I compiti a casa strumenti del fare e del pensare. Lettera

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Inviato da Fernando Mazzeo – On.le Ministro,
in oltre trent’anni di onorato e, a tratti, sofferto servizio dedicato all’ alta missione dell’educere, ho avuto modo di vivere diverse stagioni educative e importanti innovazioni che hanno segnato, nel bene o nel male, la vita della scuola italiana a partire dalla fine degli anni ‘ 70 ad oggi.

Per tacere di ogni altro aspetto che appartiene all’impenetrabile territorio del desiderabile, mi soffermo su una delle tante pressioni di alcuni opinionisti, non adeguatamente sostenute dai vari organi di partecipazione, intorno a Viale Trastevere.
L’avvio della sperimentazione, sul modello finlandese, di far stare i ragazzi tutto il giorno a scuola con l’obiettivo di eliminare i compiti a casa, seppur finalizzata alla conoscenza di nuove vie da percorrere, affinché la scuola possa intervenire a vantaggio di tutti, costituisce, di per sé, incentivo per alimentare alcuni stereotipi e la conflittualità interna. Lo slogan “Zero Compiti” sostenuto da una esigua minoranza (24.000 firme contro una popolazione scolastica, dalla Primaria alla Secondaria di Secondo grado di circa 6 milioni di utenti), punta, infatti, alla cristallizzazione dell’agire educativo.
La scuola, sicuramente, soffre a causa di disfunzioni, lacune, disordini normativi, precarietà strutturali ecc. e, per questo, necessita di importanti cambiamenti in grado di restituire prestigio sociale ai docenti, offrire una conveniente istruzione e formazione, in linea con gli standard europei, a tutti gli alunni e colmare il gap che esiste tra la scuola italiana e i modelli educativi di altri paesi. Ma ciò non può avvenire senza una indagine e una valutazione critica delle ragioni che stanno determinando una caduta libera del nostro sistema scolastico.
Innanzitutto, bisogna prender consapevolezza delle difficoltà in cui versa la scuola e accertare la storia dei fatti. Se è vero che l’ industria culturale del nostro paese non dà più garanzia di successo, è anche vero che per portare la scuola oltre la crisi non sono sufficienti novità con il volto dell’innovazione, ma una vera e propria bonifica culturale dai tanti pericolosi luoghi comuni, per soddisfare pienamente il comune e inalienabile diritto allo studio e far raggiungere ai capaci e meritevoli, come recita la nostra Costituzione, i gradi più alti del sapere.
Non è possibile vincere le sfide senza un grosso impegno culturale che ci consenta di restituire lo studio e la formazione al loro autentico significato. Occorre, soprattutto, tornare a considerare la nostra storia, cultura e tradizione pedagogica, fino a qualche anno fa copiata e studiata da molti Paesi, come una risorsa a vantaggio delle generazioni presenti e future.
Non ha molto senso scommettere su parole-slogan innalzare vessilli, avallare gli umori e i malumori di alcune famiglie, se prima non si specifica e si chiarisce che cosa si intenda fare della scuola pubblica.
La scuola deve essere cultura, impegno culturale e generare cultura. La scuola ha fatto la storia dell’uomo, si è preso cura di lui, lo ha educato, lo ha formato, nella palpitante vitalità di un’esperienza e di un impegno personale e comunitario. Non è pensabile una scuola senza la fecondità culturale dello studio personale, dell’ esercizio individuale svolto tranquillamente all’interno delle mura domestiche, anche quelle meno invitanti e stimolanti, dove le procedure e i processi cognitivi diventano esperienza, prassi, compiti di realtà.
Ogni singola individualità, come tanti rigagnoli, deve essere ben incanalata e orientata per poter alimentare il perenne corso della conoscenza e arricchirsi di quella saggezza operativa frutto di un ininterrotto tirocinio di apprendimento. Si capisce bene come la prassi della riflessione personale riesca tanto meglio e tanto più facilmente, quanto più sollecita è la forza strutturante del compito che mette in evidenza la conoscenza che l’alunno già possiede e quella appena acquisita.
Opporsi a questa consuetudine senza aver prima preparato e predisposto il terreno per lo sviluppo di una autentica metodologia sperimentale in cui gli alunni trovano tutto ciò che occorre alla loro vita e al loro sviluppo (sport, ricreazioni, spazi autonomi di studio e svago) e i docenti sono promotori di libere attività artistiche e culturali, è una follia pedagogica, è commettere un errore culturale e morale al tempo stesso.
Non c’è dubbio che bisogna guardare, soprattutto, ai contesti dove si svolgono le attività educative: strutture vetuste e prive delle più elementari norme di sicurezza, spazi angusti e, spesso, inospitali. In questa situazione vengono meno i requisiti essenziali perché le scuole possano fornire intenzionalmente agli alunni nuove modalità per la elaborazione delle conoscenze ricevute o raccolte.
Attualmente, il compito a casa è l’unica possibilità che lo studente ha di produrre esperienze ed elaborare informazioni, ovvero, per fare e per pensare: “agenda agendo discantur” (Comenio).

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