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Come raccontare la guerra ai nostri figli e studenti? Ne parliamo con Dario Ianes e Alberto Pellai [VIDEO INTERVISTA]

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Come raccontare la guerra ai nostri figli? Ancora non siamo usciti dall’emergenza pandemica che un altro drammatico evento si abbatte su di noi, sulle nostre paure ed in particolare sui nostri giovani. Allora diventa importante che genitori ed insegnanti si alleino per aiutare bambini e adolescenti ad imparare ad affrontare le sfide della vita, compreso quelle difficili e che ci spaventano. È questo l’obiettivo del volume edito dalla Erickson “Guerra – le parole per dirla”. Ne abbiamo parlato con il Professor Dario Ianes, Docente ordinario di Pedagogia e didattica dell’inclusione all’Università di Bolzano, Corso di Laurea in Scienze della formazione primaria e co-fondatore del Centro Studi Erickson di Trento, e con il Professor Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano.

Professor Ianes, come nasce l’idea di realizzare un libro per parlare della Guerra ai nostri ragazzi?

L’idea è nata da Vicari e riprende un lavoro che avevamo realizzato dopo il primo periodo Covid nel quale analizzavamo ciò che era successo in quella fase. In questo progetto abbiamo voluto coinvolgere anche Pellai e Lucangeli per realizzare un istant book che sia di aiuto a tutti gli educatori, siano essi insegnanti o genitori, a trovare le parole giuste per parlare di un argomento delicato come la guerra e a non fuggire da esso e dal ruolo educativo che noi tutti abbiamo. Il volume è stato realizzato in tempi celeri ed ha già avuto un buon riscontro e per questo siamo contenti di aver accolto al volo l’invito di Vicari.

Professor Pellai, entriamo nel vivo di questo volume e di come lei ci invita a parlare a bambini ed adolescenti rispettando le proprie caratteristiche che sono molto differenti. Ci spiega meglio?

Per parlare di guerra a soggetti in età evolutiva bisogna naturalmente tenere conto delle caratteristiche e delle fasi specifiche legate alle competenze emotive, cognitive e alla loro capacità di decodificare sul piano anche astratto una notizia. Questo aspetto non è facile nel momento in cui ci si trova dentro ad una narrazione, come è stata ed è quella attuale, e che quindi accompagna la nostra quotidianità, dove si vedono continuamente immagini da luoghi di guerra, bombardamenti e distruzioni, ed i bambini effettivamente vedono raccontare una realtà che da una parte per loro è incomprensibile vivendo in un luogo dove si sentono protetti, al sicuro, e dove sentono la vicinanza protettiva che gli adulti mettono all’interno della loro vita. Per questo per loro potrebbe essere una narrazione fantastica di un qualcosa che non c’è, ma poi vedendo invece la preoccupazione costante dei loro adulti di riferimento, ecco che quell’ansia e quella preoccupazione che avvertono nelle narrazioni dei media, nei dialoghi e nei discorsi delle loro figure di riferimento, da fuori di loro entra dentro di loro. Siccome i bambini piccoli non hanno la capacità di usare un pensiero astratto, di geolocalizzare un evento, quella cosa lì, con quel genere di immagini, sono un vero e proprio attentato ai codici della loro sicurezza emotiva. Vedere le case che cadono, le distruzioni nelle città, le mamme in lacrime che salutano i papà che devono andare in guerra, sono scene che abbiamo costantemente visto nelle prime settimane di guerra e che entrano dentro la percezione di protezione e sicurezza del bambino in età prescolare o all’inizio della scuola primaria. Questa cosa lo riempie di timore e di paura e succede di frequente che i bambini chiedano al papà o alla mamma, in momenti specifici come quello prima dell’addormentamento, che è un tempo di separazione dal qui ed ora, dalla consapevolezza, dalla comprensione che lì c’è un adulto con funzioni protettive, se la guerra può arrivare di notte anche nel loro cortile, o se un giorno si dovranno trovare anche loro dentro una guerra, oppure se anche a loro potrà capitare di dover fuggire dalla loro casa e dal loro paese. Chiaramente per gli adolescenti la questione è diversa, con loro abbiamo la possibilità di fare ricorso ad una mente che è capace di produrre un pensiero logico-astratto e quindi possiamo lavorare a comprendere le ragioni di questa guerra e da qualcosa che succede nel macrosistema, nel mondo, poi fare molte più riflessioni che hanno anche a che fare con la loro quotidianità. Possiamo ad esempio parlare di cosa significa invadere un territorio, non rispettare una posizione di maggior fragilità e vulnerabilità, usare la potenza e la prepotenza invece della competenza, ricorrere alla forza e alla violenza invece che alla diplomazia, questi sono tutti temi che poi hanno dei risvolti anche nella quotidianità della vita di un adolescente, che possono aiutare in percorsi di educazione civica e in generale di educazione alle life skills e alle competenze per la vita.

