Chimienti (M5S), se fossimo a Viale Trastevere: no chiamata diretta, no premialità, no TFA terzo ciclo

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Il momento politico è certo dei più delicati, anche per la scuola. Appese a un filo le speranze dei neolaureati e dei precari di III fascia per l’attivazione di un terzo ciclo TFA, ipotesi a cui i Cinquestelle continuano a professarsi fermamente contrari – del resto sul tema scuola hanno sempre dimostrato coerenza (no ai percorsi abilitanti, no alla premialità, no alla chiamata diretta).

È ancora una volta Silvia Chimienti a illustrarci come imposterebbe il lavoro se, un giorno, toccasse a lei e alla sua squadra trasferirsi a viale Trastevere.

Onorevole Chimienti, il premier uscente Renzi ha detto pubblicamente che la Buona Scuola rimarrà un’eredità per gli italiani anche dopo la fine del suo mandato. Lei la pensa diversamente, ma la riforma è ormai giunta nelle sue fasi attuative.
“Senza un Governo di estrema discontinuità rispetto all’esecutivo di Renzi sono certa che la buona Scuola resterà un’eredità. Un’eredità nefasta, tuttavia: un’eredità di aspettative frustrate, di stravolgimento di vite e di relazioni familiari a causa degli errori e della fretta di procedere per poter dire di averlo fatto. In questo senso, la legge 107 non è certamente qualcosa di cui Renzi dovrebbe vantarsi visto che il voto del mondo della scuola è stato determinante ai fini della vittoria del NO al referendum e delle conseguenti dimissioni del premier. Ma evidentemente nel Partito Democratico manca perfino l’umiltà di ammettere gli errori fatti, a partire dalla totale mancanza di ascolto di docenti e studenti prima e durante l’esame della Buona Scuola in Parlamento. Hanno ignorato uno sciopero da un milione di persone e ora parlano di eredità da tramandare? Mi fa sorridere.

Detto questo, è evidente che la legge 107 sia ormai in gran parte in via di attuazione ma noi crediamo che, senza troppi traumi, si potranno rivedere i punti sostanziali della riforma che sono anche quelli che sono risultati più indigesti al mondo della scuola e che hanno generato solo caos e nuovi oneri burocratici per le segreterie o per i docenti.
Si dovrà agire nel modo più efficace e indolore possibile per eliminare dall’orizzonte gli ambiti territoriali e la chiamata diretta, ripristinando il sistema più trasparente delle graduatorie. Si dovrà agire sull’organico del potenziamento, che oggi è un limbo insensato che frustra docenti e dirigenti, cercando di renderlo davvero utile per gli studenti. Si dovrà rivedere completamente il sistema dell’alternanza scuola-lavoro, rendendolo davvero un’opportunità e non un obbligo inutile o, peggio, un onere burocratico per i docenti. Si dovrà restituire pieno potere agli organi collegiali, ritornando alla figura del preside intesa come primus inter pares, che sintetizza e armonizza le decisioni dei collegi docenti e dei consigli d’istituto. Si dovrà eliminare qualsiasi riferimento ad una premialità nello stipendio legata a fumosi criteri di merito decisi dal dirigente scolastico: la grande sfida sarà restituire dignità al mestiere di docente e impedire che sorga un dannoso spirito di competizione tra docenti. Questi sono solo alcuni dei pilastri della legge 107 che abbiamo il dovere di abbattere per poi iniziare a costruire qualcosa di nuovo e largamente condiviso”.

C’è qualcosa che si può salvare o è tutto da buttare?
“Onestamente, c’è ben poco da salvare. Forse soltanto il fatto di aver reso la formazione dei docenti obbligatoria e permanente. Ma questa misura, in maniera discriminatoria, vale solo per i docenti di ruolo e di certo, anche in questo caso, le modalità per darvi attuazione sono inadeguate. Il bonus da 500€ è una mancetta che doveva servire solo a scopi elettorali e per tenere buoni i docenti con il contratto bloccato da otto anni. Ma non ha funzionato: i docenti non li “compri” con 80€ o con 500€. Peraltro, quanto alla card si registrano gravissime difficoltà organizzative per riuscire a usufruirne. Ugualmente, l’introduzione di alcune buone discipline come ad esempio i percorsi di educazione alla parità di genere che avevano destato tanto scandalo, in verità si sono rivelate, come prevedevamo, solo spot senza ripercussioni concrete”.

