Come cambierà l’Inclusione, dal modello bio-psico-sociale dell’ICF al paradigma relazioni-diritti: “Quali diritti rispettare in base alla disabilità”. INTERVISTA a Giusi Toto

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Come cambia il concetto di inclusione grazie alla ricerca e alla sperimentazione? Ne abbiamo parlato con la Professoressa Giusi Toto, Docente ordinaria di Didattica e Pedagogia Speciale presso l’Università di Foggia, coordinatrice del Learning Science hub e delegata del Rettore alla Formazione Insegnanti e Formazione continua.

Professoressa Toto, l’inclusione ha bisogno di continue sollecitazioni per ampliare sempre più gli ambiti di riferimento, dalla scuola alle istituzioni alle associazioni e a tutte le realtà che si occupano di questo tema. Cosa vuol dire fare ricerca e formazione nell’ambito dell’inclusione e quali sono le linee che state esplorando?

Una bella domanda, d’inclusione ne parliamo ormai da trent’anni, questo per dire che abbiamo diversi dati e diversi punti di vista. La ricerca in questo momento è sia diacronica che sincronica e stanno portando ad un cambio di paradigma molto veloce, l’inclusione e la didattica speciale, e purtroppo per ora dobbiamo ancora usare il termine speciale, stanno avendo diverse modificazioni. Siamo partiti dal modello medico, dove concentravamo la disabilità e l’inclusione in relazione alla menomazione, e successivamente c’è stato un cambio di passo con il modello bio-psico-sociale dell’ICF, che è ancora molto diffuso in ambito scolastico, per poi arrivare ad un ulteriore cambiamento dove, con le modifiche apportate con la Convenzione internazionale per i diritti delle persone con disabilità, si centra il tema su relazione-diritti, ovvero quali diritti rispettare in relazione alla disabilità. La nostra ricerca prova a fare inclusione sociale e parte da un’idea che definirei riformista, in quanto si prefigge di mescolare tutti gli elementi della società per creare una reale inclusione. La nostra preoccupazione è che possa verificarsi una settorializzazione dei contenuti e della ricerca, questo non lo vogliamo, le pratiche inclusive devono tenere dentro un po’ tutti gli elementi, altrimenti continuerà ad esserci esclusione sociale ed educativa. A volte gli stessi soggetti che denunciano discriminazione hanno introiettato modelli che riguardano la loro stessa esclusione, nel senso che l’avvilismo è diventato un elemento anche per le persone con disabilità, quindi dobbiamo, come sistemi educativi, di ricerca e di realtà accademica, cercare di modificare questa visione e proiettarci verso un mondo che fa dell’inclusione una prospettiva a 360°.

Recentemente avete organizzato l’Inclusion Fest, un festival itinerante interamente dedicato all’inclusione scolastica e sociale, un evento che ha coinvolto l’intera città di Foggia e unito università, scuole, associazioni culturali e sociali impegnati a garantire un dopo di noi ad individui con disabilità. Quanto sono importanti queste iniziative per far dialogare in rete tutte le realtà che si occupano di inclusione?

A mio avviso è molto importante sponsorizzare queste iniziative. Le dico che l’Inclusion Fest viene da lontano, noi siamo orgogliosi di questo evento tant’è che stiamo programmando anche un’attività nuova per il 2024, ma tutto nasce con un festival del 2022 che abbiamo chiamato “GioStRa”, che era l’acronimo di Giornate di Studio per la cultuRa dell’inclusione, dove però, in quel caso, abbiamo fatto un piccolo errore perché anche noi avevamo settorizzato le tematiche suddividendole, ad esempio, in quella solo dell’autismo oppure in quella esclusiva per le disabilità cognitive, in realtà non avevamo fatto reale inclusione sociale attraverso questo momento di disseminazione, ma avevamo disseminato dei contenuti di carattere scientifico, e questo non c’è bastato. Quest’anno abbiamo voluto creare un festival dell’inclusione dove abbiamo provato a mescolare tutti gli elementi e credo che la risonanza sia stata molto forte, visto che ne parliamo anche con voi e a tal proposito volevo esprimere il mio apprezzamento verso il lavoro che fate, e ha avuto un valore così importante che se ne parlava anche in sessioni dove in realtà i confini legati alla disabilità si stemperavano, ad esempio c’erano laboratori artistici dove l’obiettivo era quello di comunicare un contenuto contro la discriminazione o contro delle differenziazioni di abilità che però confondevano un po’ lo spettatore rispetto al tema della disabilità. Secondo me dobbiamo fare ancora tanto, non abbiamo ancora abbattuto tutte le barriere che riguardano il concetto di specialità, però ci possiamo ancora lavorare ed è importante proseguire su questa strada. Le parole sono importanti, abbiamo visto un cambiamento di terminologia continua, questo significa che abbiamo un bisogno di cambiare la società, gli strumenti ed i percorsi educati, quindi il cambio di parola nei contesti della disabilità non è un problema, anzi è un vantaggio, perché sta dimostrando quello che sta accadendo nei contesti educativi.

