“Cantate ninne nanne e raccontate favole ai vostri bambini, non date loro smartphone e tablet”, INTERVISTA a Daniela Lucangeli

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Il digitale è responsabile della crisi educativa? Ne abbiamo parlato con la Professoressa Daniela Lucangeli, Ordinario in Psicologia dell’educazione e dello sviluppo presso l’Università di Padova, Presidente della sezione sviluppo dell’Accademia Mondiale delle scienze Learning Disabilities (IARLD), Presidente dell’ Associazione per il coordinamento nazionale degli insegnanti specializzati e la ricerca sulle situazioni di handicap (CNIS), nonché socio di numerose associazioni scientifiche internazionali e nazionali nell’ambito delle scienze dello sviluppo.

In una società che va sempre più di fretta abbiamo perso l’abitudine di cantare le ninna nanne e raccontare favole. Le neuroscienze ci dicono che nei primi 3 anni si costruiscono le mappe emotive e cognitive, ovvero come sentiamo e pensiamo il mondo che ci circonda. Cosa comporta questo cambio di abitudini?

Niente di più vero di questa affermazione, nel senso che gli ultimi tempi della ricerca scientifica ci dicono che nei primi 1000 giorni di vita, che vanno dal concepimento fino ad un anno e mezzo di vita, avviene una vera e propria esplosione di neuroplasticità, cioè quando in nostri piccoli apprendono a comprendere e sentire il mondo attraverso questa struttura straordinaria che non soltanto è plastica al proprio interno, nell’intraself, ma è anche interself, ovvero che si comprende attraverso l’altro. Queste nuove frontiere delle ricerche ci dimostrano che quanto di più presente a noi, perché siamo una specie sociale e relazionale e abbiamo bisogno l’uno dell’altro, è in realtà una legge di natura, è qualcosa che ha a che fare con la struttura stessa della nostra specie filogeneticamente. Quindi ciascuno di noi apprende attraverso l’altro e nell’apprendere attraverso l’atro vengono coinvolte tutte quelle che sono le strutture, da quelle neurali, basti pensare a quanto si è parlato dei neuroni specchio e delle capacità che queste funzioni hanno, a quelle che sono funzioni neuropsicologiche, come il costruire una mappa di sé attraverso quello che l’altro, che è significativo per me, mi rimanda di me. Quindi il tuo bravo, il tuo sono con te, mi da quelli che sono i processi che una volta nel linguaggio comune della psicologia della comunicazione veniva compreso come un attaccamento sicuro, nel senso che costituiamo una solidità affettiva e la diamo ai nostri cuccioli di specie, in primis ai nostri figli. Quando tutto questo vacilla e si rende più vulnerabile, ecco che vengono messi in gioco processi millenari di evoluzione, come ad esempio lo sguardo, l’attenzione condivisa. A tal proposito c’è un fenomeno che stiamo studiando che è quello del digital babysitting e del parental padding. Significa che i genitori spostano l’attenzione dello sguardo dal proprio figlio allo schermo che li chiama, quindi al device che in un certo senso li accompagna mentre mangiano, fanno la spesa o quando escono fuori, mentre parlano con il piccolo stesso o mentre lo allattano o giocano. Non c’è soltanto una sostituzione del piccolo con il device ma anche dell’adulto che viene spostato a porre attenzione non allo sguardo, di millenaria sapienza, non alla condivisione delle relazioni prosociali, attaccamento sicuro, bensì all’attenzione a qualcosa che contemporaneamente sposta e chiama. Ecco che tutto questo va compreso.

Ci si lamenta che i ragazzi di oggi abbiano poca attenzione nei confronti del prossimo. Alcuni autorevoli esperti affermano che la concezione del bene e del male è un costrutto sociale, nell’antichità c’erano gli dei, poi abbiamo avuto le favole e la letteratura. Come si costruisce oggi la concezione del bene e del male?

