Paolo Pileri (Politecnico Milano): “Con 8 ore all’anno di educazione ecologica, non educheremo mai a essere cittadini del futuro”

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Di Paolo Pileri, Politecnico di Milano* – In questi ultimi mesi ho avuto alcuni incontri con le scuole superiori, chiamato a parlare dei miei libri sul consumo di suolo o sul progetto di lentezza. Ho così tristemente scoperto che gli spazi formativi dove i nostri studenti possono entrare in contatto con le questioni ambientali sono risicatissimi.

Quasi impossibile passare alla fase due, quella dell’avvio all’impegno civile o quanto meno della mobilitazione civile, nonostante l’urgenza delle sfide climatiche ed ecologiche che dovrebbero modificare i loro comportamenti individuali e sociali. L’incontro con l’ecologia in formato civile è una scintilla che dura, se va bene, più o meno 8 (otto) ore all’anno, pari a una parte delle 33 ore minime di educazione civica previste dalla legge 92/2019. Non ci vuole molto per capire che è una quantità gravemente insufficiente al punto da sembrare più una beffa che una opportunità.

Tra l’altro non è neppur detto in quelle 33 ore si tocchino i temi ambientali perché i docenti possono scegliere tra varie opzioni tutte fondamentali per la buona vita del cittadino e dello Stato: 1) Costituzione, istituzioni dello Stato italiano, dell’Unione europea e degli organismi internazionali; storia della bandiera e dell’inno nazionale; 2) Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 2015; 3) educazione alla cittadinanza digitale (l’articolo 5 approfondisce questa tematica); 4) elementi fondamentali di diritto, con particolare riguardo al diritto del lavoro; 5) educazione ambientale, sviluppo eco-sostenibile e tutela del patrimonio ambientale, delle identità, delle produzioni e delle eccellenze territoriali e agroalimentari; 6) educazione alla legalità e al contrasto delle mafie; 7) educazione al rispetto e alla valorizzazione del patrimonio culturale e dei beni pubblici comuni; 8) formazione di base in materia di protezione civile. È un mare di roba, si rendono conto? Il rischio, diciamocelo, è quello di fare gigantesche banalizzazioni con il poco tempo a disposizione. Certo, meglio di niente dirà qualcuno. E invece niente affatto.

Dovremmo aver capito, soprattutto noi adulti, che se ci presentiamo con otto misere e scalcinate ore davanti alle grandi sfide climatiche ed ecologiche non andiamo da nessuna parte. Non facciamo che prendere in giro le prossime generazioni. Siamo di nuovo davanti a una legge pensata male e scritta peggio che obbliga a banalizzare anziché spingere a prendere sul serio questioni centrali e super attuali. Tutto, come al solito, cade sulle spalle della buona volontà degli insegnanti ai quali, mi domando, se siano stati offerti aggiornamenti o se, invece, sono stati buttati nella mischia: tanto sono bravi ad arrangiarsi. Peccato però che le materie da affrontare non si imparano alla fermata del bus o dal parrucchiere ma richiedono una formazione scientifica e motivazionale non seconda a nulla. Anzi. Mi chiedo cosa spinga lo Stato a comportarsi così superficialmente, proprio verso quel mondo sempre fragile che è la scuola, un orto che dovrebbe coltivare con una attenzione senza pari.

Tutti noi sappiamo che la questione ecologica è una lacuna gigantesca nel nostro Paese e tutti sappiamo che stiamo pagando un prezzo alto proprio per la diffusa ignoranza ambientale che non ha cambiato i nostri comportamenti quanto ce ne è bisogno, men che meno il modo di pensare e porsi davanti alla nostra quotidianità o a come vorremmo le cose domani. Perché allora continuare a sbagliare oggi? Proprio oggi dove ci riempiamo la bocca di parole come green, eco, smart, transizione ecologica che, senza densità culturale, rimangono slogan ad effetto e nulla di più. Affidare a otto misere ore all’anno dei temi giganteschi equivale a non cambiare nulla, anche se in punta di diritto lo Stato sosterrà di fare la propria particina. È il solo atteggiamento burocratico, privo di empatia e passione. Abbiamo invece proprio bisogno di slancio e di appassionare alla ‘cosa’ ecologica. E abbiamo pure bisogno che capiscano tutti, non qualcuno da mandare poi avanti per dire che siamo stati bravi.

La sfida da vincere è per tutti, non per alcuni. Il resto è solo un premio di consolazione che evapora presto. Mi rivolgo allora a quegli insegnanti volenterosi e resistenti, che non mollano e si inventano cose stupende, che ho conosciuto tra Puglia, Emilia, Lombardia e Toscana: fatevi sentire e chiedete che oggi queste materie trovino molto più spazio e dignità in tutte le scuole: non meno di 20 – 30 ore all’anno di ragionamenti ecologici e critici in chiave civile. Non possiamo permetterci di ritardare la conversione ecologica né consentire che lo Stato se la cavi qua e là con qualche surrogato o grazie a gruppetti di insegnanti eroici ai quali fa mancare molto e ringrazia sempre meno di quanto dovrebbe.

*Paolo Pileri ordinario di pianificazione territoriale ambientale |full professor of landscape&Land use planning DAStU Politecnico di Milano

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