Campagna elettorale: più soldi ai docenti, premi ai meritevoli, sperimentazioni… e la salute?

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L’etimologia dei sostantivi “ministro” e “maestro” serve a spiegare il testacoda che si è avuto per questi due ruoli nella società.

Il primo termine deriva da minus+ter (colui che dal basso si pone umilmente al sevizio dell’altro), mentre il secondo deriva da magis+ter (colui che dall’alto del suo sapere insegna/educa l’altro, il discepolo).

Nella società contemporanea invece il maestro è colui che, seppur ufficialmente “titolato”, è di fatto umiliato, bistrattato, sottopagato, conseguentemente disprezzato e infine collocato in uno dei più bassi gradini della scala sociale. Al contrario il ministro è colui che, in ieratica solitudine, è posizionato al vertice dell’istituzione, senza apparenti meriti o titoli di studio, e soprattutto a prescindere da eventuali competenze tecniche in suo possesso.

Solo l’umiltà, la predisposizione all’ascolto e la paziente operosità, doti sconosciute a molti dei nostri ministri, possono elevare un individuo all’altezza richiesta da un ruolo così impegnativo.

Sta per avere inizio il nuovo anno scolastico nel segno della più totale incertezza con le imminenti elezioni politiche che avranno luogo nella prossima primavera. Il clima preelettorale induce i più a esternare e promettere demagogicamente come sempre avviene in simili occasioni.

Nell’ultima settimana il solo ministro dell’Istruzione ha nell’ordine: a) ufficializzato la sperimentazione dei quattro anni di superiori anziché i cinque canonici; b) annunciato l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni; c) invitato i docenti “incapaci” ad accomodarsi altrove; d) rivendicato a parole uno stipendio adeguato per docenti e dirigenti; e) promesso un premio per i docenti meritevoli; f) rammentato ai sindacati che la scuola non serve per aumentare i posti di lavoro (tranne che per gli psicologi), e via discorrendo.

Tanta roba, forse addirittura troppa, se aggiungiamo i programmi elettorali dei partiti, con gli slogan a effetto dei vari leader. Ci accorgiamo però subito che nessuno si propone di occuparsi della salute degli insegnanti, completamente trascurata seppure prevista invano per legge da oltre due lustri.L’attuale fase politica dovrebbe invero essere caratterizzata da silenzio e ascolto piuttosto che da inutili risse verbali.

Veniamo infatti fuori da una riforma contestatissima (la 107 o cosiddetta Buona scuola), che continua ad essere esaltata contro ogni evidenza da coloro che l’hanno propugnata, mentre i detrattori ne chiedono l’azzeramento come se la cancellazione fosse di per sé un programma fine a se stesso. Insomma un dialogo tra sordi che non porta da nessuna parte proprio perché finisce col divenire un patetico circolo vizioso che impedisce a chiunque di alzare la testa e riflettere sul da farsi. Nessuno sembra infatti voler comprendere che tutte le riforme, provenienti da destra e da sinistra, sono state contestate perché attuate a prescindere dalle necessità reali dell’insegnante, della sua salute, della sua dignità professionale.

Ci si è mai chiesti se, grazie alle riforme operate dalla politica dopo il ’68 e alla “preziosa” azione dei sindacati, sono aumentati negli insegnanti il prestigio, lo stipendio, la dignità e la salute? Non è quindi un caso se nelle pubblicazioni scientifiche il “malessere psichico” che determina l’inidoneità del docente all’insegnamento è passato dal 31% del 1991 all’80% dei nostri giorni. Come può un docente che sta sempre peggio approvare l’introduzione di riforme che trascurano totalmente la tutela della sua salute ma anzi l’aggravano ulteriormente? L’insegnante che lavora sereno, rispettato, adeguatamente retribuito non è invece la controprova di una riforma riuscita? Ebbene da queste due domande devono ripartire le forze politiche (anche quelle che si propongono come nuove e alternative) ammettendo che:

