“Chi ha messo lo smartphone nello zaino dei ragazzi? Il vero problema siamo noi genitori”. Ne parliamo con Giuseppe Lavenia [INTERVISTA]

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“Vietare lo smartphone non serve a nulla. Nel caso, quello che andrebbe vietato è l’uso improprio”. Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e docente universitario, ha le idee chiare sull’uso improprio dello smartphone da parte dei nostri studenti, aspetto di un problema ben più ampio e che abbraccia il tema della dipendenza digitale, del cyberbullismo e del ritiro sociale di un numero crescente di adolescenti e preadolescenti.

“Ma chi lo ha messo lo smartphone nello zaino dei ragazzi?”, si chiede Lavenia in un post sulla sua pagina Facebook. Lo psicoterapeuta è docente presso l’Università Politecnica delle Marche e insegnante di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni e psicologia delle dipendenze tecnologiche per l’Università telematica Ecampus ed è pure presidente dell’associazione Di.Te., che sta per Dipendenze Tecnologiche: “Il problema dell’abuso dello smartphone – ammette lui – è reale. Ne parlo attraverso studi e ricerche da oltre quindici anni, ma si sta cercando una finta soluzione. Abbiamo dato gli smartphone a bambini piccolissimi senza una regola, li abbiamo resi digitali sin da neonati, li abbiamo esposti ai social, gli attiviamo i gruppi classe su whatsapp sin dalla scuola dell’infanzia, li mandiamo in rete con il registro elettronico (perché il diario non ci piaceva proprio!) e arrivati adolescenti gli sequestriamo il telefonino? Anzi, peggio ancora, non abbiamo la forza e il coraggio di farlo noi ma lo facciamo fare a qualcun altro, ad una istituzione come la scuola. La scuola deve formare, non vietare. La scuola deve certamente insegnare agli studenti l’utilizzo consapevole delle nuove tecnologie e dei social ma non essere delegata anche a togliere lo strumento digitale ai ragazzi”. E ancora: “L’unica cosa che può fare veramente la differenza – insiste Lavenia – è la cultura del benessere digitale ma bisogna che parta da dentro casa, da noi genitori. Siamo noi adulti a dover offrire loro qualcosa di diverso, ad esempio una qualità di tempo migliore quando siamo insieme ai nostri figli, oppure chiedere alla scuola una proposta didattica nuova, che li affascini e li riporti a bordo nel percorso e di apprendimento. Pertanto portare via lo smartphone oggi ai nostri figli adolescenti è un grande errore e ci allontana ancora di più da loro, dal loro mondo, dalla loro identità, anche digitale. Prima di togliere il telefonino dovremmo pensarci su due volte e questo pensiero sarebbe da fare nel caso prima di regalare uno strumento cosi potente e complesso a bambini di 6/7 anni”.

Professor Giuseppe Lavenia, intanto quello smartphone è finito sul banco e qualche dirigente ha trovato molto proficuo farlo invece mettere in un cassetto

“Io non capisco perché lo smartphone sia arrivato sul banco. Non ci doveva arrivare, sul banco, ma nemmeno nello zaino dei nostri ragazzi. Il vero problema non è lo smartphone, ma ancora una volta siamo noi, come genitori. Che tipo di educazione stiamo dando ai nostri figli? Mi sembra anacronistico togliere uno strumento tecnologico da un giorno all’altro, perché c’è un dirigente che dice togliamolo. Quel dirigente sta facendo quello che avremmo dovuto fare noi. E’ compito genitoriale dare le regole. Non è che il dirigente scolastico sbaglia nel vietare, il problema nasce quando le regole arrivano dall’esterno, invece dovrebbero arrivare dall’interno. Quando arrivano dall’esterno è una sconfitta dei genitori. Non capisco perché diamo uno strumento complesso a ragazzini e bambini sempre più piccoli. Con i cellulari e con il loro accesso alla rete stiamo fallendo alla grande, in quanto siamo sempre meno capaci di dire di no ai nostri figli e li esponiamo a rischi, a immagini che non sono alla loro portata. I nostri figli vivono immersi nei social in cui è troppo facile l’accesso a foto e video terrorizzanti. Queste immagini non rispettano alcun limite ma non facciamo realmente nulla per tutelarli ed eventualmente prepararsi a tutto questo. Siamo capaci di censurare invece di educare. Vietiamo i film in tivù ai minori di 14 anni e li facciamo circolare tra social e servizi di messaggistica dai 6 anni. Ma li abbiamo preparati a queste visioni, sono pronti ad elaborare ciò che vedono? L’educazione dello sguardo deve cominciare da subito, quando quello sguardo è ancora in formazione. E questo non vuol dire naturalmente che i bambini possono vedere tutto. Hanno la capacità di elaborare tutto quello per cui sono stati preparati attraverso il sostegno di noi adulti. Solo in questo modo possiamo permettergli di costruirsi il loro posto da spettatori nel mondo on line, e non solo. Il ragazzino di per sé non è uno spettatore fragile, ma solo uno spettatore che non ha ancora trovato la sua collocazione. Educarli al digitale, allo sguardo, è il modo per contribuire a questa ricerca di collocazione”.

Che cosa fare, dunque?

