Come valutare il merito degli insegnanti? Il pedagogista Calvani: vedere cosa si fa in classe e i risultati ottenuti nel tempo

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Di Antonio Calvani ex prof. Ordinario di Didattica e Pedagogia Speciale – In un articolo uscito sul Corriere della Sera, Scuola non è solo questione di soldi, del 26 agosto 22, Gianni Canova, Rettore della IULM, sottolinea giustamente come, se da un lato il problema della scuola sia sotto i riflettori nelle sue dimensioni portanti, edilizia, selezione. stabilizzazione insegnanti, loro retribuzione e così via, rimane assente la specificazione dei criteri e delle finalità in cui quei temi dovrebbero essere articolati in dettaglio per arrivare poi a toccare ciò che interessa davvero.

Le domande cruciali alla fine sono queste: che cosa avviene nel rapporto didattico concreto tra l’insegnante e la sua classe? Di che qualità è la formazione che arriva allo studente? Questi sono i punti finali che contano. Come si pensa di arrivare a migliorare questi aspetti?

E’ intorno a queste domande che dovrebbe anche essere posto, in una visione corretta, il problema tanto discusso del merito degli insegnanti e dei connessi avanzamenti retributivi – piccoli o grandi che siano – che possano essere loro consentiti, distinti dagli avanzamenti retributivi ordinari.

Si tratta di intendersi sul significato che diamo al concetto di “merito” che è oggetto di varie e contrastanti accezioni. Se vogliamo compiere un salto di qualità dobbiamo avere la forza di favorire una svolta culturale netta a questo riguardo, superando gli schemi autoreferenziali e di opportunismo corporativo che inquinano l’intero discorso.

A chiunque sia capitato di valutare i curricola di insegnanti che si candidano per essere accreditati didatticamente nei vari contesti istituzionali, non sarà sfuggito di notare come questi si contraddistinguano per una lista, spesso spropositata, di corsi di formazione o di progetti dei quali tuttavia non si mostrano mai i risultati. Si dovrebbe dare forse un peso al numero di queste attività? Il fatto di aver svolto 10.. 20.. n corsi e progetti senza alcuna rendicontazione dovrebbe semmai essere un titolo di demerito!

Anche riconoscere il middle management come merito didattico è un’operazione non coerente con un apprezzamento che voglia essere strettamente ancorato all’identità professionale: si premiano insegnanti che si allontanano dalla classe, e non sono pochi quelli che preferiscono farlo magari proprio per difficoltà nell’insegnare.

L’insegnante deve dimostrare di esser bravo nell’insegnare, è qui che va riconosciuto il suo merito, e non nel saper fare altro.
In realtà valutare il merito didattico da questo punto di vista non è poi un’operazione tanto complicata. Bisogna innanzitutto operazionalizzare la nozione di insegnante bravo o esperto, che non si identifica con l’insegnante che ha accumulato tanta esperienza: nella letteratura internazionale (Hattie) un insegnante è esperto se riesce a dimostrare come, a parità di condizioni contestuali, stessa disciplina insegnata, stesso livello degli allievi, stesso background socioculturale della scuola, riesce a portare i suoi allievi a livelli significativamente più alti di quelli raggiunti dai suoi colleghi, valutando i risultati ottenuti negli apprendimenti in questione dal punto di vista della qualità, quantità e sviluppo motivazionale, tutti aspetti che si possono oggi accertare con una varietà di criteri.

Dovrebbe essere allora un elemento pregiudiziale per un candidato che voglia sottoporsi ad una valutazione di merito didattico avere le carte in regola da questo punto di vista, adducendo prove consistenti che dimostrano di essere stato capace di conseguire, nel corso di alcuni anni, un avanzamento del genere nella propria classe o scuola, rispetto ad un criterio di riferimento esterno, e non certo suffragando le sue buone intenzioni con dichiarazioni soggettive. L’insegnante in breve, deve:
a- rendere chiaramente visibile cosa fa in classe;
b- mostrare evidenze affidabili sui risultati che ha ottenuto nel tempo.

Sul piano applicativo di tratta di effettuare esami di concorso per la qualifica di merito didattico per insegnanti che devono superare, dinanzi ad una Commissione nazionale, una prova composta dunque da due momenti:
-la dimostrazione di come l’insegnante stesso conduce la lezione in classe. Per questo aspetto si possono utilizzare riprese in classe (microteaching) che il candidato potrà accuratamente preparare, mostrare e discutere con la commissione;
-la documentazione dei risultati oggettivi conseguiti nel tempo. Per questo aspetto ci si può avvalere, per esempio, dei risultati conseguiti da un corretto impiego dei piani di miglioramento interni alla scuola stessa (pre-post test) o di riferimenti esterni, quali i dati Invalsi relativi alle discipline e scuole di quel tipo, o altri riferimenti standardizzati disponibili.
Dunque tecnicamente non è un problema difficile da risolvere. Ma vogliamo premiare e incentivare il vero merito didattico o altro? E si ha il coraggio di fare piazza pulita del mondo di pratiche autoreferenziali che si sono da tempo insinuate nella scuola inquinando ogni possibilità per attuare una seria valutazione?

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