C’è del cinema nei Promessi sposi. Lettera

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Inviata da Stefano Motta – Ha fatto discutere, nei giorni scorsi, l’uscita del regista Carlo Vanzina: “Se fossi ministro – ha dichiarato – metterei qualche lezione in meno sui Promessi sposi e una volta alla settimana la proiezione di un film di commedia italiana per capire chi siamo e da dove veniamo.”

Detta così sembra una boutade ferragostana, buona per farci titoli manichei e dividersi tra manzoniani e antimanzoniani. O, peggio, per dare la stura a quelli che sostengono che tanto gli insegnanti di film a scuola ne fanno già vedere fin troppi perché vogliono solo perdere tempo.

Il secondo aspetto è offensivo e non mi interessa: il cinema è un linguaggio artistico al pari della poesia, della pittura, della musica. Educare gli studenti ad una sua lettura consapevole è importante, e lo si può fare solo attraverso la visione guidata in aula. Dunque ben venga il cinema a scuola.

Il primo aspetto mi interessa di più e sono paradossalmente d’accordo con Vanzina: il cinema d’autore italiano come finestra aperta sulla storia del nostro Novecento non è una strategia sbagliata. Considerato che, come da molte parti spesso si lamenta, lo studio della Storia alla fine degli anni terminali dei cicli di studi fatica a scavalcare la soglia della Seconda Guerra Mondiale.

Ma il gran rumore viene dal fatto che Vanzina abbia citato Manzoni. Da manzonista, allora, raccolgo la provocazione e dico che non è sciocca. Già Umberto Eco aveva fatto notare quanto cinematografico ante litteram fosse lo sguardo di Manzoni proprio nella panoramica con carrellata che apre il romanzo, e gli approcci più recenti, con la valorizzazione dell’apparato di xilografie che accompagnano la Quarantana ha fatto emergere il talento di Manzoni non solo come prosatore ma come vero e proprio regista di un impianto illustrativo che non è solo un paratesto per immagini, ma talora un vero e proprio sottotesto.

C’è perciò del cinema nei Promessi sposi: quando ci si lamenta della loro presunta illeggibilità, della distanza dei loro codici di riferimento rispetto all’antropologia (o al gusto: che però si può educare) dei lettori adolescenti, ci si dimentica che esiste anche questo tipo di approccio, per immagini, che non è svilente né bamboleggiante ma, anzi, è stato voluto e diretto dallo stesso Manzoni.

Niente “Natale a Lecco” allora, con torte in faccia tra Lucia e don Rodrigo, o pecorecce sbirciate nella cella della monaca di Monza; né l’uso delle trasposizioni cinematografiche del romanzo usate come documentari o come riassunti in aula per saltare i capitoli meno appassionanti del romanzo: ma l’uso delle xilografie sceneggiate da Manzoni e realizzate da Francesco Gonin e dalla sua equipe di disegnatori (con lui anche Massimo d’Azeglio, Federico Moja e altri). Ne uscirà un film spettacolare, degno di Luchino Visconti, di Vittorio De Sica, di Steno. E si scoprirà che in realtà tutti costoro hanno preso ispirazione, per le inquadrature, per i tagli di scena, per i movimenti di macchina, proprio da Manzoni.

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