Il professor Pellai parlava del ruolo dell’adulto, quindi oltre alla famiglia gli insegnanti. Lei professor Ianes parla proprio di questo aspetto e di come sia importante insegnare a pensare. Ci spiega come si fa?

Intanto bisogna non aver paura delle situazioni complesse, perché una guerra è una situazione molto complessa dove il rischio di passare a dei registri di ipersemplificazione, di schematizzazione e di tifoseria è estremamente presente. Per cui l’esercizio che la scuola può fare è quello di ricercare i vari temi, le varie visioni, le varie opzioni. Costruire un pensiero critico che non si schiera, che non semplifica o banalizza. La prima cosa che un docente deve fare è capire con sé stesso da quale parte stare. In questo caso è evidente che ci troviamo di fronte ad un’aggressione, è chiaro a tutti, per cui non si può avere un registro relativista totale, però bisogna avere un registro complesso, che metta a fuoco tutta la storia, le varie poste in gioco, in modo da non cadere nella trappola della semplificazione, ad esempio del bianco o nero, dei buoni e dei cattivi. Un’altra questione che mette a fuoco questo tema è quello di valorizzare la dimensione etica, la dimensione dei valori e di come ognuno di noi vive le situazioni di conflitto, siano esse di carattere nazionale o internazionale, che sono più direttamente vicine al vissuto delle alunne e degli alunni a scuola. Un’ altra cosa che vorrei segnalare, parlando di scuola, è il fatto che a scuola gli alunni si confrontano con degli adulti e li devono vedere come adulti che vogliono capire, che vogliono cercare, che vogliono studiare, che non sono apolitici e che non sono schematici, ma sono sempre in ricerca di una soluzione diversa, di un pensiero laterale, di un negoziato, di una comunicazione, sono alla ricerca di stare positivamente nell’ignoranza per capire. Quando con Alberto abbiamo fatto un altro libro per parlare di Isis ai bambini, che era il momento di preoccupazione per i terroristi e della paura che arrivassero da noi, anche lì abbiamo sempre sostenuto questa idea dell’insegnante modello di ricerca, di approfondimento e di stare in continua analisi e ricerca, era un altro periodo ma i temi educativi sono gli stessi.

Professor Pellai, nella situazione attuale anche noi adulti viviamo nell’angoscia e nella paura, non abbiamo fatto in tempo a uscire dall’emergenza Covid che si è aggiunta quella della guerra e i nostri figli assorbono le nostre emozioni. Come spieghiamo ad un bambino e ad un ragazzo di riuscire a vivere positivamente anche le emozioni negative.

