Cara Ministra, come possiamo portare avanti il programma davanti ad un monitor? Lettera

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Inviato da Rosa Buonanno – Carissima Ministra, Le scrivo in risposta alla mail che Lei ha inviato ai docenti per comunicare loro la sua vicinanza in questi giorni difficili.

Le scrivo perché sento il dovere di comunicarLe quali perplessità ha prodotto in me questa sua comunicazione. Se Lei intendeva portare il suo supporto al lavoro che stiamo facendo, personalmente credo che abbia fallito. Le sue parole hanno acuito il profondo senso di solitudine e di allontanamento che sento dal Ministero dell’Istruzione che, in quanto organo di Stato, dovrebbe essere sempre, ora più che mai, concretamente al fianco di chi lavora sul campo in nome delle istituzioni tutte.

Impattare contro l’emergenza causata dal coronavirus, ha evidenziato tutte le discrasie del sistema scolastico italiano, in cui i vertici perseverano nel non guardare verso le basi che li sorreggono, probabilmente perché dovrebbero prendere atto che, governi dopo governi, hanno indebolito nello spirito e nella professionalità, migliaia di docenti di ruolo e precari che, in questi trent’anni hanno impedito il crollo della scuola statale italiana. Ci informa nella sua mail, che la scuola è stata destinataria di una delle prime misure varate dal governo per l’emergenza coronavirus, ma, mi consenta, si sta tamponando alla meno peggio, un disastro portato avanti da decenni di tagli “scientifici” che, con belle parole e trucchi comunicativi, si è occultati agli occhi dell’opinione pubblica e dei non addetti ai lavori.

La modernizzazione della scuola italiana, sia intesa come formazione dei docenti sull’uso dei dispositivi tecnologici, sia come interventi di finanziamenti per una effettiva introduzione di questi nella didattica, è stata sacrificata sull’altare di più impellenti priorità economiche e politiche. Il risultato di questo sacrificio è stato che, in un momento di drammatica emergenza, le componenti della comunità scolastica, alunni, famiglie, docenti, dirigenti, hanno dovuto, con iniziative e mezzi propri, trovare soluzioni che potessero, in qualche modo, garantire i diritti di tutti.

Un senso di confusione e di smarrimento ha caratterizzato il nostro agire in questa situazione. Frustrati e pressati da problemi di creazione di classi virtuali, di connessioni ballerine, di computer da condividere con altri membri familiari, dai programmi da finire, da verifiche e rimodulazioni programmatiche, da direttive dirigenziali, da note Ministeriali e da rettifiche sindacali, abbiamo avuto telefonate interminabili con colleghi, genitori di alunni, referenti e membri dello staff dirigenziale. La maggior parte di noi si può ritenere fortunata per essere stata trattenuta da questo tipo di telefonate, perché una parte cospicua di docenti ha dovuto invece, restare incollata al telefono per comunicare con cari e parenti residenti in zone rosse, con segreterie telefoniche di dottori e strutture sanitarie che li hanno tenuti in attesa per ore o, peggio ancora, con numeri interni di reparti ospedalieri, per chiedere di un familiare ricoverato.

In questo ambiente di “apprendimento” ci viene richiesto di accogliere i nostri alunni perché, a questo Lei fa riferimento molte volte, hanno la voglia e la necessità di andare avanti. Noi, a questa necessità rispondiamo “Presente”, prima di tutto perché è un loro diritto ma anche perché i nostri alunni ci stanno a cuore. Lei però, vuole regolamentare questa nostra disponibilità in interventi e richieste quasi impositive.

Tra le belle parole sulla profondità della relazione fra studenti e docenti infatti, Lei ci richiede in questo difficile momento della loro vita, di andare oltre la nostra funzione professionale, di andare oltre la direzione di un’istituzione scolastica, in nome di un rapporto preferenziale con i nostri alunni. Sarebbe, la sua, una richiesta legittima anche se superflua (la maggior parte di noi ha da tempo trovato il modo di interagire con i propri studenti, di consigliare attività, approfondimenti e quant’altro potesse mantenere viva la loro motivazione allo studio), se non fosse che, tra una lusinga e l’altra sul nostro rapporto affettivo con gli studenti, compaiono delle vere direttive sul modo di condurre la nostra relazione educativa a distanza con gli alunni.

