Chiudiamo le scuole e approfittiamo per educazione digitale degli studenti e rimessa a nuovo degli edifici

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lettera inviata da Diego Pizzorno – Nel fracasso che ammorba la scuola in tempi di pandemia, è possibile leggere tutto e il suo contrario. Opinioni, spesso improntate al chi la spara più grossa, e presto cristallizzate in due facili schieramenti: l’uno favorevole quasi senza condizioni alla riapertura delle scuole; l’altro sostanzialmente contrario, o molto cauto.

In quest’ultimo schieramento, si vedono per lo più docenti, non di rado anche Dirigenti scolastici, i quali c’è da ritenere che abbiano una conoscenza più diretta di una realtà scolastica investita, com’è nostro costume, da una scialba retorica. Quella delle scuole come imprescindibili luoghi di aggregazione sociale, quella delle “generazioni perdute”: private, cioè, di una didattica in presenza a dire il vero sempre più scadente, per complicità assassina di una Scuola che chiede sempre di meno agli studenti.

Fuor di retorica, sarebbe bene dire anzitutto che, in una situazione di emergenza sanitaria e di conseguenza economica, la scuola non è una priorità per il Paese. Tanto più che, come qualcuno ha detto prima e meglio di me, la scuola non è sparita. Ha continuato a esserci in altra, e non poi molto disprezzabile, forma. Certo, che i ragazzi debbano stare rinchiusi in casa non è proprio il massimo della vita. Ma con le pandemie non si scherza, come abbiamo avuto modo di vedere, battendoci contro il naso più volte. Ed è casomai ben più preoccupante l’analfabetismo digitale e informatico riscontrato in molti ragazzi, che, persino nelle scuole secondarie di secondo grado, non sanno inviare una mail, e tantomeno sanno cosa sia un elaborato digitale.

È questa situazione di grave arretratezza dei nostri ragazzi, e non le scuole chiuse, che non può essere tollerata. I cosiddetti “nativi digitali” sono in verità dei primitivi digitali. Forse è tardi, ma bisognerebbe sfruttare l’emergenza pandemica per colmare lacune di cui non eravamo al corrente. In un mondo globalizzato, nel quale occorrerà spostarsi sempre di più per trovare un posto di lavoro, non è accettabile che vi siano ragazzi che non hanno mai pigiato le dita su una tastiera, che non dispongono di connessioni internet dignitose, che non sanno utilizzare gli strumenti più basici dell’informatica, che a malapena iniziano ad avere una qualche confidenza con le video-lezioni.

Che poi sarebbe cosa propedeutica alle videoconferenze lavorative. La pandemia ci ha risvegliati da certi incantesimi, ed è su questo brutto risveglio che sarebbe meglio concentrarsi, piuttosto che procedere a strattoni tra infiniti dibattiti su riaperture e chiusure delle scuole. Al momento, è bene che gli edifici scolastici siano chiusi, e sarebbe altrettanto bene che giungesse una voce forte su questo punto, anche perché la continua indecisione su cosa accadrà tra un paio di settimane non aiuta.

Abituiamo i ragazzi, e le loro famiglie, a una realtà digitale che non può essere limitata alle mirabilia dello smartphone, pena l’incapacità di muoversi, poi, nel mondo del lavoro. Cogliamo, infine, l’occasione di una chiusura totale delle scuole per portare avanti lavori di messa in sicurezza degli edifici scolastici, che la retorica imperversante ha dimenticato essere molto spesso fatiscenti o inadeguati. Della cosa si gioverebbe non soltanto l’economia, ma anche la Scuola stessa, che magari ritornerebbe “a veder la luce”, o a “riveder le stelle” per dirla con Dante, in condizioni meno aberranti di quelle a cui ormai eravamo assuefatti.

Si tratta, me ne rendo conto, di rinunce. Ma tutti quanti siamo costretti a rinunce, e non è pensabile che la Scuola possa essere una realtà monadica.

Responsabilizzare i ragazzi di fronte all’emergenza, per condurli in una dimensione formativa diversa ma tutt’altro che risibile per il loro futuro. Si dirà che i genitori hanno bisogno delle scuole aperte, argomento che riporta in auge la terrificante dimensione delle scuole-parcheggio, perché altrimenti come fanno a lavorare? Anche da questo punto di vista, bisognerà pur dire che certe affermazioni dimostrano una forma mentis piuttosto arretrata. Chi non si connette alla video- lezione, o fa il furbo spegnendo il congegno informatico per farsi i fatti suoi, è l’equivalente del ragazzo che, piaccia o meno, non andava a scuola ingannando i genitori. Ecco, forse, su quest’ultimo punto, magari lo studente si sentirà meno libero, per via del fatto che molti genitori sono in casa. Ma sono libertà da cui stare alla larga.

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