“Compiti a casa inutili se sono semplici esercizi da svolgere o dati da imparare a memoria”. Il prestigio sociale dei docenti? “Ecco come ripristinarlo”. INTERVISTA a Mario Maviglia

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Quello dei compiti a casa è un tema ormai ricorrente nell’informazione scolastica. Fra chi spinge per eliminarli del tutto o ridurli drasticamente e chi invece ritiene fondamentale il mantenimento.

Un tema che però negli ultimi giorni si è allargato, toccando il diretto coinvolgimento dei genitori. Tutto è nato in seguito al famoso video di pochi giorni fa della mamma che sui social accusa gli insegnanti di assegnare troppi compiti.

La donna, nel corso di un’intervista rilasciata proprio ad Orizzonte Scuola, ha detto: “Se un tempo avevamo il maestro unico e oggi invece abbiamo quattro maestri – si chiede lei – sono cambiati i bambini, sono cambiati i docenti o è cambiato il metodo? C’è un sovraccarico perché i docenti hanno dei programmi più ampi? Come mai non riescono a far concludere i compiti a scuola?

Come abbiamo riportato in precedenza, attraverso l’esame dei dati delle indagini internazionali sugli apprendimenti degli alunni di scuola elementare e media, emerge che i docenti italiani assegnino effettivamente più compiti a casa, o da svolgere in proprio, ai propri alunni rispetto a quanto avvenga all’estero. In particolare, il Timss 2919, che indaga sulle competenze in Matematica e Scienze degli alunni di quarta elementare e terza media di 39 paesi, ha evidenziato che gli insegnanti italiani assegnino in media più compiti a settimana rispetto ai loro colleghi stranieri.

Ne abbiamo parlato con il pedagogista Mario Maviglia, che intervistato da Orizzonte Scuola, esprime il suo punto di vista, abbracciando anche i temi legati al rapporto scuola-famiglia e l’autorevolezza degli insegnanti.

Compiti a casa, una polemica senza fine. Ma sono indispensabili?

Credo che bisogna prima di tutto definire cosa intendiamo per compiti a casa. Se si pensa a una serie di esercizi da svolgere o di dati da imparare a memoria, allora sì: i compiti sono inutili, se non addirittura controproducenti. Peraltro, non sempre i compiti fatti a casa vengono corretti in classe, per questioni di tempo, incrementando in tal modo la loro inutilità. Inoltre, la mancanza di coordinamento all’interno dei docenti crea spesso forme di “intasamento” nell’assegnazione dei compiti, o, all’opposto, di vuoto. Se poi il loro svolgimento richiede particolare impegno o attenzione, gli alunni di famiglie disagiate risultano ancor più penalizzati non potendo fruire di aiuti particolari. I “compiti a casa” hanno senso invece se si pongono come compiti di realtà, come ad esempio elaborare delle proposte per risolvere un determinato problema di cui si è discusso a scuola, oppure preparare una presentazione di un libro letto, o informarsi su un determinato fatto o evento da illustrare ai compagni; insomma se contribuiscono a porre gli alunni in situazioni di problem solving e di pensiero divergente.

Anche i genitori si ribellano e assumono spesso il ruolo di sindacalisti dei propri figli, come molti esperti hanno fatto notare. Si ritrova in questa definizione?

Sì, decisamente. Sempre più si hanno riscontri di situazioni di questo tipo in cui sostanzialmente viene ritenuto legittimo porsi sullo stesso piano dei docenti anche per quanto attiene le questioni didattiche e valutative, segnalando in tal modo un disconoscimento dell’autorità dell’insegnante. È facile immaginare come tutto ciò si ripercuota sulla percezione che i figli si fanno della scuola e dei docenti, assorbendo sentimenti di disistima.

Perchè, secondo lei, il rapporto fra scuola e famiglia si è deteriorato nel tempo? Sembra quasi che siano in ormai in perenne contrapposizione.

