Chiamiamola didattica dell’emergenza. Lettera


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inviata da Francesco Cutolo – La Didattica a distanza è una barbarie, è il canto del cigno di un fallimento annunciato. Non ci vendano fumo, non ci osannino, perché essa è stata una scelta subita, un declassamento, da pedagogisti a pedagoghi, da attori a fruitori passivi e alchimisti massmedianici. 

Chi fa apologia della DAD evidentemente è lo stesso che oggi non sa cosa valutare anche perché, forse, non sa neanche cosa significa fare veramente e-learning sottoforma di Didattica a Distanza.

Sarebbe altresì opportuno, meglio e più realistico, parlare di didattica dell’emergenza, spezzatino e intruglio del mestiere dell’insegnare fatto altresì di gesti atavici e conseguenziali, sapienti e calibrati, che prevedono momenti distinti e modulati nel processo educativo e di apprendimento.

Qui non è stata generata una nuova Paidea e nemmeno una nuova pedagogia, perché l’investimento tecnologico ha funzionato nel mondo del lavoro, del terziario e della produzione, semplificando e sostituendo dove possibile la presenza umana oppure rafforzandone l’efficacia.

Sì proprio l’efficacia è il tallone di Achille della DAD. Qual è l’efficacia della DAD nel processo educativo e di apprendimento nonché nell’interazione insegnamento-apprendimento? Marginale.

È marginale e pressoché nulla anche la valutazione connessa che sarà sempre parziale, sia che guardi all’aspetto educativo sia a quello formativo e ancora di meno per ciò che attiene a quello sommativo.

Un sepolcro imbiancato. Un apparire più potente dell’essere, un delirio onnisciente ma inefficace, un osservare nella migliore delle ipotesi, i processi che per loro stessa definizione si dipanano con tempi e modalità precise.

Anche valutare un processo richiede adeguati indicatori e descrittori realisticamente calibrati e non arrabbattati alla meno peggio e meno che mai affidati alla barbarie di emergenze e misure tampone.

L’ambiente digitale è per sua stessa definizione un artefatto, una sovrastruttura programmata secondo codici e comandi preconfezionati; un ambiente di apprendimento, nel senso più ampio del termine, si crea altresì con setting significativi, dove anche l’improvvisazione e la relazione rivestono un ruolo fondamentale, anzi costituiscono materia fondante per l’allargamento della zona prossimale di apprendimento.

Non si può perciò, nell’impreparazione più genuina e per certi versi involontaria, fare didattica sommativa e valutarla in maniera formativa.

È il medico che fa diagnosi con strumenti sbagliati ed elabora terapie e prognosi conseguenzialmente sbagliate.

Scuola e politica, sono numeri primi, si sfiorano ma non si toccano, l’una ha basi pedagogiche l’altra segue mode, umori, demagogia, populismi e non richiede alcun tipo di approccio professionalmente conseguito.

Eppure la barbarie dell’una finisce sempre per sottomettere l’altra trascinando la scuola, finanche autoconvincendola di aver trovato l’ennesima ricetta risolutiva.

Poi arriva la scure del CSPI, organo tecnico, composto da presidi e pedagogisti, che fornisce pareri non vincolanti, che dice per la scuola primaria sarebbero meglio giudizi e non voti, dubbi di costituzionalità sull’esame di terza media così come proposto. Se non è barbarie questa.

La base da tempo chiedeva di formulare giudizi e non voti per i più piccoli, segmento di scuola quella primaria in cui la relazione e l’ empatia sono le prime “competenze” su cui lavorare. Non quantità, bensì qualità.

L’ebrezza di qualche soldo, poco o molto che sia, non servirà a colmare il baratro relazionale in cui sono venuti a trovarsi bambini e famiglie, sopiti a malapena da un barlume di surrogato digitale di relazione. +

Un conto è integrare, diversificare, sopperire alla meno peggio è ben altro conto è decantare le “colonne d’Ercole” in cui è impantanata la scuola in questo momento.