È una domanda difficilissima e profondissima. “Bene” e “Male” sono costrutti che possono essere concepiti dal punto di vista filosofico, antropologico, teologico, psicologico, però mi limito a quello che possiamo comprendere attraverso le cose che studiamo. Tutto ciò che ci fa bene è ciò ci porta ad avere una consapevolezza di ben stare, ben essere, e quindi ad essere cercato ancora. Ecco che quando noi stiamo bene abbiamo un atteggiamento proattivo, cioè ci muoviamo verso ciò che ci fa stare bene, che ci chiama a stare bene. Male implica tutto ciò in cui noi veniamo messi a rischio, non soltanto come salute fisica, ma come salute nella sua interezza, compresa quella psichica. Aquesto punto cerchiamo di comprendere come si costruiscono nella mente i costrutti di bene e di male: noi abbiamo delle segnaletiche profonde che sono nelle parti warm del nostro sistema, che non riguardano solamente le nostre emozioni, i sentimenti, le affezioni, ma queste segnaletiche neuroelettriche che in qualche modo il nostro cervello antico, che è il sistema limbico, manda alle cortecce associative, in pratica manda delle informazioni di cui le più facili da leggere sono le emozioni perché sono di base e hanno una lettura esplicita. Nel momento in cui sento tristezza, la tristezza mi avverte, mi da un segnale che mi manca qualcosa che mi faccia stare bene, magari il suo antagonista, la gioia. Se il mio sistema limbico mi rimanda rabbia, mi esplicita che c’è bisogno di quiete nel sistema. Quindi le informazioni che noi sentiamo sono un grande discernimento di ciò che ci fa bene e ciò che ci fa male. Altra cosa è il bene e il male come strutture valoriali, di principio, in questo caso la scienza di cui mi occupo parla da un lato dello sviluppo di quelli che sono i processi morali, intesi non come la morale o le morali, ma parliamo di ciò che è il bene per me ma anche per gli altri, quindi che ampliano l’orizzonte dell’io all’orizzonte del noi. Questi processi non identificano soltanto il bene per sé stessi ma il bene per il noi che siamo noi stessi, cioè per tutta la struttura prosociale. Questa è la componente valoriale più dimenticata nello sviluppo degli aspetti educativi e psicologici di base. Senza entrare nelle interpretazioni filosofiche o teologiche dell’assoluto bene o dell’assoluto male, ma restando proprio nelle strutture psicologiche, una persona che come me studia quelle deve rispondere che se siamo stati attenti in un certo senso, o almeno parzialmente, e non ci siamo dimenticati del sentire individuale attraverso questi segnali, abbiamo moltissimo trascurato il sentire condiviso, cioè quel sentire per cui il bene mio non è male tuo, ma deve essere bene tuo, di qui tutti gli studi anche su quei modi di pensare, quei bias di pensiero pericolosissimi, per cui “mal comune mezzo gaudio” e penso che non ci sia una affermazione peggiore di questa perché è contro i principi della vita del noi. Il fatto di educare al noi e al principio del bene per noi, sta alla base della prevenzione di tutti quei comportamenti ai quali credo si stia riferendo con la sua domanda e che sono su tutti i giornali, cioè che i nostri figli non hanno l’attenzione all’altro oltre che l’attenzione a sé stessi. L’attenzione a sé stessi si vede con gli indicatori depressivi, l’attenzione all’altro con gli indicatori aggressivi, ma sono lo stesso continuum, uno va contro il self e l’atro va contro il noi, ma comunque un’azione di contro, non di con, quindi di destrutturazione di un processo di salute fondamentale che è invece la condivisione forte del bene di cui siamo parte. Questo costituirsi del Noi all’interno di una classe, è il bene di un intero nucleo così come dobbiamo estendere il ragionamento ad altri nuclei come possono essere il nucleo familiare, una diade d’amore o di amicizia, delle condizioni di lavoro. È un grandissimo bisogno e ne abbiamo bisogno come dell’aria o dell’acqua o della luce, fanno parte dei processi prosociali della salute.

Si cresce in chiave epigenetica, una combinazione tra potenziale genetico e sviluppo legato all’ambiente. È come se fossimo una macchina la cui prestazione dipende dal tipo di carburante che viene fornito. Quanto è importante costruire ambienti di apprendimento sempre più efficaci?

