Chat scolastiche, 6 studenti su 10 “messaggiano” con i loro insegnanti. Il sondaggio di Skuola.net

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La polemica dopo le indicazioni dell’ANP Lazio sulle chat scolastiche ha mostrato un fenomeno che in realtà è ben più complesso di quanto appaia. Per dare un’idea della situazione un sondaggio di Scuola.net evidenzia che almeno 6 studenti su 10 “chattano” regolarmente con i loro insegnanti.

Per la stragrande maggioranza degli intervistati, 2000 studenti fra scuola media e superiore, il dialogo è esclusivamente di tipo scolastico, con i docenti che danno loro supporto e informazioni su compiti, materiali didattici o questioni organizzative. Per questo l’idea di vietare le chat tra studenti e professori non piace ai ragazzi: meno di 1 su 10 sarebbe a favore del blocco. Ma qualche regola servirebbe.

I risultati in sintesi

  • In media ben 6 studenti su 10 dicono di avere attiva una chat social “di classe” con almeno un insegnante. E in 4 casi su 10 l’adesione del corpo docente è consistente:  la maggior parte (19%) se non tutti (20%) i professori partecipano alle chat di classe. 
  • Le conversazioni sono usate quasi esclusivamente per cose strettamente legate alla vita scolastica: appena 1 ragazzo su 10 riporta che la chat viene utilizzata anche per discutere di tematiche non inerenti la scuola.
  • Molto diffuse anche le chat private: nell’ultimo anno scolastico quasi 2 studenti su 3 dicono di aver intrattenuto conversazioni individuali con almeno un insegnante. Ma quasi mai si parla di argomenti extrascolastici (12%) o di questioni private (10%).
  • Appena 1 studente su 10 approverebbe un eventuale “divieto” di intraprendere chat tra alunni e professori

Peraltro, molto dipende dal livello scolastico. Il filo diretto insegnanti-alunni diventa man mano più solido solo al crescere dell’età: all’ultimo triennio delle superiori, infatti, la questione riguarda quasi 8 studenti su 10, la metà dei quali intrattiene dialoghi informali con gran parte dei docenti.

Alle scuole medie, invece, la quota di alunni che parlano direttamente con gli insegnanti in chat di classe scende al 40% e, spesso, il numero di docenti in elenco è più limitato rispetto a quanto avviene alle superiori. 

Quando la chat c’è, però, la partecipazione è massima, alle medie come alle superiori. L’elenco dei membri, infatti, quasi sempre rispecchia la composizione dell’aula: in 9 casi su 10 sono presenti nella lista tutti i membri della classe.

Insomma questi ambienti digitali, sulla carta aggregazioni informali, quando ci sono diventano dei veri e propri strumenti che regolano le comunicazioni tra studenti e docenti, che in teoria dovrebbero svilupparsi su canali istituzionali. 

Le tanto demonizzate chat “individuali” – tra docenti e singoli alunni -, si legge sul comunicato stampa del portale Skuola.net, sulla carta non destano particolari preoccupazioni su possibili divagazioni dallo scopo principale della relazione tra le due parti. E’ vero che sono abbastanza diffuse anche quelle –  solo nell’ultimo anno scolastico quasi 2 studenti su 3 dicono di aver intrattenuto conversazioni private con almeno un insegnante, circa 1 su 3 con la maggior parte del corpo docente    ma è anche vero che, ancora una volta, la scuola è al centro dei discorsi: si chiedono approfondimenti, consigli sull’orientamento post diploma, ci si confronta per risolvere attriti con gli altri compagni; quasi mai si parla di argomenti extrascolastici (12%) o di questioni private (10%).

“Dobbiamo essere consapevoli che le chat di classe tra studenti e docenti non sono un’eccezione ma una regola, soprattutto tra i più grandi. La pandemia non ha fatto che incentivare il ricorso all’online per poter dialogare con gli altri, anche per quanto riguarda la scuola. Gli studenti, questo, lo percepiscono bene. Per loro è perfettamente normale chiedere chiarimenti o consigli tramite le chat. – commenta Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net – Certo è che, come in tutto, c’è bisogno della giusta misura. I dati ci dicono che i nostri professori e studenti la conoscono. L’eccezione tuttavia esiste e l’idea di una regolamentazione che renda chiaro quali siano i limiti, senza arrivare a soluzioni estreme, è forse quella più saggia”.

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