Cestino in testa alla docente, studenti shock: possiamo farci pagare per i click al video?

di Vincenzo Brancatisano
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“Ma noi potremmo farci pagare per tutte le volte che la gente visualizza il nostro video sul web?”. Il cestino lanciato in testa alla docente dell’Iti Galilei di Mirandola non è una sorpresa per migliaia di insegnanti alle prese tutti i giorni con ragazzi sempre più difficili.

Dalla scuola primaria alle scuole superiori si moltiplicano segnalazioni di casi che non si vorrebbero sentire. Eppure basta fare un giro su youtube per rendersi conto, grazie alle immagini registrate e rilanciate in rete dagli studenti medesimi, inconsapevoli forse di commettere così un reato, di che cosa possa succedere da un momento all’altro in qualunque aula.

“Ma noi potremmo farci pagare…?”, ha chiesto ai professori uno degli alunni protagonisti del video del cestino. Questa domanda deve far riflettere. Le insofferenze e i dispetti dei ragazzini contro gli insegnanti non sono un’esclusiva dell’era che stiamo vivendo, ci sono sempre stati. Ora però c’è l’impressione che lo scollegamento dalla realtà di molti adolescenti e anche di ragazzini in età prepubere sia arrivato a livelli di guardia.

Spesso non si rendono conto delle conseguenze dei loro comportamenti, probabilmente perché spesso non ce ne sono. Alle spalle dell’episodio di Mirandola ci sono danneggiamenti di negozi con conseguente denuncia alle forze dell’ordine di alcuni studenti, oltre a vari eventi scolastici anche sanzionati dalla scuola, come il lancio di oggetti sui passanti. La minore età di molti di loro ha sempre rappresentato una corazza dietro cui tutto può accadere.

“Ovviamente questo dà loro quel senso di impunità che li fa sentire immuni a tutto”, spiegano i professori, che ricordano che il ragazzo del cestino, “chiamato a un colloquio in disparte con il maresciallo dei Carabinieri, la madre e la preside, urlava nei corridoi contro tutti come se niente fosse, faceva la vittima dicendo che danno sempre la colpa a lui”.

Il video è qui usato a propria discolpa, quasi rappresenti il contrario di cò che vi si vede. E i genitori?, si chiede ogni volta la collettività. Davvero possono essere chiamati in causa come esclusivi responsabili del disastro educativo? Chi lavora a scuola e riceve ogni giorno le famiglie sa quanta disperazione ci sia negli occhi di tante mamme che vorrebbero abbracciarti confidando nella scuola come ultima chance di salvezza per figli che si stanno perdendo.

“Non mi abbandoni, per favore”, ha chiesto la mamma del ragazzo del cestino alla preside del Galilei”. Un sabato tanti genitori sono andati a ripulire assieme ad alcuni studenti le aule imbrattate. Forse occorre intervenire prima. Se non dalla culla, almeno dalla scuola dell’infanzia. Perché già in questa fase emergono i primi segnali che poi s’ingigantiscono alla primaria. Arrivano segnalazioni di bambini che tengono in ostaggio la didattica, che pestano gli altri bambini con atti di bullismo, che menano e sbeffeggiano le maestre. Ne basta uno e non si fa più lezione.

Comportamenti che non si possono punire vista l’età e che rimandano all’educazione familiare ma anche a quella che arriva dalla televisione spazzatura, dai telefonini. Basterebbe ascoltare i ragazzi delle medie negli spogliatoi di una piscina qualsiasi. Emerge spesso una cattiveria sedimentata nel tempo, associata a una diffusa anaffettività che poi si riverberano nelle aule scolastiche dove si perde il senso della realtà e cgiunque può diventare un nemico. Sarebbe sufficiente leggere le pagine di sfottò create dagli adolescenti in piattaforme che si prestano a questo ignobile fenomeno, per capire quanto male si riesca a fare al proprio compagno di banco, alla studentessa dell’altra classe o dell’altra scuola o del proprio quartiere o paesino della provincia.

Nei giorni scorsi in una scuola superiore c’è stata una rissa tra due studenti lungo le scale. Ad allarmare la dirigenza oltre al fatto in sé è stato vedere centinaia di compagni e compagne aizzare i due, insensibili agli ordini di abbandonare le scale, per motivi di sicurezza, tanto che, tra le proteste, l’intervallo è stato sospeso per molto tempo. Qualche giorno più tardi un’assemblea sindacale presso un altro istituto è stata disturbata da fischi assordanti e privi di senso da parte di alunni.

Eppure la scuola fa tanto, forse anche troppo per gli studenti. La scuola vuole bene ai propri studenti. I docenti si portano a casa la vita dei loro alunni. Passano il loro tempo non più libero a stendere relazioni, progetti personalizzati sul singolo alunno con bisogni speciali. Lo prescrive la legge, loro obbediscono. Accanto ai numeri impressionanti di alunni con disturbi di ogni tipo dell’apprendimento, occorre preoccuparsi di una infinita mole di disastri che colpiscono la vita di molti bambini e adolescenti. La seperazione dei genitori, la malattia, la droga in casa e sotto casa, la violenza in famiglia e quella nel quartiere, le devianze, gli attacchi di panico che si moltiplicano ogni giorno con ambulanze che fanno la spola tra ospedale e istituti d’istruzione. Il cestino dato in testa alla prof e poi in pasto alla rete e la testata al supplente dell’altro istituto professionale, poi costretto a dimettersi da scuola, non possono dunque essere atti di ribellione. Sono molto di più.

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