Con la DAD, non ci sarà alcun volo di Ulisse, semmai si rischia il volo di Icaro, se non quello pindarico verso l’ignoto.

Si ritorni coi piedi ben piantati per terra, si ascolti il parere dei tecnici, si bandiscano facili demagogie.

Umanesimo. Covid-19 ha messo in discussione proprio l’umanesimo, mutilandolo e prostrandolo.

Se non è chiaro, si continuino a comprare computer e tecnologie, in molti casi anche sotto utilizzate e superate velocemente dall’obsolescenza tecnologica, fornendo competenze forgiate per l’asservimento al mondo del lavoro e a farci sentire vivi perché connessi(quando funzionano), Bauman, ci aveva ammonito in tal senso ed anche Morin ci aveva spiegato che sapere tante cose non ci avrebbe certamente resi migliori semmai l’unitarieta’ dei saperi, che è il limite più evidente della DAD, poteva essere una chiara competenza verso cui propendere.

Ancora Morin, ci ha parlato dell’ecologia del sapere da coltivare con relazioni vere, e non con modalità finanche orwelliane.

Il Covid-19 non l’ha voluto nessuno, questo è evidente, ma un’emergenza può trasformarsi in una opportunità, sempre che si mettano al centro valori veri ed esigenze concrete, chiamando col proprio nome le cose e ragionando su quello che davvero si vuole.

Perché non investire sugli spazi e sulla sicurezza? Covid alligna proprio negli spazi stretti, perché non pensare a investire in strutture da riconvertire? Anche non propriamente asset scolastici ma pure di altre realtà? Perché non rendere agita l’idea di scuola comunità?

Piattaforme reali e virtuali che si trasformano in arcipelaghi interagenti in grado di migliorare il piano dialogico educativo e formativo con corresponsabilità chiare e agite.

Magari si può pensare di modulare il tempo scuola con quello della Didattica propriamente detta e quello della didattica esperienziale  affidandola  con tempestività e adeguati investimenti, anche ad altre agenzie educative. Meglio un monitor? Meglio doppi turni e rotazioni? Roba superata e altrettanto limitante dell’offerta formativa. La scuola non è un’azienda, non produce coppole, semmai quello che c’è sotto le coppole, menti pensanti. Si faccia rete, davvero, finanziando con cifre adeguate, un punto di PIL in deficit vale quanto due punti di PIL in deficit, se davvero si vuole superare la barbarie e l’iniquita’ di un nuovo disagio digitale, alienante e sterile.

Il soliloquio, il solipsismo verso cui pare propendere l’organizzazione del prossimo anno scolastico pare spingere la scuola, se l’emergenza Covid dovesse permanere, peggio ancora aggravarsi, ma anche essere un ricordo, verso un inutile atoreferenzialismo ed esclusività di progetto di cui da tempo, e da più parti, invece si dichiara e si rivendica reticolarità.

Si abbia il coraggio di ripartire dall’uomo e dal cittadino e non si pretenda di risolvere tutto con un’amnistia che renda per magia tutti cittadini anche digitali, non serve, occorre fare rete, occorrono spazi reali almeno per un 75 per cento, il restante 25 potrà anche essere Didattica a Distanza.

La sola mistica del digitale non sarà sufficiente.

Questo paese è in ginocchio, lo dicono i vari indicatori economici, la ripartenza sarà dura, le famiglie dovranno rimboccarsi le maniche e il telelavoro non è possibile per tutti, perciò occorrerà riaffidare i propri figli a mani sicure ed esperte in spazi adeguati e per tempi se possibile anche più lunghi.

La scuola può fare da volano alla risoluzione di queste nuove contingenze ma non da sola. Può altresì proporre soluzioni intelligenti, avvedute, percorribili, meno appariscenti ma sicuramente più efficaci.

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