La cito: …Per fare lezione? Non solo per quello… – …Non basta quindi dare compiti agli studenti usando il registro elettronico… – … non solo per portare avanti un programma… – …i docenti conoscono le loro classi, sanno anche come stimolare e valutare ogni singolo alunno…

Queste sono le sue richieste: quando dice “non solo” vuol dire che bisogna fare anche quello, quando dice “non basta” vuol dire che per Lei è lecito assegnare, ci dice di valutare, ma, mi chiedo e le chiedo: è utile portare avanti il programma, valutare, fare lezione come se si fosse in classe? Assegnare i compiti dal registro elettronico, serve davvero ai nostri alunni? Come possiamo essere sicuri dell’efficacia del nostro insegnamento, come possiamo essere sicuri che veicolare “sapere” attraverso i monitor, inneschi il processo di apprendimento? Come possiamo disinteressarci di quegli alunni che non possono partecipare perché privi di strumenti economici, culturali e sociali? Il nostro lavoro in classe, si qualifica proprio per la nostra capacità di escogitare strategie, usare tecniche, sperimentare metodologie per non lasciare indietro nessuno. Continuare il programma via monitor ci impedirebbe di fare proprio questo.

Gli obiettivi formativi che devono raggiungere i nostri alunni in questo momento, vanno ben oltre le conoscenze stabilite dal programma. Il programma non è solo un piano di intervento per acquisire conoscenze disciplinari, è anche piano d’azione per raggiungere obiettivi cognitivi. Se le conoscenze però, si possono acquisire attraverso la rete, i traguardi cognitivi, avendo a che fare con la maturazione, con la capacità di elaborare soluzioni personali alle emergenze, con la contestualizzazione e la metabolizzazione degli eventi, si possono raggiungere solo con una relazione più empatica tra alunni e docenti, che non ci potrebbe mai essere se ora noi ci preoccupassimo solo di andare avanti con il programma come Lei, tra le righe, ci suggerisce.

Sono d’accordo con lei, dobbiamo e vogliamo essere vicini ai nostri ragazzi perché gli vogliamo bene e non perché un ministro ci adula, ci blandisce con belle parole per indurci un senso di colpa perché non portiamo a termine il programma.

L’implicita richiesta di portare avanti il programma nasce, secondo me, da una pressione da parte delle famiglie. Pressione che, chi lavora nella scuola da molto tempo, conosce bene. Il rapporto tra scuola-famiglia che Lei definisce “scintilla di speranza che brilla nel buio di questi giorni” in questa situazione si è rivelato spesso un’ingerenza. In vari modi, alcuni genitori hanno cercato di dettare tempi e modi di incontro, chiedendo di completare “il programma”, di tener conto delle esigenze dei singoli e non della classe. Non devo ricordare a Lei che la libertà di insegnamento è diritto costituzionalmente garantito, ma ci troviamo spesso di fronte a muri invalicabili, che, onestamente, non abbiamo, o perlomeno non ho, la forza di scalare in questo momento storico e sociale così drammatico. Anche perché, ad avanzare le richieste sono spesso gli stessi genitori che fino a un mese fa, erano assidui nel perorare, a prescindere, la causa dei propri figli, gli stessi che alle riunioni collegiali hanno messo in dubbio tutti gli interventi dei docenti, quelli che ai colloqui hanno contestato voti. La cosa che più mi ha colpito in queste richieste è che la maggior parte delle volte, non tengono in alcun conto gli alunni che, per impedimenti tecnici, per l’analfabetismo tecnologico dei genitori, per carenze culturali, non hanno la possibilità di mantenere il contatto umano, oltreché scolastico.

Se i genitori però, non hanno il dovere di preoccuparsi dei figli di altri, noi abbiamo il dovere morale e professionale di non abbandonare nessuno. Lei ha citato Don Milani nella sua mail, ma Don Milani non avrebbe mai permesso che uno solo dei più svantaggiati fosse messo da parte, che gli fosse negato il diritto di istruzione. Don Milani non avrebbe mai avallato una didattica così selettiva come quella distanza e sebbene siano stati varati i finanziamenti a favore di questa didattica per alunni svantaggiati, non credo che si riuscirà ad utilizzarli prima della fine dell’emergenza.

Nel chiudere, anch’io vorrei citarLe una frase. E’ del maestro Alberto Manzi che sintetizza il senso di questa mia risposta alla sua mail. La frase è “Fa quel che può, quel che non può non fa” che è quello che Lei dovrebbe tenere in mente quando ci vuole supportare nel nostro lavoro con gli alunni in questa emergenza perché, noi ci stiamo attivando come le nostre possibilità e la nostra sensibilità ci consentono. Anche per noi però, in questa difficile situazione, la frase di Manzi è un assunto da tenere bene in mente, perché ogni alunno” fa quello che può, quello che non può, non fa” e non possiamo certo fargliene una colpa.

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