Cari ragazzi, non andrò avanti con il programma ma rifletteremo su quello che sta accadendo

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inviata dalla Prof.ssa Sesti Osseo – Cari ragazzi, sono ormai tre settimane che non vedo più sulla cattedra le vostre mille giustifiche per i ritardi, le vostre mani alzate a chiedere la parola disordinatamente, i vostri compiti sul banco, i vostri schemi alla lavagna con i gessetti color arcobaleno.

E’ da un po’ di giorni che cerchiamo di lavorare a distanza: ho corretto più di 300 compiti, inserito più di 150 voti e risposto a più di 500 email (ma quanto scrivete!).

In me, però, nonostante questa parvenza di normale alacrità, aleggia una certa inquietudine e tristezza.

Mi mancano le vostre classi, quei luoghi magici in cui l’apprendimento si nutre del rapporto umano tra docenti e studenti.

Certo sarebbe limitante non utilizzare oggi, anche per la scuola, gli strumenti tecnologici che sono a disposizione della maggior parte di noi,
quotidianamente. Con la didattica a distanza i dirigenti scolastici e tutti gli insegnanti d’Italia stanno facendo un lavoro immane (in alcuni casi, addirittura superiore in termini di impegno e di ore-lavoro a quello tradizionale) per cercare di accompagnarvi, anche se da lontano, in questi tempi delicati.

Ma da docente, da sempre appassionata di tecnologie informatiche, vorrei che, soprattutto i non addetti ai lavori, non evitassero di rispondere ad una domanda che sorge quando si parla di questo tipo di approccio didattico: quanto di autenticamente e complicatamente umano resta in un
insegnamento “virtuale” per come, purtroppo, viene previsto dalla maggior parte delle piattaforme che sono in nostro uso?

Quanto questa didattica si avvicina ad un surrogato della unidirezionale
lezione semi-frontale, una sorta di monologo dell’insegnante? Se la scuola fosse solo un adempiere ai programmi ministeriali, avremmo potuto fare le nostre annuali 132 ore di lezione di italiano in 17 giorni, vedendoci per 8 ore al giorno. Per storia, invece, sarebbero bastati solo 5 giorni.

Sappiamo che non è così, non è questo il nostro obiettivo formativo. La scuola è tanto altro: è vedersi ogni mattino, di persona, conoscersi e riconoscersi, e farlo sempre con impegno e con serenità ma anche, non di rado, con sano spirito di sacrificio…

Credo che la funzione della scuola, dunque, non si esaurisca solo nel campo degli apprendimenti, ma si esprima, in maniera connaturale, anche in quello relazionale. L’insegnante infatti lavora anche, per così dire, a favore dell’extra scuola, nello sviluppo sociale dello studente. Ma anche di
se stesso… E’ per questo che, talvolta, mi sento di stare perdendo un pezzetto di voi, della vostra e della mia quotidianità, della vostra e della mia crescita come uomini e donne, come cittadini consapevoli.

E’ per questo che, anche mentre faccio didattica a distanza, facendovi scrivere dei racconti sul Coronavirus con le varie tecniche narrative studiate, o mentre vi propongo di riflettere con un elaborato sugli articoli di Recalcati, sui decaloghi di Franco Armino, sui capitoli dei Promessi Sposi, sull’introduzione al Decameron di Boccaccio e sul romanzo Cecità di Saramago, sento che manca qualcosa, che non riesco a dispiegare pienamente il volto della vera insegnante che voglio essere per voi.

Ricordo a me e a voi che l’insegnante è un motivatore, deve spingere a ricominciare anche dopo un insuccesso, deve spronare a fare sempre il meglio, deve allenare costantemente la mente dei suoi alunni a pensare, cercando di instillare e di suscitare in essi la motivazione intrinseca
all’apprendimento.

L’insegnante è una guida al dialogo, alla scoperta di se stessi, allo sviluppo
delle proprie idee e della propria personalità, soprattutto attraverso il confronto con l’altro.