Intanto testimoniando con la nostra adultità che nella vita non tutto può essere previsto o tenuto sotto controllo. Quello che cercano fondamentalmente bambini e ragazzi nella relazione con l’adulto non è un colpo di bacchetta magica che annulli gli effetti avversi, ma un adulto competente che è dentro la realtà che sta accadendo e che è in grado di trovare una sua modalità per rimanere in contatto con sé stesso e con gli altri e soprattutto per tenere alto lo sguardo. Credo che la cosa che è servita di più in questi anni di Covid, e poi in questa narrazione di guerra, sia il non proporre a chi cresce una visione catastrofista del futuro, il non raccontare il domani come una minaccia e uno spazio pieno di rischi, bensì continuare a far sentire che il diventar grandi, il crescere, resta un’opportunità in cui poter abitare la vita per come è, e non per come la vorremmo, e nella quale possiamo trovare tantissimi spazi che sono spazi di azione, di costruzione e di realizzazione di sé. Un consiglio concreto che il libro fornisce è che in questo tempo in cui noi siamo obbligati a parlare dei costruttori di guerra, c’è un enorme spazio per parlare con i nostri figli e con i nostri studenti anche dei costruttori di pace, c’è un enorme possibilità di mettere il focus anche su tutto quel mondo, milioni di persone, che costruiscono la pace anziché costruire la guerra. In effetti questo è un lavoro necessario da fare in una prospettiva educativa. Parlando con i bambini abbiamo chiesto di dirci come andrebbero i due piatti di una bilancia se da un lato mettessimo le notizie, informazioni ed immagini che hanno avuto sulla distruzione che la guerra porta e dall’altro, invece, notizie, informazioni ed immagini che hanno avuto su chi invece costruisce la pace mentre c’è la guerra, ed il risultato è stato che a pesare di più, ed in maniera evidente, è il primo piatto, perché l’unica cosa che arriva è la narrazione della guerra, della distruzione e della catastrofe imminente. Questo direi che è un modo di narrare la vita del mondo, a chi cresce, come un pianeta in continuo allarme. Gli allarmi sono importantissimi, ma dovrebbero servire a chi ha potere d’azione per poterli gestire, cioè il mondo adulto, dopodiché l’allarme deve costantemente diventare un messaggio di cosa davvero è possibile fare, qual è il potere d’azione che serve, qual è lo spazio di formazione e competenza che è necessario acquisire, ed è questo il genere di messaggi che dobbiamo dare ai ragazzi. Ritornando alla domanda, fondamentalmente noi non sfuggiamo alle regole della teoria dell’attaccamento di Bowlby, cioè l’adulto deve essere una base sicura per chi cresce, questo significa non che l’adulto non debba mai avere paura, tristezza o provare disorientamento dentro le cose che accadono, ma l’adulto, mentre sta provando paura, tristezza e disorientament o, molto più velocemente, con molte più competenze dei soggetti in età evolutiva, deve trovare una sua sicurezza, una base solida, una sua adultità per diventare riferimento per chi cresce. La cosa che fa molto male a chi cresce è un mondo adulto che è spaventato da tutto e che nel momento in cui è spaventato diventa chiaramente spaventate e che non sarà mai più base sicura e di riferimento per i soggetti in età evolutiva.

Professor Pellai, lei prima parlava di life skills, da poco abbiamo anche una legge che promuove l’insegnamento delle competenze non cognitive già dal prossimo anno scolastico. In una società fortemente condizionata dalla sfera emotiva quanto è importante educare il bambino a sviluppare e consolidare queste competenze non cognitive?

Direi che questo significa educare il saper essere che è fondamentale e lo troviamo alla base del successo delle nostre vite. Non è tanto quello che sappiamo, il sapere o il saper fare, ma è il saper essere quello che ci permette di rendere il sapere ed il saper fare fertile e generativo all’interno della nostra vita e delle nostre professioni. Chiaramente il saper essere è fatto di variabili, di dimensioni e competenze che non stanno dentro ad una materia o a un curriculum cognitivo, ma stanno dentro ad una progettazione educativa nella quale sento che ti devo formare anche come persona e non solo come un portatore di un sapere di abilità e competenze. Come psicoterapeuta penso che la consapevolezza emotiva è una risorsa enorme e straordinaria per la nostra vita, è alla base di tutto quello che noi poi cerchiamo di raggiungere con i pazienti che ci chiedono aiuto, però fondamentalmente questo è quel dilemma che ogni giorno abbiamo nelle nostre vite in cui da una parte il nostro cervello emotivo ci fa sentire la vita, ci attiva sul fronte emotivo, dall’altra parte il nostro cervello cognitivo deve entrare in contatto con il cervello emotivo, gli deve parlare, in modo da permettere al cervello emotivo di dare senso a quello che sta provando, ma anche di individuare quei significati e quelle competenze autoregolative per cui io non mi trasformo in una zattera in balia delle tempeste emotive, ma all’interno di quelle tempeste trovo dentro di me quelle risorse che sono necessarie a saper affrontare la tempesta, che magari non avevo previsto, ma che nella vita posso incontrare. Queste cose sono predisposte dentro al nostro funzionamento mentale, noi abbiamo la possibilità e la capacità di costruire reti neuronali integrative tra parte emotiva e parte cognitiva del nostro cervello, ma questa fioritura di reti neuronali non avviene in modo spontaneo, in modo automatico, avviene nelle diverse fasi dello sviluppo in funzione delle qualità delle relazioni che viviamo e chiaramente anche delle esperienze in cui veniamo coinvolti e certamente anche del progetto educativo che gli adulti ci mettono a disposizione. Quindi avere questo focus e questa attenzione molto forte anche sulle abilità per la vita, su come si apprendono, come si educano e come si formano nelle diverse fasi del percorso evolutivo dei nostri bambini e ragazzi, rimane un elemento di fondamentale importanza ed è importante che il Ministero dell’Istruzione l’abbia resa una delle priorità da rimettere al centro della progettazione educativa in ambito scolastico a partire dal prossimo anno.

