Stress da verifiche per gli studenti, fatto generazionale? Ma anche routine stressante per docenti ed ATA. “Ecco perché è importante lo psicologo a scuola”. INTERVISTA a David Lazzari (CNOP)

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Lo stress e il disagio vissuto dagli studenti a scuola nelle ultime settimane è diventato uno dei temi centrali dell’attualità scolastica. 

Non c’è una ragione sola per inquadrare tale problema ma, come spesso abbiamo evidenziato, c’è una radice sociale da cui tutto comincia: la fragilità dei giovani è un fatto prima di tutto esterno alla scuola. Un fatto generazionale, concordano molti studiosi.

Certamente all’interno della scuola ci sono manifestazioni e situazioni ben specifiche, come ad esempio lo stress per le verifiche e in generale i voti, che mettono a dura prova il concetto di competizione fra gli studenti, rimettendo in gioco il concetto stesso di valutazione.

Per andare incontro ai disturbi e alle difficoltà dei giovani si chiede a gran voce l’istituzione permanente dello psicologo negli istituti scolastici, un servizio di assistenza e prevenzione che potrebbe aiutare non solo gli studenti ma anche il personale e tutto il sistema scuola.

Ne abbiamo parlato con David Lazzari, presidente del Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi

Gli studenti manifestano ansia e stress nei confronti della scuola. E lo stanno dicendo a chiare lettere. Al di là di cosa può fare la scuola per ascoltare i ragazzi e migliorare ciò, non pensa ci sia un grosso problema sociale, ovvero dei bambini e degli adolescenti più fragili?

La psicologia non si occupa solo di patologia ma prima di tutto dello sviluppo e dei fattori che lo promuovono o lo ostacolano. Quando si analizza la situazione dei giovani emergono non solo i disturbi in senso stretto, dei quali si occupa anche la pediatria e la neuropsichiatria, ma una situazione diffusa di malessere, di “languishing”, che impatta sullo studio, le relazioni, le traiettorie di crescita, sui percorsi che portano i ragazzi verso la realizzazione oppure verso la marginalità. C’è una fragilità psicologica che rischia di compromettere il futuro dei giovani: è questa l’area specifica della Psicologia e degli psicologi, che si traduce in programmi e attività di ascolto, sostegno e promozione delle risorse psicologiche. Tra i ragazzi che stanno bene e quelli che hanno delle patologie c’è un mondo di malessere che non trova risposte perché siamo dentro una logica dicotomica (salute/malattia) che impedisce di mettere in campo quello che servirebbe in tema di promozione e prevenzione.

L’autolesionismo, sempre più diffuso fra i giovani, è sicuramente un tema da comprendere a fondo. Perché un ragazzo dovrebbe arrivare a tanto?

L’autolesionismo è spesso l’approdo estremo di una richiesta di aiuto che non ha ricevuto risposte. I ragazzi hanno capito che per ricevere attenzione devono arrivare a gesti eclatanti e che riguardano il corpo, perché il corpo si vede e perché è l’aspetto al quale si dà più importanza. Siamo dentro un retaggio culturale nel quale per la psiche ognuno si arrangia a meno che non arrivi a situazioni gravi. Lungo la strada che porta alla patologia la società non ti offre sponde, o recuperi da solo o ti ammali. Almeno è così per tutti i ragazzi che non hanno famiglie che possono sostenere l’onere di un aiuto psicologico privato.

Quanto ha inciso, secondo lei, la pandemia?

La pandemia ha avuto un duplice effetto, ha amplificato molto l’area del malessere e in parte minore quella dei disturbi e dall’altro ha fatto riflettere ed ha portato ad una maggiore sensibilità e consapevolezza sugli aspetti psicologici della vita e della salute. Sempre più il benessere psicologico viene visto non come un lusso ma come una necessità per vivere e non solo sopravvivere. C’è un cambiamento socio-culturale che è sotto gli occhi di tutti, è veramente diventato un tema sociale, non solo il diritto alla cura delle patologie mentali che non sia solo farmacologica ma quello della promozione del benessere psicologico.

Lei si batte per avere lo psicologo a scuola in forma strutturale, dato che in realtà alcuni istituti hanno questo servizio già da alcuni anni. Cosa dovrebbe fare lo psicologo nelle scuole?

Ho sentito molti ragazzi distinguere tra “aiuto psicologico” e cura, una differenza fondamentale. La cura dei disturbi va affidata ai servizi sanitari (dove ci devono essere psicologi clinici, psicoterapeuti e neuropsichiatri), gli psicologi scolastici hanno un ruolo diverso come accade nella maggior parte dei Paesi europei, di ascolto, promozione e prevenzione. Ovviamente tra la scuola e i servizi sanitari si deve fare rete ma i due ambiti non vanno confusi come si fa spesso. Una confusione che lascia sola la scuola e crea una chiara iniquità sociale tra le situazioni che hanno più o meno risorse.

E per il personale docente e ATA? La scuola ha assunto una routine molto stressante, specie per gli insegnanti, che faticano a svolgere il proprio lavoro di educatori e conciliarlo con gli innumerevoli impegni burocratici. La figura dello psicologo andrebbe incontro anche a loro?

Il protocollo tra CNOP e MI è stato anche una grande sperimentazione che ha mostrato come la consulenza psicologica è stata rivolta a tutto il sistema scuola, a tutti gli attori, compresi i docenti ed il personale. Proprio perché si è applicata alla scuola i principi che ad esempio utilizzano gli psicologi del lavoro e delle organizzazioni, azioni volte a dare supporto all’intera organizzazione. Il lavoro nella scuola è considerato potenzialmente stressante, c’è una vasta letteratura in merito, e lo Stato, che è il datore di lavoro, dovrebbe tenerne conto, anche perché c’è una circolarità tra il malessere degli studenti e quello del personale che alimenta un circolo vizioso.

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