Il dibattito nature & nurture, natura e cultura, io e ambiente, è un dibattito che oramai è un secolo che ci travolge. Cerco di spiegarlo ai miei ragazzi dicendo che finché mi sento altro dall’ambiente non ho capito niente, io sono l’ambiente. Questo per dire che inspiro in me ciò che è tossico, immetto nei miei pensieri ciò che è bias, errore, di ragionamento ed emetto le tossine ma anche pensieri che inquinano i pensieri altrui, quindi io no sono immune e non son altro dall’ambiente. Non mi piace tanto la metafora della macchina, noi siamo strutture viventi e come tali se sono immerso nell’oceano ghiacciato il minimo è che abbia freddo, quindi nessuno di noi è neutro o immune né verso l’altro né verso il contesto di cui è interamente in formazione, la riceve e la emette. Il passaggio che sto imparando da quello che studio e che sto condividendo e contribuendo a modificare è proprio questo, io sono sia natura che cultura, non è che sono soltanto impattato dall’ambiente. Tutto questo per arrivare alla domanda di quanto sia importante l’ambiente di apprendimento, in questa accezione cambia completamente, perché nell’accezione precedente l’ambiente d’apprendimento è qualcosa di esterno in cui ad apprendere sono io, invece l’ambiente di apprendimento è sia esterno che interno, quindi è anche la mia predisposizione ad apprendere, la mia motivazione ad apprendere, la mia relazione con l’altro nell’apprendere, ciò che io sento mentre apprendo, che crea apprende di apprendimento, così come è il contesto di te che mi guardi che genera ambiente d’apprendimento, di te che sei al mio fianco che non mi sostituisci e non mi abbandoni che genera ambiente d’apprendimento e lo genera probabilmente molto di più di dove è posizionato un oggetto, come per esempio una scrivania dove io possa stare, non che questa non sia ambiente, ma non è quello sufficiente per spiegare come funziona il meccanismo delicatissimo della confluenza tra natura e cultura e tra ambiente e processo vivente. Questo ampliamente per me è fondamentale per non continuare a focalizzarci soltanto sull’esterno delle condizioni e non vedere come queste in realtà siano specchio di ciò che è l’interno e viceversa.

Un’ultima domanda, possiamo dire che oggi sono saltati gli schemi legati ai vecchi copioni educativi, quelli che si ereditavano dai genitori e dagli insegnanti. Possiamo affermare che la tecnologia ha cambiato il modo di apprendere e pertanto le chiedo se la necessità di formazione non sia solo un’esigenza per gli insegnanti ma anche per i genitori?

Tante domande nella domanda. Inizio con una parola sulla tecnologia, ho letto un articolo molto interessante sul Parent pudding, cioè i genitori che spostano l’attenzione, e questo articolo mi ha colpito perché spiega come in fondo nella nostra specie il bisogno dell’altro e dello sguardo dell’altro è un bisogno ancestrale, come mangiare, bere o dormire. Il bisogno dello sguardo della madre e del padre è come il bisogno della luce e dell’area, senza mi ammalo, muoio, vengo a scomparire. Quindi nel momento in cui il digital babysitting o l’utilizzo dei device che spostano l’attenzione dei genitori è diventato totalmente invasivo, non dico invadente perché ha invaso totalmente la nostra esistenza, è cambiato tutto questo meccanismo che ha portato a sentire una mancanza forte di attenzione centrata su di sé. Perché la tecnologia con i suoi like e il suo sistema artificiale è entrata? Facciamo un esempio che può sembrare banale: come se non c’è la luce del sole io accendo quella artificiale, tenendo ben presente che la luce artificiale è cosa diversa dalla luce del sole, così all’assenza dello sguardo su di me entra uno sguardo artificiale, ma entra al punto che finisco per vivere dentro lo sguardo artificiale. Scambiarsi gli uni con gli altri attenzione e relazione autentiche e profonde è diventato estremamente complicato, c’è il bisogno e c’è la difficoltà nel darselo, ecco che tutto questo ha portato ad un impoverimento che ha mostrato, con un’esplosione, i punti di debolezza. I comportamenti emozionali dei nostri figli, gli indicatori di depressione, l’autolesionismo, i tentativi suicidali ma contemporaneamente l’aggressività, le baby gang, il bullismo, questa derisione dell’adulto per esempio nei comportamenti educativi quotidiani come quello con la scuola, ma contemporaneamente anche la derisione che l’adulto ha messo in atto rispetto ai sentimenti dei propri cuccioli in crescita, ci sta ad indicare che siamo diventati tutti deboli e dipendenti in queste componenti. Quindi alla domanda se c’è bisogno di educare questi aspetti rispondo che è indispensabile, perché o riusciamo a modificare consapevolmente questa traiettoria o questa non si sostituisce, perché va a toccare le strutture più profonde in cui tutti stiamo male, perché “la luce del neon non è la luce del sole”, così il like artificiale non è lo sguardo di mia madre. Gli scienziati ci dicono che se la tecnologia ha sostituito l’umano è perché l’umano era debole nel suo messaggio di significato. Approfitto di questa intervista per dire che per me va recuperato questo significato dell’umano, non come un processo educativo formale, ma come una comprensione di cosa un adulto significativo è nel modellamento delle strutture che per natura sono quelle che la natura comanda e che ci consentono di diventare la persona che siamo. Quindi è una formazione che non è un sistema a crediti e debiti, è una formazione che ha un bisogno, dobbiamo sapere come crescere i nostri figli e come essere in grado di farlo con una consapevolezza che ci rende anche noi adulti in pienezza.

