“Ci vuole una scuola buona”. La responsabilità e l’amore per gli altri. Lettera

di redazione
ipsef

Cos’è l’assunzione di responsabilità? Innanzitutto prendersi cura di qualcosa, di qualcuno, fare in modo che chi o cosa dipende da noi non riceva danni dal nostro comportamento.

Partendo da questo ragionamento credo sia utile fare una riflessione comune. Oggi tutti siamo attenti a mettere in chiaro quali siano le nostre responsabilità, forse perché ci preoccupiamo degli altri o di ciò che ci circonda?

Non credo. Facciamo un esempio pratico, parliamo di scuola, il Patto di Corresponsabilità Educativa, che in qualche modo sostituisce la precedente Carta dei Servizi, sembra partire da un’intenzione nobile, dall’intento di migliorare il Patto Formativo, ma in realtà finisce per stabilire quali siano le reciproche responsabilità in forma di tutela delle diverse parti coinvolte, che in sintesi si riduce a definire di chi siano le colpe all’occorrenza. Ho sentito dirigenti esporlo ai docenti in questi termini: “Finalmente un documento che ci tutela”, ricordo che quella frase mi aveva atterrita, presagio di una scuola che cominciava a svilire il suo mandato.

La scuola dovrebbe essere il luogo della condivisione. Costituire patti, cioè accordi, dovrebbe mostrare la nostra capacità di cooperare per svolgere una funzione che concorra alla formazione e all’educazione dei nostri ragazzi e non descrivere la puntigliosa disamina per tutelarsi dall’altro. Gli insegnanti si difendono dai genitori, i genitori difendono i diritti dei loro figli, i dirigenti controllano gli insegnanti, chi rimarrà a prendersi cura dei nostri ragazzi? Chi si assumerà la responsabilità di occuparsi del loro futuro e della serenità del loro presente? Questa generazione sta crescendo orfana di modelli di riferimento e noi tutti siamo responsabili di tale fallimento. Il diritto all’istruzione nasce, come molti diritti, come atto d’amore nei confronti del prossimo, dunque si potrebbe dire che la mancanza di dedizione profonda e sincera determina la mancanza di assunzione reale di responsabilità. Perché non ditemi che andare per tribunali per rivendicare i diritti dei nostri figli sia un atto di responsabilità,  non ditemi che valorizzare un docente a svantaggio di un altro sia fare giustizia e premiare il merito e potrei continuare con tantissimi esempi. Possibile che attaccare, rivendicare, criticare sia l’unico baluardo rimasto?

Ultimamente non so più che fare, gli insegnanti per antonomasia rappresentano quella parte di società civile che non tollera le ingiustizie, oggi non so più riconoscere i miei compagni di viaggio, non so più chi affiancare, tutto si confonde e le ragioni reali svaniscono. Si scrivono enunciati con il solo scopo di farli funzionare, in modo che siano accattivanti, che catturino l’attenzione del momento, si rubano le parole degli altri, gli slogan, i concetti, solo per guadagnare visibilità e nel frattempo i nostri ragazzi crescono e guardano attoniti questo spettacolo mal recitato a cui, giustamente, faticano ad abituarsi, ma noi piuttosto che assumerci le nostre responsabilità abbiamo preferito dare nomi ridondanti a tale disagio, trattando il tutto come malattie. È vero sono malattie, quelle della nostra società, incapace di amare e di fare del bene.

Finché non capiremo che assumerci le nostre responsabilità passa necessariamente per la capacità di cooperare, di ricostruire insieme, con fiducia, ponti che ognuno di noi ha contribuito a far crollare, non saremo mai in grado di offrire una scuola davvero buona ai nostri ragazzi e loro se ne accorgeranno, saranno gli spettatori inermi di una pessima rappresentazione, che non è lo scenario di una guerra possibile, ma battaglia viva, già in essere e che produce vittime ogni giorno.

Diceva Don Bosco: “Mi rivolgo a voi educatori, genitori, insegnanti, sacerdoti. Ricordatevi che l’educazione è cosa di cuore. È importante che i giovani non solo siano amati, ma che gli stessi abbiano coscienza di essere amati.” Ai posteri…

Gaia Colosimo

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