Con il decreto Ucraina niente aumento per le spese militari, ma il pericolo rimane: Anief chiede di spostare l’incremento su Istruzione e Ricerca, i fondi del Pnrr non bastano

WhatsApp
Telegram

Con 214 voti favorevoli e 35 contrari, l’Aula del Senato ha approvato la fiducia sul decreto Ucraina: si tratta di un provvedimento su cui si sono scontrati gli ultimi due premier, Giuseppe Conte e Mario Draghi, con una netta spaccatura anche all’interno del Governo, sulla questione delle spese militari al 2% del Pil.

Alla fine la richiesta è stato esclusa dal decreto finale si è giunti all’accordo. Ma l’ipotesi sull’importante incremento di spesa pubblica per finanziare le operazioni e le attrezzature militari rimane in piedi: ai suoi promotori è stata garantito che “sull’aumento si procederà con gradualità”, tenendo anche conto che rispetto all’anno precedente l’aumento per le spese militari già c’è stato.

 

Il sindacato Anief ribadisce che portare altri miliardi sul capitolo degli armamenti militari nazionali sarebbe un segnale pessimo: i 2 punti maggiori di spesa rispetto al Pil dovrebbero piuttosto andare ad Istruzione e Ricerca, ai quali si continua invece a togliere. L’investimento del Pnrr, infatti, va sostenuto con ulteriori investimenti pubblici da attuare a regime: occorrono investimenti importante per infrastrutture, digitalizzazione, organici maggiorati, stabilizzazione dei precari e più tempo scuola, da svolgere da mattina a sera.

 

L’obiettivo – dichiara Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – è fare crescere gli organici del personale, il tempo scuola, le immissioni in ruolo dei precari con almeno 36 mesi svolti, l’attivazione dei profili dei coordinatori Ata, il ritorno alla didattica tenuta da docenti in compresenza in tutti i cicli scolastici e di docenti specializzati alla primaria, lo stop alle classi pollaio, arrivate proprio con l’innalzamento del numero di alunni per classe e la soppressione di 4mila scuole voluta dalla Legge 133/08. Sono tutte operazioni propedeutiche all’elevazione del sistema scolastico, fatto oggi di competenze in calo, anche in campo digitale, e da un percentuale sempre troppo alta di dispersione scolastica”.

 

Anche i numeri sono impietosi: la spesa per l’istruzione in Italia si conferma tra le più basse nell’Unione europea, soprattutto dopo che è diminuita complessivamente del 7 % nel periodo 2010-2018: dall’ultima rilevazione nazionale risulta che la spesa pubblica resta ben al di sotto della media UE, sia in percentuale del PIL (il 4 % contro il 4,6 %) sia in percentuale della spesa pubblica totale, che all’8,2%, è la più bassa dell’UE (9,9%). Addirittura per le scuole superiori in dieci anni l’impegno finanziario dell’Italia si è ridotto di quasi il 20%. E per l’Università l’impegno italiano è il più basso dell’UE.

WhatsApp
Telegram

Corso di perfezionamento in Metodologia CLIL: acquisisci i 60 CFU con Mnemosine, Ente accreditato Miur