Una battuta finale che nasce dalla sua risposta, lei accennava ai like ed ai sistemi legati alla gratificazione, a tal proposito è stato pubblicato un libro intitolato l’era della dopamina che è il neurotrasmettitore legato al piacere che è anche quello legato ai fenomeni di dipendenza. Nell’era della dopamina dove gli ingegneri migliori vengono impiegati per realizzare strutture tecnologiche che creano dipendenza, come possiamo difendere i nostri figli da questo sistema che si rinforza in automatico.

Anche in questo caso cito una ricerca scientifica bellissima, se l’attenzione quando si sposta sul cellulare crea così tanti danni, l’attenzione quando torna all’umano genera tanti cambiamenti. Quindi il sistema naturale, che si chiama circuito della ricompensa, che il cervello ha, non ce l’ha per la tecnologia, ma ce l’ha per l’umano. Io rieduco in alcune situazioni di criticità anche semplicemente mettendo il battito cardiaco del bambino sul battito cardiaco della madre, cioè i battiti cardiaci si sintonizzano, le cellule tornano a vibrare con la stessa vibrazione. Anche il tono della voce modula i sistemi in modo che a seconda di come ti dica “bravo”, in base al tono utilizzato abbiamo risposte molto differenti e può essere percepito in maniera positiva o negativa, questo è un esempio che faccio da sempre perché è talmente eclatante. Ritornando allo sguardo, se spostare lo sguardo al di fuori del sistema Noi, ovvero tu sei importante per me, ha determinato tutte queste vulnerabilità, non abbiamo alternative che riportare lo sguardo lì dove la natura per milioni di anni evolutivi ha generato il circuito della ricompensa e dove la dopamina non è sistema artificiale di una compensazione che determina dipendenza, ma un sistema naturale che genera desideri. Il desiderare e il dipendere sono completamente differenti, nel dipendere non ho libertà né liberazione, nel desiderare io ho liberazione da una condizione di presente che manca, perché apre ad un futuro che chiamo ad essere con forza il mio nuovo presente. Quindi il desiderare è completamente proattivo là dove il dipendere è completamente assenza di mia possibilità. La dopamina il cervello l’aveva perfezionata per l’io-io, per il noi, l’aveva perfezionata nella relazione, nell’amore, nella vicinanza, anche nel confronto che generava una forza nuova di cambiamento, ma questo implica di stare in queste funzioni e reimpararle per sé stessi e per l’altro perché se le sostituisci sempre entri in dipendenza. Togli il cellulare a qualunque adulto e gli togli anche i suoi segreti, lì c’è tanta verità che è stata in qualche modo incapsulata in cloud artificiali e che minano la verità nella comunicazione umano ad umano. C’è uno studio bellissimo che spiega come mentre prima i segreti erano affidati agli amici o ai diari, oggi i segreti sono affidati a nuvolette informatiche che di noi sanno tutto, comprese le mistificazioni.

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