Chat fra studenti, un adulto si infiltra e molesta le ragazzine. Aperta indagine per adescamento. La scuola: famiglie controllino i figli

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Una chat fra compagni di scuola trasformata in luogo di adescamento. È successo a un centinaio di studenti facenti parte di un gruppo WhatsApp utilizzato per comunicazioni fra compagni. Secondo quanto ricostruito da Il Messaggero, un adulto sarebbe riuscito a infiltrarsi nella chat e avrebbe cominciato a molestare le ragazze.

Sul caso indaga la Polizia Postale per adescamento dopo la segnalazione partita da una studentessa di seconda media. L’uomo una volta che è riuscito ad entrare nella chat, avrebbe da prima mandato foto spinte e poi avrebbe contattato singolarmente alcune ragazzine presenti nel gruppo.

Le indagini che stiamo svolgendo sono nel massimo riserbo, non dimentichiamoci che si tratta di ragazzi minorenni” spiega la Polizia, che chiede maggiore collaborazione da parte delle famiglie.

Servirebbe “più controllo e dialogo perché se il minore sa che può fidarsi la strada è molto più semplice. Bastano pochi accorgimenti per esempio un tempo limite sull’utilizzo dei dispositivi, non portare il telefono in camera al momento di dormire, piccole cose che però fanno capire al minore che c’è un controllo. Le prime sentinelle sono le famiglie, poi la scuola” evidenza la Polizia.

La scuola ha spiegato con una lettera che si tratta di un gruppo utilizzato non per comunicazioni corrette e per questo invita le famiglie a controllare i propri figli in merito all’uso dei cellulari e dei social.

Di rischi ed effetti dall’utilizzo dei social ne abbiamo parlato recentemente con il Professor Simone Digennaro, presidente dei corsi di laurea in scienze motorie presso l’università di Cassino e del Lazio Meridionale. Da uno studio che ha coinvolto 2300 preadolescenti, è emerso “un utilizzo che spesso non viene supervisionato dagli adulti di riferimento”.

La Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Garlatti, ha proposto pochi giorni fa una sorta di SPID per l’iscrizione a tutti i social, a partire dai 16 anni di età, che garantirebbe una verifica più efficace dell’età dichiarata rispetto al semplice divieto di legge.

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