Professor Pellai, a questo punto ci dà qualche suggerimento metodologico su come strutturare l’azione didattica su queste competenze?

In generale i metodi ed i temi che noi portiamo all’interno della vita di classe sono quelli che mediamo dalle tecniche di educazione emotiva. Da una parte il metodo delle circle-time, che è un metodo che permette alla classe di viversi come un gruppo in ascolto e dialogo attorno a temi che possono essere anche molto attivanti e rispetto ai quali ognuno ha la possibilità di collocarsi e di raccontarsi e nel quale il docente assume il ruolo di tutor che facilita il processo di dialogo e di ascolto all’interno di un gruppo classe. Poi abbiamo la possibilità di introdurre tecniche di lavoro psico-motorio, in particolare intorno a temi attivanti, oppure introdurre sessioni di rilassamento corporeo che servono sempre e indipendentemente da quello che accade nel mondo esterno. Sono tecniche e metodologie molto utili che vanno insegnate per avere una padronanza e consapevolezza del proprio mondo interiore. A questo fine possiamo utilizzare anche altre tecniche come quelle di immaginazione guidata nella quale possiamo utilizzare narrazioni o portare storie, oppure, nel caso di preadolescenti ed adolescenti, possiamo proporre cartoni animati, film o far leggere libri attinenti a quello che vediamo narrato nella quotidianità e da una storia si può aprire un dibattito, un lavoro di comprensione del testo e delle immagini, della narrazione proposta ed è tutto un mondo che in realtà scrive dentro la nostra mente, al nostro corpo e alle nostre relazioni, che sono le tre dimensioni fondamentali che costruiscono il benessere di ciascuno di noi. Il rischio è che sui temi della quotidianità a scuola se ne parli con una modalità puramente informativa e cognitiva, che viene anche depositata in un cassetto della mente da chi l’ascolta, ma che poi non risolve tutta quella attivazione o quel bisogno che è imparare a saper essere di fronte a questi temi e che rimane una responsabilità educativa dell’adulto, perché i bambini non sono in grado di darsi da soli, in autogestione, questo genere di educazione.

Professor Ianes, dal punto di vista pedagogico, oltre all’argomento quanto è importante che l’insegnante adotti metodologie adeguate e lei quali suggerisce.