Sono vari i motivi di questo deterioramento. Credo però che molto dipenda da un fenomeno (sociale e culturale) che non viene abbastanza considerato, ossia il fatto che nel tempo c’è stato un annacquamento dei confini tra lo spazio pubblico (la scuola) e lo spazio privato (la famiglia), con un continuo sconfinamento. Rispetto al passato, oggi si fa fatica a capire che la scuola, in quanto spazio pubblico, ha “regole d’ingaggio” e di permanenza diverse da quelle della famiglia o di altri spazi informali. Queste differenze nel tempo sono andate scolorendosi e oggi sempre più spesso gli alunni sono autorizzati (dalle famiglie) a stare a scuola come se fossero a casa loro, nel modo di comunicare, nell’abbigliamento, nelle forme relazionali usate verso gli altri. E questo vale ovviamente anche per i genitori. Insomma tra i due contesti vi sono regole, forme comunicative, posture del tutto diverse, ma che non vengono più riconosciute come tali. Probabilmente ciò ha a che fare con un fenomeno più generale che osserviamo in Italia ormai da tempo e che tende ad esaltare gli individualismi, lo spazio personale, più che il senso di comunità e il bene pubblico. Va però detto che spesso la scuola si fa conoscere poco dai genitori che la percepiscono come una sorta di black box e questo crea diffidenza, sfiducia. Cosa avviene dentro la scuola e perché vengono fatte determinate scelte di tipo educativo-didattico non sempre i genitori hanno modo di saperlo.

Il prestigio sociale dei docenti: anche lo stesso Ministro Valditara spesso sottolinea che deve essere ripristinato. Ma cosa non va veramente?

Se il Ministro Valditara volesse davvero innalzare il prestigio sociale dei docenti potrebbe tentare di fare sul medio/lungo periodo almeno tre cose tra loro strettamente collegate: prima di tutto prevedere una formazione iniziale seria e rigorosa dei docenti, non solo di tipo disciplinare, ma anche robustamente psicopedagogica e metodologico-didattica, oltre che attenta agli aspetti della comunicazione e del lavoro collegiale. Oggi, invece, c’è un forte sbilanciamento sugli aspetti disciplinari, come avviene nella formazione dei docenti della scuola secondaria di primo e secondo ciclo. In seconda battuta bisogna adottare forme di selezione in grado di scegliere i migliori candidati attraverso procedure di reclutamento da rivedere radicalmente ed evitando il perpetuarsi del precariato. Il terzo punto è quello di rendere attrattivo l’insegnamento incrementando lo stipendio dei docenti in misura consistente e significativa. All’orizzonte non si vede alcuna proposta seria che vada in questa direzione. Tra dieci anni saremo ancora qui a lamentarci della perdita di prestigio sociale dei docenti, con il Ministro di turno a rammaricarsi di ciò.

Diretta conseguenza di questo fenomeno è la sempre più frequente azione violenta nei confronti dei docenti, sia da parte degli studenti che, purtroppo, da parte degli stessi genitori.

Questo aspetto è legato a quanto dicevo prima sull’attenuazione dei confini tra lo spazio pubblico della scuola e quello privato della famiglia. Va però tenuto presente che non abbiamo dati certi sull’entità dei fenomeni di violenza da parte degli studenti verso i docenti o da parte dei genitori. Ovviamente la stampa tende a enfatizzare i fatti di cronaca caratterizzati dalla violenza; eppure ogni giorno le scuole sono frequentate da circa 4 milioni e 200 mila studenti (considerando solo quelli delle scuole secondarie di primo e secondo grado): quanti di questi si sono resi colpevoli di azioni violente nei confronti dei professori? E quanti episodi di grande civiltà, solidarietà e maturità democratica si registrano ogni giorno nelle varie scuole e di cui non abbiamo conoscenza? Con questo non si vuole sottovalutare il fenomeno, però sarebbe utile ragionare avendo a disposizione dati empirici, altrimenti si rischia di impostare il ragionamento su aspetti emotivi invece che su quelli razionali.

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