Che tipo di docente sei? “Un modello e un contromodello” mancanti

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Un modello di insegnante di riferimento permetterebbe di dare maggior coerenza al triplice ruolo che ci assumiamo decidendo di essere dei professionisti all’interno della scuola: persona, educatore e spesso specialista disciplinare.

Un modello di riferimento toglierebbe a molti insegnanti un po’ di tensione schizofrenica nelle difficili scelte e pensieri che ogni giorno ci assillano, anche fuori dall’orario scolastico.

I dilemmi del docente di oggi

Ne elenco alcuni tra i tanti…

“Come affronto un video girato con un telefonino in classe?”

“Un allievo si ferisce con atti di autolesionismo nel bagno””

“Cosa faccio se vi è un profilo fake su Instagram su un mio allievo o su di un collega?”

“Cosa faccio con un testo consegnato in gran parte copiato da internet?

“Cosa faccio di fronte a fenomeni legati all’uso di droghe?”

“Come mi comporto con il genitore che mi aggredisce verbalmente?”

Il vecchio modello di docente che funzionava

Il vecchio modello di docente era indubbiamente un insegnante orientato ai contenuti, che talvolta pensava già in termini di obiettivi.

Era un insegnante carismatico, leggermente autoritario o autoritario, ma riconosciuto sul territorio. Inoltre, spesso, era stato l’insegnante dei genitori dei ragazzi.

Nessuno lo metteva in discussione, il sapere che trasmetteva era esso stesso indiscutibile e invariabile.

Lui faceva capire agli allievi che imparare costava fatica e che il sapere non era per tutti.

Questo insegnante portava la sua persona in classe e in molti casi aveva anche un ruolo pubblico: capo-scout, maestro del coro cittadino, politico, allenatore, il che lo rendeva automaticamente un buon educatore almeno agli occhi della comunità.

Io lo criticavo questo modello molto un tempo fa, oggi non esiste più e mi dispiace.

Costruirsi un proprio modello, integrando le emozioni nella didattica

In una classe di 20 allievi ci sono centinaia di relazioni diverse tra tutti i membri: positive, negative, neutre, costanti, sporadiche, profonde, superficiali …

Ci sono emozioni: gioie, paure, ansie e chissà cos’altro.

Noi docenti dobbiamo capire come gestirle e incanalare le relazioni e le emozioni che le accompagnano, per permettere di apprendere al meglio.

L’importante è non dimenticarle le emozioni, altrimenti fuoriescono come fiumi in piena quando meno ce lo aspettiamo e dove non sono necessarie.

Si chiama edu-didattica una didattica che prenda in conto gli aspetti emotivi e relazionali.

Non c’è bisogno che i ragazzi ci comunichino i loro interessi, basta “guardarli” e “ascoltarli” con attenzione per sapere come stanno o quali temi e argomenti stiano loro a cuore.

Proviamo ad immaginare un esempio di UdA che porti a mettere al centro le emozioni.

– Una presentazione sui brani e sui testi dei gruppi inglesi del momento e sul perché li amiamo.

Portare noi a scuola come persone

Senza portare noi a scuola come persone i ragazzi non portano loro, e il loro mondo emotivo e relazionale rimane nascosto.

Se io come docente mi racconto – quello che è raccontabile ovviamente – forse anche loro faranno la stessa cosa.

Solo in questo modo posso stimolare e portare cose nuove ai ragazzi e non limitarmi a trattare argomenti obsoleti: gnomo per insegnare il fonema “gn” non vi sembra un po’ vintage?

Noi insegnanti possiamo anche divenire leader orientati ai ragazzi e alla relazione.

Lo stile drammatico

Da molti studi è emerso che l’efficacia dell’insegnamento percepita dagli allievi è legata a un punto fermo, il cosiddetto stile drammatico.

Gli elementi principali dello stile drammatico sono i seguenti:

· avere capacità di intrattenimento

· saper attirare l’attenzione

· essere divertente, simpatico

· insegnare raccontando storie

· esporre i contenuti in maniera coinvolgente

· avere la capacità di stimolare la fantasia degli studenti

· far ridere gli studenti (la risata è un mezzo attraverso il quale l’insegnante può attivare le emozioni degli allievi, creando empatia)

· controllare lo stato d’animo della classe

· massimizzare l’abilità degli studenti ad apprendere

· avere la capacità di influenzare positivamente i ragazzi.

Norton identifica al contempo 5 variabili comunicative che possono predire l’insegnamento efficace:

1. usare energia, dinamismo – specie nelle attività di inizio di una nuova fase didattica – ed entusiasmo nella classe quando si insegna

2. utilizzare strategie per catturare l’attenzione: humor, storie, sorpresa …

3. imparare a far ridere la classe

4. lavorare su cosa attrae e interessa gli studenti

5. imparare a gestire lo stato d’animo della classe

E come potete notare, torna ancora il ridere e il divertirsi!

Tra due stili scegliete voi

In definitiva, benché ogni persona professionalmente sia unica, possiamo distinguere due categorie di insegnante antitetiche: i leader orientati ai ragazzi e alla relazione e quelli orientati ai contenuti e agli obiettivi, beh, oggi competenze e vabbè!

Va subito specificato che nessun insegnante rientra in toto in una delle due categorie, ma che tutti si muovono all’interno di un segmento ai cui vertici ritroviamo questi due estremi.

Il buon insegnante non perde mai di vista l’insegnamento, ma sa che quello che conta è l’apprendimento dei ragazzi, così come la loro vita emotiva e le loro relazioni; ha tanti dubbi, però riesce a gestirli per migliorare i suoi metodi e i suoi percorsi, considera la vita di classe e le emozioni di ognuno.

In medio stat virtus? Forse…

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