Se nelle prossime settimane il Movimento Cinque Stelle potesse esprimere il ministro dell’Istruzione, pensa che il suo nome potrebbe essere tra i papabili? Come imposterebbe il lavoro a viale Trastevere, quali sono le priorità?
“Mi sentirei di smentire queste voci. Nel M5S ciò che conta sono i programmi, non le persone. Chiunque di noi porterebbe avanti un programma ben preciso e avallato dai cittadini. Noi lavoriamo in squadra, non da singoli. Credo che vent’anni di berlusconismo e tre di renzismo abbiano insegnato che i modelli dell’uomo solo al comando o del redentore della patria hanno ampiamente fallito. Se vorremo fare qualcosa di buono anche per la scuola, dovremo necessariamente costruire una squadra a viale Trastevere, una squadra forte e coesa che coinvolga anche persone che sono al di fuori del Movimento, ma che in questi anni hanno lavorato a stretto contatto con noi, credendo nel nostro progetto. Abbiamo bisogno delle migliori idee ed energie, abbiamo bisogno di lavorare in strettissima sinergia con tutti gli attori del mondo della scuola e con quella parte di società che vede in noi l’unica possibilità di cambiamento. Se dovessimo arrivare a viale Trastevere, cercheremo di attuare questa piccola rivoluzione: non ci chiuderemo nei palazzi ma, al contrario, li apriremo.
Le priorità a breve termine saranno certamente legate a quanto dicevo prima: rendere il più innocua possibile la pessima legge 107. Dovremo investire le prime risorse a disposizione per procedere a nuove assunzioni partendo dalla scuola dell’infanzia e dai docenti GAE esclusi dalla 107 e beffati dall’emendamento Puglisi all’ultimo decreto scuola. Dovremo studiare un piano transitorio perfetto che garantisca agli abilitati di seconda fascia una prospettiva certa negli anni a venire, partendo dall’assunzione di tutti i vincitori e idonei dell’ultimo concorso che sono anch’essi abilitati. Dovremo mettere a punto il nuovo sistema di reclutamento docenti per garantire anche a terza fascia e neolaureati una via di accesso in tempi brevi. Soprattutto nel Sud Italia, laddove ci sono gli studenti ma mancano le cattedre, dovremo potenziare gli organici, ripristinando il tempo pieno e le compresenze e diminuendo il numero degli alunni per classe: questo consentirà di combattere seriamente la dispersione scolastica e di garantire un buon numero di assunzioni anche al Sud, evitando gli esodi di massa verso il Nord. Nel lungo termine abbiamo progetti molto ambiziosi per la scuola, ma il tutto verrà ampiamente esposto prossimamente”.

Che tipo di soluzione darebbe ai precari di III fascia?
“La nostra soluzione è questa, l’abbiamo proposta nel 2014 e non è mai cambiata: va fatto un censimento della terza fascia per capire quanti docenti abbiano maturato i famosi 36 mesi di servizio. Bisogna avere numeri certi della platea per poter fare una proposta che non sia populista e “caccia voti” ma concreta e realizzabile. Essendo stato bandito un PAS nel 2014, immaginiamo che non si tratti di numeri elevati. La strada principe sarà quella di evitare inutili e dispendiosi corsi abilitanti e di garantire a tutti gli aspiranti docenti un corso-concorso bandito annualmente che dia direttamente accesso alla scuola in maniera stabile dopo un anno di tirocinio. Per coloro che hanno maturato i 36 mesi di servizio dovrà esserci una via di accesso preferenziale tramite questo stesso sistema. Questa via va studiata come dicevo prima anche in base ai numeri: certamente, fin da ora, si può ipotizzare una quota consistente di posti riservati nei concorsi e l’esonero dal tirocinio. Vorremmo far passare questo messaggio: i docenti di terza fascia devono smettere di chiedere il PAS o il TFA che si sono rivelati soltanto truffe ai danni della categoria. Parlo di truffe perché, a fronte di una spesa di 4000€ e di un anno di esami e tirocinio,  non hanno garantito a nessun abilitato l’accesso alla scuola. I percorsi abilitanti partoriti dalla Gelmini sono uno step intermedio inutile che è servito solo a foraggiare le università in crisi e che va eliminato subito. Noi non sosterremo chi chiederà di abilitarsi anche se in possesso dei 36 mesi di servizio: sosterremo chi chiederà una via prioritaria per accedere stabilmente alla scuola in virtù del servizio svolto, della sentenza europea e della passione per la professione. Se questo ci farà perdere consensi, pazienza. Dobbiamo agire per il bene della scuola e per non ricreare sacche di precari delusi e arrabbiati, non per il consenso del MoVimento 5 Stelle”.

