Classi pollaio ledono il diritto allo studio, sentenza

Quella della composizione numerica delle classi è una questione delicata e che continua comprensibilmente a far discutere in Italia. Paese dove le strutture scolastiche sono vetuste e spesso per una questione di carenza di spazi ma anche per un risparmio di cassa si ricorre alle classi pollaio.

A volte ciò avviene all’interno della flessibilità prevista dalla normativa, a volte si va realmente oltre. Nel caso che segue una interessante sentenza del TAR del Lazio del 10 luglio la 07920 del 2020 affronta il caso di alcuni ricorrenti, tutti genitori di una classe che hanno agito tramite i propri legali impugnando il provvedimento dell’Istituto avente ad oggetto la composizione dell’organico per l’Istituto, nella parte in cui risultava la formazione e la presenza di una sola classe II (seconda), composta da n. 31 alunni con la presenza di diversi alunni disabili ed altri con disturbi dell’apprendimento. Il ricorso verrà accolto affermando principi il TAR che interessano tutti.

Il diritto all’istruzione garantito dalla legge 104

I giudici affermano che “ Il diritto all’educazione e all’istruzione, sancito dall’art. 12 della legge n. 104/1992, costituisce un diritto fondamentale del minore, che trova superiore riconoscimento nell’art. 38, comma 4 Costituzione e, sul piano degli obblighi internazionali dello Stato, nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 13 dicembre 2006, ratificata dall’Italia con legge n. 18/2009. L’esistenza di margini di discrezionalità del legislatore, nell’individuare le misure occorrenti per dare attuazione ai diritti delle persone disabili non può essere negata. È stato tuttavia chiarito come detto potere discrezionale incontri, comunque, il limite del “rispetto di un nucleo indefettibile di garanzie per gli interessati” (così Corte Cost. 26 febbraio 2010, n. 80). E la qualificazione del diritto all’istruzione quale diritto fondamentale del minore rappresenta un approdo da tempo condiviso in seno alla giurisprudenza amministrativa, la quale riconosce come l’obiettivo primario resti quello della massima tutela possibile degli interessati all’istruzione e all’integrazione nella classe e nel gruppo scolastico: un diritto che assume natura individuale, ma anche sociale, dal momento che l’istruzione rappresenta uno dei fattori maggiormente incidenti sui rapporti dell’individuo e sulle sue possibilità di affermazione personale e professionale (cfr. Tar Toscana, sez. I, 19 settembre 2016, n. 1367)”.

Il necessario coordinamento tra le norme nella formazione nelle classi nel caso di presenza di alunni disabili

“Per l’art. 5, comma 2, d.P.R. 81/2009, “Le classi iniziali delle scuole ed istituti di ogni ordine e grado, ivi comprese le sezioni di scuola dell’infanzia, che accolgono alunni con disabilità sono costituite, di norma, con non più di 20 alunni, purché sia esplicitata e motivata la necessità di tale consistenza numerica, in rapporto alle esigenze formative degli alunni disabili, e purché il progetto articolato di integrazione definisca espressamente le strategie e le metodologie adottate dai docenti della classe, dall’insegnante di sostegno, o da altro personale operante nella scuola …”, mentre per l’art. 17 “Le classi intermedie sono costituite in numero pari a quello delle classi di provenienza degli alunni, purché siano formate con un numero medio di alunni non inferiore a 22; diversamente si procede alla ricomposizione delle classi secondo i criteri indicati all’articolo 16”. Quindi, se da una parte la normativa stabilisce che le classi intermedie non debbono essere composte da un numero di alunni inferiore a 20, dall’altra è altresì previsto che in caso di presenza di alunni disabili le classi iniziali debbano, di regola, essere composte da un numero di alunni non superiore a 20.Queste norme vanno lette in maniera coordinata e vanno altresì coordinate con i principi a tutela del diritto all’educazione e all’istruzione, determinando quindi la necessità che l’Amministrazione, nella formazione delle classi, tuteli tutti gli alunni, con disabilità o meno, tenendo conto, “nella composizione delle classi scolastiche del numero degli alunni disabili o con situazioni di svantaggio e disagio onde evitare che vi sia un serio nocumento al diritto all’istruzione per la difficoltà di impartirlo effettivamente a classi troppo connotate da percorsi differenziati di apprendimento ed il conseguente eccesso di potere per illogicità o irragionevolezza della scelta effettuata” (così ordinanza CdS 278/2020)”.

Una classe con diversi alunni disabili e disturbi dell’apprendimento non è idonea a garantire il diritto allo studio a tutti gli alunni

Nel caso in esame, rilevano i giudici che il provvedimento impugnato, “stante l’evidente automatismo della sua redazione, appare privo della necessaria motivazione inerente la garanzia del diritto allo studio a tutti gli alunni componenti la classe, alla luce della peculiare situazione in cui versava la classe per la presenza di 4 alunni portatori di handicap grave, 1 alunno portatore di handicap non grave e 12 alunni con disturbi dell’apprendimento”.

Bisogna chiedersi come sia stato possibile che l’amministrazione scolastica abbia dato il via libera ad una composizione delle classi in questo modo stante la problematica emersa e soprattutto quale il ruolo di vigilanza effettuato dagli uffici scolastici. Bene hanno fatto in tal caso i genitori ad agire tramite i propri legali per la salvaguardia del diritto allo studio di tutti gli studenti della classe. Le violazione denunciate sono state le seguenti: violazione e falsa applicazione degli artt. 2, 5 e 16 del d.P.R. n. 81/2009; violazione art. 38, comma 3, Cost., artt. 2, 3 e 38 Cost.; violazione della l. 104/1992; violazione del d.lgs. 297/1994-; inapplicabilità dell’art. 16 d.P.R. 81/2009. 2. Violazione di legge: violazione d.P.R. n. 81/2209; violazione artt. 7 e 24 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità del 13 dicembre 2006, ratificata con l. 3 marzo 2009, n. 18; violazione del d.m. n. 141 del 3 giugno 1999, eccesso di potere .

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