un Paese ormai in ginocchio. I pedagogisti continuavano a ripetere che nei paesi civili le scuole non si dovevano chiudere e i genitori erano disperati all’ipotesi di un nuovo lockdown. A chi avrebbero lasciato i figli? Il ministro ripeteva che le scuole non sarebbero state chiuse, che le avrebbe tenute aperte a ogni costo. Ed era proprio quello il problema. A quale prezzo?

Circolava la voce che le scuole erano luoghi sicuri, che la situazione lì era sotto controllo, intanto le scuole superiori facevano didattica a distanza, le scuole di danza e le palestre erano state chiuse, le partite di calcio sospese e i medici inviavano le ricette in formato elettronico per non affollare gli ambulatori. Nei vari uffici era stato attivato il lavoro agile, ma le scuole primarie e secondarie di primo grado non si dovevano chiudere.

Gli esperti affermavano lì il distanziamento era garantito. Non era come al cinema o al teatro, a scuola tutti rimanevano fermi e immobili, ancorati ai loro posti. Gli studenti, si sa, sono ligi
ad osservare le regole.

Sapevo perfettamente che la socializzazione è uno dei cardini fondamentali dello stare a scuola ma non credevo che fosse anche la sua ragione ultima. Non credevo fosse più importante
della tutela della salute. L’istruzione basata sulle conoscenze, sullo studio, sulle spiegazioni non andava più bene; gli esercizi, lo svolgimento dei temi e dei saggi brevi, tutte le forme di
apprendimento che potevano essere garantite dalla DAD, non soddisfacevano le richieste delle famiglie perché dovevano per pochi mesi tenere i figli a casa, al sicuro. Lo stare insieme era più
importante di tutto.

Durante il lockdown, la DAD aveva garantito il diritto all’istruzione. Gli studenti avevano una tale familiarità con i computer, che per loro non era stato un problema collegarsi. Non erano
però mancate le polemiche; gli insegnanti erano stati considerati inadeguati e in taluni casi tacciati di essere persino avari del loro tempo.

Nessuno si era soffermato sul fatto che nel giro di poche settimane, migliaia di docenti avevano dovuto fare appello a tutta la loro buona volontà, e nella maggior parte dei casi, alle loro
risorse per reinventarsi il lavoro e stare vicini agli alunni. A conti fatti, dopo i primi momenti di esitazione erano riusciti nel loro obiettivo, avevano garantito il diritto all’istruzione. Ma la DAD non andava bene perché risolveva solo in parte il problema, istruiva ma non poteva offrire l’accudimento fisico dell’alunno.

Il disagio provocato dalla chiusura delle scuole non era dovuto al negato diritto all’istruzione o alla mancata socializzazione, perché di fatto, la tecnologia aveva trasformato già da tempo questo aspetto. Il problema era proprio il mancato accudimento fisico degli alunni. I genitori lavoravano mattina e pomeriggio, i nonni non erano più disponibili come in passato. Non tutti potevano permettersi babysitter multi-tasking; l’assenza fisica della scuola metteva in luce l’assetto di vite entropiche che deputavano ad essa non più il compito di istruire, ma l’accudimento fisico e temporale delle nuove generazioni.

Era chiaro che le famiglie non fossero d’accordo sulla DAD, ma non perché le spiegazioni non fossero chiare, ma perché non sapevano a chi lasciare i figli. Fuori dalla scuola, si erano abituati
a vederli incollati ai telefonini, sapevano che si incontravano virtualmente, che chattavano per ore con amici virtuali anche quando non era necessario ma il problema restava sempre la scuola.

Alla didattica non era concesso di usare gli stessi strumenti della vita reale però. L’opera di persuasione del ministro, che continuava a ripetere che le scuole fossero luoghi sicuri, era andata a buon fine; nessun genitore si era preso la briga di verificare i rischi; si ignoravano gli ambienti troppo piccoli per garantire il distanziamento, i banchi troppo vicini o le mascherine sempre sul
mento. Il tentativo di salvare le loro vite con la didattica a distanza per loro non andava bene.

Durante il lockdown, gli studenti volenterosi avevano studiato. All’inizio non era stato semplice ma erano riusciti. I problemi, come sempre, erano stati sollevati da chi, in presenza o a
distanza, cercava ogni scusa per giustificare sé stesso. Credo che questa pandemia abbia messo in luce molti problemi, tra tutti ha evidenziato la necessità di fare chiarezza sulla funzione della scuola. Istruire, formare o intrattenere?

Probabilmente il compito è complesso e include tutti questi aspetti ma se le condizioni non lo permettono bisognerebbe fermarsi un momento a riflettere sulle priorità. In questo momento devastante bisognerebbe a fare uno sforzo e provare a mettere lo studio al centro, apprezzando le opportunità offerte dalla tecnologia anziché perdersi in polemiche sterili sulla DAD. Gli studenti hanno la possibilità di studiare a distanza, di poter essere in contatto con i loro insegnanti da casa, al sicuro. Questa mi sembra una grande conquista soprattutto in questo momento.

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