Certamen Horatianum, lo Stato e lo studio del Latino. Lettera

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Nicola Tenerelli – Nei giorni 22, 23, 24 aprile si sono svolti i giochi oraziani, una gara di traduzione di stralci d’opere dell’antico autore nato a Venosa. E presso il Liceo di questa città ho vissuto le riflessioni che vi riporto.

Nicola Tenerelli – Nei giorni 22, 23, 24 aprile si sono svolti i giochi oraziani, una gara di traduzione di stralci d’opere dell’antico autore nato a Venosa. E presso il Liceo di questa città ho vissuto le riflessioni che vi riporto.

Non sono un latinista ma un filosofo, prestato alla buona causa di accompagnare quattro studenti: due femminucce, affidabili e impegnate; due maschietti, molta estroversione che si spera possano mettere in campo in questa 30sima edizione del Certamen Horatianum.

 Come da tradizione, studenti e docenti accompagnatori si sono presentati da tutta la penisola e oltre –ho fatto il viaggio da Bari in compagnia di colleghi provenienti dalla Romania-. Il mio gruppo è stato ospitato a Melfi, quarantacinque minuti di bus-navetta tra scodinzolii e saliscendi fino al Liceo Quinto Orazio Flacco.

L’alloggiamento è stato minimalista, anche i docenti costretti a condividere le camere pur senza conoscersi, causa l’affluenza al concorso –“Naturalmente, i maschi con i maschi e le femmine con le femmine”, ci tiene a precisare l’organizzazione in barba a tutte le velleità della cultura trasgender! Preferivo farmi sistemare con i miei studenti –maschi!-; poi, ho avuto finalmente il tempo per guardarmi attorno e offrirmi a una riflessione super partes –lo ripeto: non essendo un latinista, per me l’esperienza è stata inedita-. 

Gli dei non a tutti gli uomini concedono dei doni si legge nell’Odissea, concetto ribadito dalla copertina di uno degli incontri a latere del Certamen, e sulla falsa riga di tale stimolo intellettuale ho filtrato la mia partecipazione. L’atmosfera era surreale, composta, attenta; studenti e docenti si conoscevano, conversavano, in un clima di calma ma calda intensità. Cos’avevano a che fare tali soggetti con la BuonaScuola fatta di stakeholder, digital media, competenze, hard skill?

Mi rendevo conto che c’era stata una selezione indotta dall’oggetto del contendere –una lingua, il latino; un autore, Orazio- che si attestava oltre l’argine dal quale la conoscenza perde la propria necessità performativa per consegnarsi a un velleitario sapere per sapere, un aristotelico conoscere al di là di ogni bisogno e di ogni utilità. Tutti quei giovani appassionati e complici erano dediti al godimento di un sapere decontestualizzato, puro, sentimentale, emotivo. Studenti che si offrono senza tempo a una società robotizzata che però tende alla loro espulsione, in forza di un processo di differimento delle proprie capacità intellettuali prima che prassiche. Lo studio del Latino, oltre che determinare in loro il senso di un’identità, rivendica la forza di una tradizione imprescindibile che riscopre un metaprogetto sociale, il desiderio di un’aspettativa politica condivisa e partecipata: insomma, quegli studenti avevano trasformato lo studio del Latino in gesto un rivoluzionario.

I docenti accompagnatori, coriacei al darwinismo culturale, avevano determinato i loro allievi verso l’agone venosino, disposti a trascinarsi fin nel cuore della Basilicata, per scelta e per candore –inutile ribadire la gratuità di qualsivoglia azione didattica della classe docente italiana ulteriore alle indicazioni nazionali sui curricula-. 

Studiare il Latino è antitetico alla famigerata BuonaScuola che realizza anche per i liceali duecento ore di lavoro (sic?), la ScuolaLavoro ordinata per costruire l’aggancio tra produzione di ricchezza/benessere materiale (Mondo1) ed erudizione/saggezza (Mondo2), al fine di realizzare il proprio velleitario individualismo con un ruolo socialmente riconosciuto/remunerato (Mondo3)!

Non sempre consapevolmente, studenti e docenti impegnati nel Certamen Horatianum condividono la pretesa di mantenere salde le origini dell’umanità occidentale –l’humanitas- che il sistema politico dominante mostra viepiù di disconoscere. Questi giovani incarnano l’evoluzione della controcultura che, metabolizzato Klein, sta interpretando Latouche: dall’acquisizione che la globalizzazione produca massificazione decoscientizzante, al rispetto della necessità di una decrescita felice, un’equa ed etica distribuzione delle ricchezze del pianeta. Per questi giovani lo studio del latino è, nel contempo, uno status symbol e un manifesto politico, affinché si tracci la via di una nuova umanità che delinei, quale competenza trasversale, l’azione responsabile verso le nuove generazioni e verso la natura.

Mi sono chiesto: può lo Stato che ha prodotto la BuonaScuola favorire nel suo seno la carica massimalista e dirompente di questi studenti latinisti -che ostentano l’inaccettazione del sistema nel momento in cui dissipano il proprio tempo consacrandolo all’improduttività, quindi all’inoccupazione-? Può lo Stato investire fondi pubblici in un comparto considerato infruttifero? Può permettere tale fuga di cervelli verso il Latino?

Se il Latino è quell’ambito di studi ritenuto superfluo e improficuo –non è stato sottratto già ai Licei Linguistico e Scienze Applicate?- lo Stato, attraverso la consapevolezza politica e strategica della propria classe dirigente, dovrebbe impedire tale devoluzione di energie, intelligenza e risorse giovanili; coerentemente, dovrebbe farsi carico dell’estrema decisione: la cancellazione dell’insegnamento della disciplina. Tale razionalizzazione degli studi dovrebbe ricadere su tutte le attività che non incrementano il prodotto interno, dalla Matematica alla Filosofia, dall’Archeologia alla Storia.

Se invece lo studio del Latino fosse ancora conservato, in virtù di Legge, malgrado l’attuale inspendibilità di tale sapere causata dal mercato, lo Stato dovrebbe indirizzare l’azione politica verso l’integrazione di quei giovani che hanno accettato d’investire il proprio tempo vitale in tale Scienza. Una classe dirigente che assumesse tale lungimirante decisione otterrebbe di reindirizzare tale energeia nel nostro sistema sociale -e di normalizzare la carica dirompente posseduta da questi studenti, prima che realizzino di essere stati traditi!-.

Per la cronaca, i nostri giovani si sono cimentati con l’Ode IV.1, quella in cui Orazio fa riferimento a un puer; e qualcuno di loro non è ancora convinto dell’interpretazione che la Commissione Giudicatrice ha inteso attribuirgli…

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