“Dobbiamo darci da fare, occorrerebbe fare un patto tra genitori, figli e scuola per stabilire delle regole chiare di ingresso alla rete e di utilizzo dello smartphone e delle applicazioni che possono utilizzare, le quali devono essere collegate all’età del ragazzo. E invece non c’è alcun controllo da parte dei genitori su quello che utilizzano i propri figli. Certo, non si può fermare la digitalizzazione ma non si può continuare a essere contradditori. Stiamo lanciando messaggi contraddittori ai nostri figli. Da un lato diciamo no smartphone, ma dall’altro lato il mondo della scuola li spinge verso il digitale. L’unica soluzione è introdurre un patentino digitale che parta dalla scuola primaria, in quarta o quinta classe, e che consenta di arrivare alla prima media preparati. Noi dell’Associazione Nazionale Di.Te. abbiamo creato un’app che si chiama Ok digitale, un percorso di dieci settimane che deve fare il ragazzo, ma anche il genitore che regala un cellulare. Una volta alla settimana c’è un questionario per verificare se ragazzo e genitore hanno compreso tutto. Se superano il questionario, allora il genitore regala il dispositivo. E’ un percorso da fare in due, l’educazione al digitale deve partire dalla domanda: tu, ragazzo, sei pronto? E tu genitore sei pronto a dedicare del tempo a tuo figlio? Poiché se scompaio dalla vita online di mio figlio c’è un rischio”.

La vede fattibile, nella pratica, quest’idea?

“Sì, in questi ultimi anni vedo un cambiamento da parte delle istituzioni, ahimè sui casi di dipendenza Hikikomori: qui le cifre sono in aumento. Da gennaio a Lucca avremo una struttura per i minori, accreditata dal Servizio sanitario nazionale, e che si occuperà di dipendenze tecnologiche, isolamento sociale volontario, appunto ilfenomeno Hikikomori. E’ una novità assoluta in Italia. Si protranno aiutare gratuitamente tante famiglie. I numeri del resto sono esplosi”.

Quanti sono?

“Gli isolati sono ormai 200.000. E poi ci sono i dati crescenti relativi ai disturbi del comportamento alimentare ed è significativo che buona parte del bonus psicologo sia stata richiesta da persone che hanno meno di 30 anni. Per la Giornata nazionale sulle dipendenze psicologiche e il cyberbullismo quest’anno organizziamo degli eventi con i bambini e gli adolescenti digitali. Cercheremo di affrontare i temi non solo dal punto di vista psicologico ma anche da quello fisco – mi riferisco ai danni alla pelle, alla postura, alla vista – per capire i rischi dell’utilizzo esagerato dello smartphone e della rete. I ragazzi possono seguire la giornata a distanza e abbiamo già ventimila presenze prenotate da scuola”.

Il Covid avrà avuto molte responsabilità su tutto questo scenario

“Il Covid ha aumentato tutti i dati che avevamo già a disposizione prima della pandemia, e quello che abbiamo visto sono ore di utilizzo della rete, condivisione di immagini a sfondo sessuale, creazione di gruppi pro anoressia e pro bulimia. E’ aumentato tutto ed è stato fatto davvero poco per aiutare i ragazzi durante la pandemia. La nostra associazione è partner di un film su questi temi che si intitola Ragazzacci e che uscirà il 3 novembre. Parla del Covid, di come i ragazzi hanno vissuto la Dad e di un caso di cyberbullismo. E di come un professore (nel film è interpretato da Beppe Fiorello) costruisce una relazione con il bullo e vede in lui la possibilità di aiutarlo. E la prima volta che si racconta con un film come i ragazzi abbiano vissuto questo periodo”

Che cosa doveva fare la scuola, e che non ha fatto nonostante gli sforzi?

“Mettersi nei loro panni. Invece questi ragazzi hanno ricevuto messaggi contraddittori: sì mascherina, no mascherina, stiamo-non stiamo a scuola, e il tutto in aggiunta ai problemi che c’erano già. Ragazzini che non avevano mai avuto uno strumento tecnologico in mano sono stati iniziati molto presto e sono stati abituati all’uso delle tecnologie e al potere affascinante che hanno gli schermi e la rete, Consideri che tutti i social e i servizi di messaggistica sono basati sul principio della ricompensa: ogni volta che noi facciamo un post e mandiamo un messaggio si attiva un neurotrasmettitore che si chiama dopamina. Si attiva quando siamo in attesa di una risposta – che non sappiamo se sarà bella o brutta – e poi noi assoceremo alla risposta qualcosa di positivo. Ci fa sentire meglio apparentemente, come la giocata nel gioco azzardo: è l’attesa che attiva la dopamina, che ci dà una sensazione positiva anche se poi la risposta non sarà bella. E’ la stessa cosa che succede con l’uso della cocaina: ma quanti genitori sanno di questi processi?”

Che cosa possono fare ora gli insegnanti con i propri alunni?

“Io agli studenti direi: Avete lo smartphone in mano. Mi spiegate com’è andata la vostra giornata online? Come va la vostra vita online e non solo quella offline? Informarsi vuol dire prendersi cura di quella parte di identità digitale che si forma negli studenti. Otto ore del loro tempo lo passano online e noi non possiamo far finta di non saperlo. Il vero tema è che per formare occorre creare la relazione, quindi dobbiamo fare un cambiamento, ridurre la distanza digitale tra i docenti e i ragazzi in modo che non diventi anche distanza relazionale.

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