Cardarelli. Riproporlo nella scuola dopo 50 anni dalla morte.

di Lalla
ipsef

Marilena Cavallo – Perché rileggere Vincenzo Cardarelli dopo 50 anni dalla morte. Avviciniamo i giovani alla poesia del Novecento

Marilena Cavallo – Perché rileggere Vincenzo Cardarelli dopo 50 anni dalla morte. Avviciniamo i giovani alla poesia del Novecento

Vincenzo Cardarelli. Il poeta delle nostalgie e degli amori. Le nostalgie sono dentro il tracciato degli amori e gli amori vivono di costanti nostalgie. Ma c’è un Novecento poetico italiano che si dichiara proprio lungo gli orizzonti di un ricordare proustiano che richiama non storie ma memorie. Elementi e incontri tra vissuti. Come in questo caso. Ci sarà pure un motivo per vivere Vincenzo Cardarelli nel viaggio di percorsi poetici che enucleano le figure di Cesare Pavese (1908 – 1950), di Alfonso Gatto (1909 – 1976) e di un poeta come Pablo Neruda (1904 – 1973), ma anche di una Alda Merini e di una Cristina Campo nel misterioso della poesia che si fa voce estetica. Ebbene sì.

Le nostalgie e il tema delle memorie che sono il tessuto di una eredità classica nella poetica di Cardarelli, il poeta delle "lunghe attese" e delle armonie tra paesaggi e luoghi dell’anima, si aprono ad un immaginario novecentesco che è quello degli amori inquieti e sempre presenti come in un Pavese della costellazione vissuta in Constance, l’ultima donna della sua vita nella tragedia del quotidiano, e come in Neruda delle "Venti poesie d’amore e una canzone disperata" dove il senso dell’amore si ascolta in una lenta ma vitale malinconia che non diventa male di vivere e il concetto del viaggiare sempre un isola ben presente nel destino recitato tra i versi di "piazza di Spagna" di Alfonso Gatto.

Tra i luoghi c’è una componente che lega almeno Cardarelli, Pavese e Gatto in una città che è Roma. Una Roma Mediterranea che sa accogliere e che non respinge mai e tra le costanti presenze di Neruda in Italia (si pensi tra l’altro all’immaginario di Nerudo in "Il postino", un film di Trouisi nel quale si racconta, appunto, di Neruda).

Ma uno dei riferimenti forti del primo Novecento poetico italiano resta chiaramente Vincenzo Cardarelli e perché ancora oggi andrebbe riletto e riproposto? C’è da dire che la sua opera racconta, tra l’altro, un viaggio nella realtà della storia e definisce dei percorsi, in cui arte e letteratura fanno i conti con la storia del Novecento. Cardarelli diventa un "segreto" nella impalcatura del Novecento. Proprio
per questo il Centro Studi e Ricerche "Francesco Grisi" ha sviluppato degli intagli in un progetto che ruota intorno alla poesia partendo da una visione chiara offerta da una filosofa del nostro tempo: Maria Zambrano (Valez Malaga 1904 – Madrid 1991). Zambrano sembra la "teorica" del tempo della nostalgia di Cardarelli.

Ma Cardarelli si definisce come un poeta dell’anima dentro la storia del Novecento. Si pensi ai suoi primi lavori. I Prologhi di Vincenzo Cardarelli portano la data del 1916. Siamo in piena prima guerra mondiale. È l’anno in cui Antonio Salandra si dimette dal Governo. Le truppe italiane conquistano Gorizia e continuano la battaglia sull’Isonzo. Se ne contano, fino al novembre del 1916, nove.

È nei Prologhi (scritti tra il 1913 – ’14) che Cardarelli scrive : "Che cosa staremmo a fare più insieme? Ci siamo dati quel che potevamo. Ci siamo rubati tutto il possibile. Abbiamo fatto la guerra e il saccheggio. Siamo stracchi del dovere compiuto e lordi delle fami soddisfatte. Me ne andrò. Non accetterò di prolungare questo giorno fumido che è tramontato in ciascuno di noi senza partorire una
stella".

Il gusto dell’arte per Cardarelli diventa "stile popolare" come si potrà notale anche in alcuni versi di Pavese o nelle "descrizioni" di Gatto o le fare poesia "semplice" di Neruda. La nostalgia del tempo e la malinconia dei paesaggi (i cui luoghi non sono, in Cardarelli, soltanto luoghi geografici, bensì luoghi dell’infanzia, della metafora di una memoria che riporta immagini e sensazioni e questi si trasformano in leggeri ricordi portati a spasso dal vento, da quel vento che ha tocchi di antiche civiltà) sono un viaggio che la poesia compie tra i sentieri incantati dei miti.

Gli Etruschi (i veri antenati di Cardarelli e della sua terra: Tarquinia), l’Etruria, la civiltà del paese, il ritornare al paese e il simbolizzare il paese come una eredità sono elementi di una poetica i cui temi fondamentali sono tutti giocati sul sentimento del ritorno e sulla allegoria del viaggio. L’amore e il tempo, la partenza e l’attesa, il sogno (che non è il sognare soltanto, ma è la "frase" della fantasia e del fantasticare nell’isola della creatività che assorbe il vissuto) e il ricordare sono percorsi di un labirinto dentro il quale la poesia si fa dolore – vita – grazia – magia.

I suoi Prologhi, i suoi Viaggi nel tempo, le sue Favole della Genesi e poi quel Sole a picco riportano con la poetica del viaggio ciò che Titta Rosa ha chiamato "sapienza antica".

Tutto ha il sapore delle radici. Il senso dell’appartenenza alla Patria è un radicamento forte. Perché per Cardarelli radici significa appunto radicamento. La storia che si trasforma in memoria è un altro tassello di questo radicamento in una "passeggiata" tra i simboli che lo catturano.

Cardarelli è il prosatore di un’arte sottile ed elegante a cominciare, appunto, da Prologhi. Con la rivista "La Ronda" propone un modello di prosa d’arte che attraverserà il dibattito del Novecento letterario. L’itinerario letterario e culturale di Cardarelli è complesso, ma è il poeta che si testimonia con la sua storia personale e con la sua arte. Un poeta tra la vita e l’utopia. Cardarelli si concede come se pronunciasse una frase della Zambrano: "Chiediamo dopo essere stati sradicati di essere nuovamente radicati". Anche per queste motivazioni estetiche occorrerebbe rileggere e riproporre la poesia di Vincenzo Cardarelli soprattutto all’interno dei percorsi scolastici in un contesto di comparazioni sia estetiche sia poetiche che filosofiche. Una griglia metodologica per far accostare i giovani alla poesia.

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