Argomenti Archivio 2015

Tutti gli argomenti

Come insegnare a bambini “veloci”?

Stampa

Claudia S. Amico- insegnante di Scuola Primaria – Da diversi anni ormai si leggono saggi che delineano i tratti di una società complessa.

Claudia S. Amico- insegnante di Scuola Primaria – Da diversi anni ormai si leggono saggi che delineano i tratti di una società complessa.

Per citarne qualcuno si veda Bauman con la sua società liquida e veloce, Morin e Bronfenbrenner con la teoria dei sistemi complessi, Martha Nussbaum e le sue teorie sull'accettazione della diversità come risorsa. Il quadro che ne viene fuori è quello di una società multietnica, interattiva, che cambia a ritmi compulsivi e che ha prodotto una mutazione genetica nell'essere umano.

Se l'ultima tappa evolutiva era stata quella dell'Homo sapiens sapiens e Sartori qualche decennio fa aveva visto con l'avvento dei mass media l'evolversi dell'homo videns, poi evolutosi in digital natives e successivamente transitato alla nuova identità del digital maker; oggi, forse, dobbiamo coniare un nuovo neologismo per definire l'homo (o forse sarebbe meglio chiamarlo ominide) che sta generandosi dalla connectid society. Un homo che di "social" ha ben poco, sebbene parecchi secoli fa Aristotele l'avesse definito "animale sociale" , se non quelle fittizie reti di relazioni sul web (le connessioni!?!), mentre di animale pare abbia conservato fin troppo.

Ed è proprio di questo che si vuole discutere: della mutazione genetica in atto da un decennio a questa parte che lascia basito chi che nella scuola ci lavora da almeno tre.

Un po' di storia. Qualche anno fa la società era molto semplice e lineare, di conseguenza anche l'insegnamento, nel rispetto dei principi di dewiana memoria ( si veda "scuola e società"), era semplice: niente tablet, niente PC, solo carta e matita, una buona dose di memoria, un po' di concentrazione e di riflessione e il gioco era fatto! Oggi non è più così. Tanti sussidi facilitano il processo di insegnamento/apprendimento: tablet, PC, smartphone e chi più ne ha più ne metta. I bambini sempre in età più precoce utilizzano la tecnologia e spesso in maniera incontrollata con effetti devastanti sulle abilità di concentrazione e di riflessione.

Agli insegnanti è stato chiesto di variare la presentazione della lezione in ragione dei diversi stili cognitivi presenti nella classe, perchè nel frattempo la ricerca ha dimostrato che l'intelligenza non è monofattoriale, come aveva teorizzato Sperman, bensì multifattoriale come dimostrato da Gardner e Sternberg. E noi insegnanti abbiamo accettato la sfida: abbiamo studiato e aggiornato le nostre conoscenze; da buoni immigrati digitali abbiamo imparato ad usare la lim e il tablet nella didattica; abbiamo compreso che per coinvolgere gli alunni bisogna motivarli a partire dalla loro esperienza, entrando nel loro mondo e parlando il loro linguaggio, nel rispetto dei canoni della didattica attiva e dell' apprendimento significativo (Bruner docet!).

Abbiamo in poche parole accettato la sfida dell'educabilità del soggetto contemporaneo. Ma chi è il soggetto contemporaneo? Come lo si tratta dal punto di vista didattico? Quali aspettative si possono nutrire nei suoi confronti? Il rischio è quello di sovrastimarlo con conseguenti cadute di autostima dell'insegnante o sottostimarlo con derivanti cadute di autostima del soggetto stesso.

Ci si aspetterebbe di osservare in classe un soggetto aperto alla relazione e alla cooperazione, considerato che la società da cui promana è per definizione "social"; invece no, nelle occasioni di lavoro cooperativo si assiste ad episodi di intolleranza, a manifestazioni aggressive di natura verbale e non. Qualcuno dirà che bisogna lavorare sul clima della classe, predisporre un setting adeguato, creare insomma le condizioni ottimali affinché si esprima la cooperazione piuttosto che la competizione, in ossequio all'Europa che ci vuole tutti "competenti", soprattutto dal punto di vista sociale.

E' proprio nelle occasioni di lavoro cooperativo che viene fuori la vera identità del soggetto contemporaneo e tutte le problematiche connesse alla sua educabilità.

Si osserva un bambino veloce che si muove a ritmi compulsivi spesso senza alcuna percezione del proprio corpo nello spazio; multitasking nella forma (compie più azioni contemporaneamente e inconsapevolmente) ma non nella sostanza (incapace il più delle volte di processare due informazioni simultanee); un bambino dall'attenzione e dalla concentrazione molto labili, che fatica a mantenere il focus dell'attenzione su un argomento per il tempo necessario a comprenderne i concetti; per certi versi immaturo sotto l'aspetto socio-affettivo perché incapace di gestire emozioni, pulsioni e compulsioni; di contro troppo adulto in certe manifestazioni comportamentali perché vittima di processi di adultizzazione e di sessualizzazione precoci (effetti perversi della società dell'informazione?).

Si osservano nelle nostre classi 2.0 – anzi 3.0 – bambini veloci, novelli Minotauri nel terzo millennio, con la testa da adulto e il corpo da bambino, vittime di una società che li vuole liquidi e veloci. Talmente liquidi da diventare in alcune occasioni invisibili, talmente veloci da non riuscire essi stessi ad andare oltre la superficie patinata della società delle immagini, alla ricerca del significato più profondo del loro essere bambini nell'hic et nunc.

E la didattica? Alla ricerca educativa la soluzione, perché oggi è già domani e le teorie, anche le più nuove, appartengono ormai a ieri.

Stampa

Corso di perfezionamento in Metodologia CLIL: acquisisci i 60 CFU con Mnemosine, Ente accreditato Miur