Che cos’è la scuola in presenza. Lettera

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inviata da Enrico Vivona – Da insegnante della scuola secondaria superiore, benché precario, mi preme condividere alcune considerazioni in merito alla questione “didattica a distanza/in presenza”. La prima è di ordine metodologico: penso che nessuno possa in piena onestà intellettuale pensare che la DaD sia uno strumento pienamente sostitutivo della didattica svolta in presenza.

La scuola è relazione umana tra docente e discente, è adattare metodi di insegnamento a processi di apprendimento diversi, è condivisione, è il confronto con le prime esperienze sentimentali e sessuali, è il confronto talvolta sereno e talvolta conflittuale col compagno di classe, costruire un rapporto maturo con gli insegnanti. Principalmente è educazione alla relazione, educazione a stare in società, a uscire dal bozzolo della famiglia, capire che i nostri bisogni e i nostri desideri rientrano in un calderone più grande dove ci stanno quelli di tutti, fornendoci una serie di strumenti utili a farci stare in mezzo agli altri.

Nel mio caso, insegnando in Istituti Tecnici e Professionali di provincia e di periferia, è anche lotta all’abbandono scolastico, recupero alla scolarità serena e a una socialità non tossica e non compulsiva, strategie di incoraggiamento ad alunni ai quali hanno fatto capire di non essere adatti per lo studio, oppure a spronarli a confrontarsi con le proprie difficoltà e non assumerle come alibi, oppure ancora a emanciparsi da un contesto socio-culturale o economico, a imparare un mestiere senza il ricatto economico dell’apprendistato o a dotarsi di strumenti culturali, tecnici e tecnologici utili per il futuro, in estrema analisi anche l’acquisizione del valore emancipativo del proprio lavoro. Dicevo, quindi, che nessuno può onestamente aver pensato che questo surrogato un po’ alienante che chiamiamo da mesi DaD possa pienamente sostituire la scuola.

Intendiamoci però, non è che la scuola fosse tutta rose e fiori: plessi con scarsa manutenzione, aule sottodimensionate, classi sovrappopolate, fondi scarsi e gettati alla competizione fra Istituti, concezione mercatista dell’istruzione, presidi ridotti a burocrati, che diventano autoritari o spesso assenti per via di qualche reggenza, colleghi costretti a far servizio su più due o tre scuole per completamento, nessuna pianificazione pluriennale di organico, con l’aggravante ipocrisia di un sistema che si basa strutturalmente sulla prospettiva di precariato decennale di una parte del corpo docente; i concorsi bloccati per anni, poi indetti con lo stesso spirito della grazia del sovrano al popolo. L’ultima riforma degli indirizzi della scuola superiore ha 10 anni, di organico non aveva nulla, e vista oggi sembra un accrocco indecente fatto per tagliare cattedre, semplificare, ridurre costi. Se la prospettiva che un Paese dà a sé stesso si vedesse da come concepisce i luoghi di formazione dei propri giovani, ci sarebbe da dedurne che in Italia la fiducia verso il futuro è poca o nulla.

Quando sentite cianciare, con un certo tono di superiorità morale e gonfiandosi le gote, di analfabetismo funzionale, sappiate che è il frutto di un percorso preciso di dequalificazione di tutto il sistema dell’istruzione, alla faccia della costituzione, dell’uguaglianza, del diritto allo studio e della libertà di insegnamento. Chi non vede il nesso di causalità tra queste due cose, più che analfabeta funzionale è semplicemente reazionario, forse inconsapevole oppure in totale, imbarazzante, scandalosa mala fede.

Da marzo, ad eccezione di un mese circa tra settembre e ottobre, pure lì erogato a singhiozzo con classi e docenti che entravano e uscivano da quarantene per casi positivi o sospetti tali (curioso, ci comportiamo come se nelle scuole i contagi ci siano, però neghiamo in principio questa possibilità) siamo stati costretti a organizzare una Didattica d’EMERGENZA a distanza.

Invece di dirci che questo era il momento di sperimentare forme nuove di didattica, che non aveva senso tentare di ricondurre lo straordinario all’ordinario, invece di dotare nel frattempo le scuole degli strumenti, delle infrastrutture, dei mezzi necessari per riprendere in presenza, in sicurezza e mettendo a frutto forme di sperimentazione, appena evidenze sanitarie l’avessero reso possibile, ci siamo raccontati che a scuola non ci sono contagi, storia non suffragata da dati (che banalmente non sono stati presi) e appena la politica ha ritenuto non più differibile la scuola in presenza, come parcheggio orario per i ragazzi, è ripartita la giostra: i prefetti stabiliscono, per l’appunto con cipiglio prefettizio “50% in presenza, di cui 40% entra alle 8, 60% alle 10. Anzi, contrordine!!! 60% alle 8, 40% alle 10.” Ricorda una falsa eppure divertente definizione del regolamento della marina borbonica da applicarsi in caso di rassegna di qualche ammiraglio, “facite ammuina”.

Eppure poteva essere l’anno in cui straordinariamente iniziare a derogare a regole assurde e kafkiane, sia per quanto riguarda il corpo docente, sia per quanto riguarda l’organizzazione scolastica.

Invece mesi passati a note di colore, di costume e sciocchezze sui banchi con le rotelle, se ci andava il Rocci (strano, perché mai nessuno chiede se ci va un manuale tecnico Hoepli? pure quello è un bel mattone….) mesi passati a disquisire se ai dipendenti pubblici, insegnanti compresi, si potesse o meno decurtare lo stipendio.

Poi i ragazzi si stufano e chiedono di iniziare a fare qualcosa al fine di predisporre il rientro in presenza e “in sicurezza”. Hanno capito meglio di tanti adulti, poveretti, che loro sono l’ultimo dei problemi e la retorica posticcia condotta sulle scuole rende solo più irritante questa cristallina verità: della scuola in Italia, non importa nulla a nessuno di coloro che hanno responsabilità a decidere, se non come voce di spesa.

Subito i trombettieri di regime a dire che i ragazzi volevano il rientro in presenza a qualunque costo. Ieri e oggi, in presenza o a distanza, i ragazzi continuano il loro sciopero, astendendosi dalle lezioni tenute nelle stesse (IDENTICHE!!!) condizioni in vigore quando fu ritenuta opportuna la chiusura a ottobre scorso. Negli istituti di cui ho notizia l’adesione sfiora e in alcuni casi supera l’80%. Da adulto che si confronta con adolescenti, mi trovo nella contraddizione di rappresentare (ai loro occhi) una fascia generazionale che pretende o finge di educarli senza aver saputo educare sé stessa.

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