L’insegnante è chi fa comprendere in modo sistemico, oltre che analitico, il posto che ognuno ha nel mondo (che nel vostro microcosmo è una classe fisica dove ognuno ha il suo banco, il suo quaderno, il suo libro), il posto che ognuno è chiamato ad occupare col suo ruolo, cooperando con gli altri per realizzare qualcosa che da solo non sarebbe capace di portare avanti allo stesso modo.

L’insegnante è un ricercatore di sguardi interessati e di stupore puro, non è un ricercatore di risultati ad asettiche domande a risposta multipla.

L’insegnante è colui che chiede continuamente feedback ai propri alunni, che si accerta, attraverso i loro occhi, di esser riuscito a riattivare quella
voglia di sapere che è insita nella specie umana. L’insegnante è colui che accoglie, anche con una carezza, uno studente che sta attraversando un brutto momento, perché, lo sappiamo, non si insegna solo il e con il linguaggio verbale in classe.

L’insegnante è il filtro alle brutture del mondo, quello che le contestualizza, che le aiuta a comprendere e superare. L’insegnante è colui che sa sempre attendere il momento giusto per l’allievo nell’acquisire e maturare una competenza e una conoscenza.

L’insegnante non è solo chi trasmette conoscenze, ma è chi intesse un dialogo con i suoi studenti proprio su e a partire da queste conoscenze, in un’ottica cooperativa e non trasmissiva.

Sento che tutto questo la didattica a distanza non lo rivela e, talvolta, neppure lo consente. E che, inoltre, al di là delle buone intenzioni, spesso è tutt’altro che inclusiva. Estromette, banalmente, coloro che non hanno la connessione internet, coloro che non hanno gli strumenti per collegarsi
(smartphone o computer che sia), coloro che non hanno l’accesso al registro elettronico. Rischia di marginalizzare coloro che non hanno, ancora, le competenze per accedere a queste modalità e tipi di conoscenza. E questo va anche contro i principi della scuola pubblica, da sempre accogliente e inclusiva.

Avete compreso che, come tanti, credo anch’io che insegnare non sia un mettere dentro, ma un mettere fuori (da qui il termine educare, cioè ex ducere, tirar fuori), un modo significativo di svelare ad ognuno quello che si è veramente. Insegnare non è trasmissione di informazioni, non è un lavoro meccanico, perchè voi non siete numeri o dati. Insegnare è un lavoro sociale e non si può fare senza di voi o prescindendo dal vostro contributo in mente, carne ed ossa, di voi che siete i nostri alleati nel processo formativo.

Per questo non vi riempirò di contenuti da apprendere, non vi darò slide da imparare o videolezioni da vedere e rivedere.

Qualcuno più saggio di me ha detto che la cultura può essere paragonata alla musica. Le note musicali sono i vari saperi (do=un sapere, re=un altro sapere, mi=un altro sapere ancora, etc.).

Dalla rielaborazione e reinterpretazione di questi sette segni neri sullo spartito sono state realizzate le più belle sinfonie.

Dal momento che il nostro fermo è fino al 15 marzo, non andremo avanti con il programma (salvo per la classe V, come da loro richiesta), ma lavoreremo sul consolidamento di quelle sette note musicali che abbiamo imparato in classe: la scrittura creativa, in primis, le fonti, i collegamenti con l’attualità…

Cercherò di darvi ancora dei compiti per farvi riflettere su quello che sta accadendo, nell’attesa di rivedervi e di ricreare, insieme, la bellezza della scuola, che esiste solo se ci siete voi, il vostro vociare, la vostra intelligenza e i vostri cuori di carne, palpitanti ogni giorno, tra i suoi corridoi.

Vi saluto affettuosamente con un abbraccio virtuale (questo è il solo che ci è consentito e, per il bene di tutti, ne accettiamo volentieri il limite).

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