  1. da oltre 25 anni le riforme attuate nella scuola hanno determinato un crescente malessere psicofisico e una crescente insoddisfazione e inadeguatezza tra gli insegnanti;
  2. non ha alcun senso, né possibilità di successo, varare riforme prescindendo dallo stato di salute e dal benessere degli insegnanti. La salute degli insegnanti deve essere ritenuta come fondamentale indicatore del reale buon funzionamento della scuola. Pertanto nella prossima legislatura non si dovranno effettuare riforme di sorta, ma si dovrà operare in favore del benessere degli insegnanti secondo i seguenti passi: a) riconoscendo le malattie professionali attraverso studi scientifici nazionali e monitorando l’andamento; b) finanziando, attuando e controllando la prevenzione di legge dello Stress Lavoro Correlato a oggi inapplicata; c) rivisitando il sistema previdenziale (Monti-Fornero) in funzione delle due variabili, età anagrafica e anzianità di servizio, nonché delle malattie professionali dei docenti ufficialmente riconosciute.

E’ pure innegabile che in nome della dignità degli insegnanti si debba mettere mano alle loro retribuzioni adeguandole almeno alla media dei compensi europei. Tuttavia va detto senza infingimenti che le malattie psichiatriche professionali non sembrano diminuire nemmeno in quei Paesi (UK, FR, D) dove il trattamento salariale è più consistente. Ne discende che l’attenzione al riconoscimento, alla prevenzione e al trattamento delle malattie professionali della categoria riveste indiscutibilmente prioritaria importanza.Queste riflessioni inducono a due suggerimenti. Il primo è rivolto a tutti gli schieramenti elettorali che si contenderanno il governo del Paese e dunque la gestione e il funzionamento della Scuola; il secondo agli insegnanti elettori con il loro indotto:

  1. Partiti e schieramenti: non promettano nuove riforme ma centrino i loro programmi sul benessere psicofisico dell’insegnante. Gli studenti ne beneficeranno di riflesso. Occorre almeno una legislatura intera per recuperare il tempo perduto su salute, dignità e previdenza per l’intera categoria professionale. Non redigano programmi irrealizzabili e senza copertura della spesa, poiché ne va della loro già scarsa credibilità, e ricordino che ogni torto fatto alla scuola è essenzialmente fatto alle donne (83% del corpo docente), lasciate sole in barba a tutti i proclami per incentivare e tutelare il lavoro femminile.
  2. Insegnanti elettori: si chiedano innanzitutto se sono rimasti soddisfatti del loro ultimo voto. Si domandino poi se vi sono davvero forze politiche alternative che meritano la loro fiducia, se presentano un programma serio e credibile, “esente da riforme” e soprattutto se questo è attento agli insegnanti come sopra indicato. Siano pratici e non creduloni (ci si può far prendere per il naso una o due volte, ma non per sempre), e non rinuncino mai a esprimere il loro voto. Da ultimo coinvolgano i colleghi sull’argomento, sensibilizzino amici e familiari, condividano gli articoli sui social e soprattutto restino in contatto per seguire da vicino e insieme l’evolversi degli eventi.

Ci stiamo apprestando a celebrare (non certo a festeggiare) il cinquantenario del famigerato ’68. Da allora la dignità, il prestigio, il rispetto, la salute nonché il trattamento economico e previdenziale dell’insegnante sono indiscutibilmente peggiorati. Non ha quindi senso mettersi a parlare ora di peculiarità come la sperimentazione per la riduzione degli anni di studio alle superiori. Per ironia di una sorte impietosa gli studenti, protagonisti indiscussi della contestazione di allora, oggi divenuti docenti o pensionati incassano i frutti avvelenati della loro protesta: un disastro che non ha fino ad oggi conosciuto una salutare autocritica. Per non parlare del danno causato anche alla prima agenzia educativa, la famiglia, che ha rotto l’alleanza con la scuola per entrare in aperto contrasto con la stessa, fino ad invocare oggi addirittura la sorveglianza con telecamere a tutela dei propri figli.Sapremo nel 2018 dare la svolta per ricominciare a costruire centralità e complementarietà di scuola e famiglia? Proviamoci ripartendo dalle “3 P” della scuola: prevenzione, paga, previdenza.

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