Nuova doccia fredda da Ocse –Pisa 2015. Lei è un’insegnante, a che cosa attribuisce la responsabilità della minore performatività degli studenti italiani rispetto ai loro coetanei stranieri? Eppure passano più tempo in classe e sui libri e la spesa per l’istruzione nel nostro paese non è tra le più basse…
“Non voglio dire che non siano attendibili le valutazioni internazionali, ma credo anche che vada ridimensionato un po’ il loro valore. In fondo si tratta di sistemi di valutazione asettici che non registrano tutti gli aspetti della preparazione degli studenti, un po’ come il sistema INVALSI. Altri dati ci parlano infatti delle eccellenze del nostro Paese e dei nostri ricercatori e dottorandi che sono tra i più bravi in Europa e nel mondo. E se ci sono eccellenze in un Paese, il merito va soprattutto  alla scuola che li ha preparati nei primi anni di vita. Credo che il nostro sistema scolastico possa migliorare, ma che non si debba descrivere l’Italia come un Paese con un sistema d’istruzione debole o che non funziona.
L’OCSE parla anche di forti differenze regionali e questo è l’unico dato che mi preoccupa seriamente perché dipinge un’Italia con diverse opportunità: se gli studenti della Lombardia svolgono performance migliori rispetto a quelli della Campania abbiamo un problema serio. E abbiamo, di conseguenza, il dovere di potenziare le scuole e le università del sud Italia e dei territori che più di altri risentono di fattori socio-economici più svantaggiosi rispetto ad altre zone della Penisola.
I miei colleghi sono stati in Finlandia a gennaio per capire quali fossero i segreti di un sistema d’istruzione che l’OCSE considera il migliore al mondo. Ebbene, la verità è che ci hanno descritto una realtà che per certi aspetti è migliore rispetto all’Italia, ma che per altri aspetti non lo è. Dunque, si deve evitare l’errore di prendere un modello qualsiasi e cercare di importarlo in Italia, slegandolo dal contesto sociale e culturale, come ha fatto ad esempio la Giannini che ha inteso importare il sistema duale tedesco, pensando che rendere obbligatorie 400 ore di lavoro alle superiori avrebbe combattuto la disoccupazione giovanile. L’Italia non è la Germania e non è la Finlandia, ma abbiamo i nostri punti di forza. Si deve lavorare per innovare la didattica, mettere al centro le potenzialità di ogni studente, promuovere metodi pedagogici alternativi ma, nel contempo, si deve lavorare per evitare che il sapere venga completamente asservito al profitto e alla logica dell’utilità a fini pratici e immediati a tutti i costi. La scuola non serve solo per trovare un lavoro in linea con le proprie inclinazioni. La scuola serve anche, e io direi soprattutto, a formare cittadini che abbiano strumenti culturali adeguati, che sappiano ragionare in maniera critica, che siano curiosi e ambiziosi lungo tutto l’arco della vita. Questo per dire che le materie “inutili” non esistono, che il latino, il greco, la letteratura, la storia dell’arte, la musica, la filosofia, la geografia e la storia non vanno confinate sempre più nel cantuccio delle discipline retaggio un passato nostalgico in cui ci si poteva permettere il lusso della conoscenza. Matematica, lingue straniere e informatica sono fondamentali ma non sono sufficienti per il nobile scopo che deve raggiungere la scuola. Peraltro il nostro Paese ha delle peculiarità uniche al mondo: il nostro patrimonio storico, artistico e culturale ha potenziali immensi a livello di occupazione e di indotto legato al turismo, all’enogastronomia e alle eccellenze del Made in Italy. Distruggere il sapere, il liceo e le facoltà umanistiche non è certamente lungimirante se vogliamo costruire un’Italia che finalmente valorizzi le proprie ricchezze e il proprio passato. Ripartiamo dalla storia dell’arte, dall’archeologia, dalla letteratura, trasmettiamo ai nostri studenti l’amore per la storia e per i luoghi del Paese più bello del mondo: la scuola capitalizzi il nostro patrimonio mostrandone la bellezza e le immense potenzialità alle nuove generazioni e tra trent’anni, sono certa, non ci pentiremo di averlo fatto”.

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