Dicevamo prima che il concetto di inclusione ha bisogno di essere ampliato, non solo rivolto a chi ha un deficit, sia esso fisico o cognitivo, ma a tutta la platea di riferimento. Ci aiuta a comprendere come avviare questo vero e proprio cambio di paradigma?

La ringrazio per la domanda e mi costringe a tirar fuori un altro concetto che per me è ancora da dibattere. Ritengo che l’inclusione sociale può essere la vera leva per costruire all’interno della scuola e delle classi quella che viene definita oggi educazione emozionale. Questo perché l’educazione alle emozioni riguarda tutti gli studenti, e vale lo stesso per l’inclusione che fa lo stesso percorso, cerca di includere tutti gli studenti all’interno della classe e promuovere il benessere e quello che è il contesto di emozioni positive all’interno della classe. Questi due percorsi, secondo me, non vanno scissi, ovvero l’inclusione sociale con dei tempi, dei modi e degli strumenti e l’educazione emozionale con dei laboratori e così via, perché l’obiettivo è lo stesso. Possiamo raggiungere entrambi gli obiettivi che queste due forme di educazione stanno perseguendo all’interno della scuola, mediante l’utilizzo degli stessi strumenti. Non sto banalizzando la disabilità con l’educazione emozionale, so benissimo che sono due concetti diversi, però l’inclusione può essere lo spunto per creare laboratori che sviluppino emozioni positive all’interno della classe, ma davvero per tutta la classe e non soltanto per gli studenti con difficoltà o con altre forme di disabilità, quindi l’inclusione come strumento di modifica profonda delle relazioni sociali e di comunità.

Un’ultima domanda, come università di Foggia avete un’attenzione particolare verso gli ambienti esterni, sia scolastici che sociali. Quanto è importante che chi fa ricerca poi si confronti con chi ogni giorno vive la realtà scolastica e sociale?

È fondamentale, perché spesso, all’inizio della mia attività didattica accademica, mi veniva contestato che a volte chi parla di scuola non è mai entrato in classe. Io per fortuna ho un passato da docente di scuola, avendo svolto questo ruolo per dieci anni tra le scuole secondarie di primo e secondo grado, ed ho vissuto quei contesti, capisco però l’esigenza di voler dialogare e confrontarsi con chi fa ricerca o chi costruisce strumenti, perché oggi il termine protocollo ed il termine di strumentazione adottato all’interno della didattica ci sposta un po’ il focus sull’ambito clinico e medico, invece dobbiamo riappropriarci nei contesti educativi degli strumenti propri dell’educazione e dobbiamo iniziare con il riformulare i termini. Però un dialogo è necessario perché i docenti devono dire quali sono le difficoltà che incontrano a scuola, quali sono i bisogni educativi, che cosa emerge dal contatto diretto con la realtà sociale che hanno di fronte, perché gli studenti di oggi sono diversi da quelli di venti anni fa, questo è lapalissiano, però a volte manca del diretto contatto. Questo contatto è importante, anche perché per avere il feedback o conoscere i bisogni educativi degli studenti di oggi devo necessariamente dialogare con loro e posso farlo tramite il dialogo con gli insegnanti, che sono il canale principale. Pur volendo costruire dei laboratori, e a tal proposito abbiamo appena messo a punto un protocollo, uso questo termine ma in realtà sono una serie di laboratori che sviluppano l’inclusione per i bambini della scuola primaria, per poterli diffondere nelle scuole e per poter vedere l’efficacia e validarla nel contesto, è indispensabile la presenza ed il convincimento degli insegnanti della scuola primaria che poi sperimenteranno in prima persona questi laboratori e, se sono veramente efficaci, proporranno negli anni successivi questa metodologia anche nei contesti della scuola in cui operano.

 

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