Vorrei riprendere un attimo il ragionamento di Alberto, perché mi piacerebbe che la scuola scrivesse nella mente e nel cuore dei nostri alunni il concetto di giustizia o ingiustizia. Chi lo scrive nella nostra mente il senso di quello che è giusto o non è giusto? È giusto invadere un paese? È giusto rubare il giocattolo al compagno se ti piace di più? Cosa è giusto e cosa non è giusto credo che sia un discorso valoriale, etico e politico e la scuola deve scrivere questi codici nella mente delle persone. Credo che molti di noi si sono costruiti questi codici mediante diverse modalità, ad esempio con delle letture oppure con delle militanze politiche. Se non abbiamo questo codice il problema etico non esiste, ma avremo solo un problema tecnico su come prendere la cosa che ci interessa, ad esempio se un paese è ricco di petrolio il problema sarà solo di come appropriarsi di quel bene. Il tema della giustizia è un tema che ti mette di fronte a continui dilemmi che coinvolgono il nostro operato, le nostre azioni. I dilemmi etici, i dilemmi di filosofia pratica, ci portano a riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni. C’è un bel libro edito da Raffaello Cortina sul dilemma etico del male minore intitolato “Uccideresti l’uomo grasso?” nel quale si affronta il problema se si è disposti a sacrificare la vita di una persona, appunto l’uomo grasso, per bloccare un carrello ferroviario e così salvare la vita di cinque persone legate sui binari. Comunque di base si commetterebbe un omicidio. Questi sono temi fondamentali per i nostri giovani, dai bambini piccoli fino ai più grandi, e che ci devono coinvolgere. Poi c’è un’altra questione ed è quella del concetto di “poter fare qualcosa”, di Agency, cioè io posso fare qualcosa rispetto ad una determinata situazione, come nel nostro caso su un tema così grande come la guerra, ed è una metodologia estremamente interessante, che può essere svolta proprio a scuola, ed è mutuata dal teatro dell’oppresso, cioè dal poter drammatizzare alcune situazioni e poi coinvolgere gli spettatori direttamente nell’analisi su come si potrebbe fare qualcosa in maniera differente, ascoltando le varie proposte che mano a mano vengono pensate e avanzate e facendo interpretare direttamente a loro i vari personaggi che adottano la nuova dinamica cambiando il finale. Con una modalità alternativa si riesce a produrre qualcosa che vada nella direzione della giustizia e della costruzione della pace. Questo è un po’ il senso di essere attivi, di poter determinare una piccola goccia nell’oceano che è formato da tantissime gocce, ma che senza di questa avrebbe una goccia di meno. A me piacerebbe che venisse recuperato lo spirito del “Friday for future”, cioè di questa attivazione degli studenti che sentivano di poter incidere in qualche maniera e c’era movimentazione. Il clima lo richiede, la situazione geopolitica lo richiede e allora questo sentirsi parte attiva, costruttori di pace, credo che sia fondamentale.

Chiudo con un’ultima domanda ad entrambi. In questi ultimi due anni e mezzo abbiamo vissuto la scuola principalmente sul piano del contenimento sanitario della pandemia, trascurando quegli aspetti di crescita della persona che ci siamo detti anche in questa intervista. Per il prossimo anno scolastico che cosa vi augurate?

Professor Pellai. Per quel che mi riguarda mi auguro una grande attenzione ai bisogni anche della sfera emotiva, interpersonale e socio-relazionale. Penso che si debba ripartire da una scuola che abbia intenzione di rimettere i suoi studenti al centro del percorso formativo invece che mettere al centro l’attenzione alla pandemia. Questo significa, e ce lo auguriamo, che mascherine e distanziamento non saranno più un limite all’incontro, ma vivere la scuola come un luogo da esplorare, anche all’esterno degli edifici scolastici, e utilizzare progetti di alternanza scuola-lavoro per permettere di mettere a confronto apprendimenti che ovviamente non possono essere valorizzati stando a distanza davanti ad uno schermo.

Professor Ianes. Io mi augurerei che i docenti della scuola non pensassero che le life skills, le competenze non cognitive, fossero una specie di materia, una cosa come l’educazione civica da inserire un po’ qua e un po’ là, che finisce solo per svilirla. Invece bisogna pensare a come rendersi direttamente attori di life skills dentro la propria ordinaria attività, perché è assurdo che uno faccia un’unità sull’empatia o sui giochi di ruolo e quando poi chiede delle cose al proprio studente non si è in grado di farsi ascoltare. Questo dimostra che nella vita reale non ho l’empatia, o non ho democrazia, o non ho sviluppo di quelle competenze socio-emotive di cui Alberto giustamente parlava, per cui dovrebbe essere proprio la dimensione nell’essere nostro e non nelle parole che diciamo o nelle attività che facciamo e magari dopo pensiamo anche all’interrogazione o alla verifica, allora abbiamo proprio sbagliato qualcosa. Queste competenze devono diventare parte del nostro essere educatori. Siamo stati forgiati nell’essere dall’esempio e dalla relazione con delle grandi persone, penso ad Andrea Canevaro, recentemente scomparso. Ma chi lo ricorda con affetto e riconoscenza lo ricorda per il suo esempio e per le sue relazioni che ha avuto con noi più delle parole che ha scritto o detto, che comunque erano assolutamente coerenti con il suo essere più profondo.

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