“Cambiamento mentale”: come le tecnologie digitali appagano i nostri bisogni e lasciano un’impronta sul nostro cervello

di Eleonora Fortunato
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Possibile che motori di ricerca, videogiochi e social network ci modifichino letteralmente il cervello? La vita virtuale ci permetterà ancora di sviluppare pensieri profondi e abilità sociali? Finalmente disponibile nella nostra lingua grazie alla traduzione di Elisa Carlino per Giovanni Fioriti Editore, “Cambiamento mentale” di Susan Greenfield è il libro – rigorosamente cartaceo – da mettere in valigia per l’estate

Tra i tanti quesiti che la neuroscienziata dell’Università di Oxford e divulgatrice scientifica Susan Greenfield ci aiuta a formulare sulla presenza e sull’invadenza della tecnologia nelle nostre vite, quello da cui partire per questo breve resoconto ci sembra: “Che possibilità hanno le tecnologie digitali di aiutare qualcuno, di qualsiasi età, a apprendere cose, nella più vasta accezione del termine?” (p. 34). Seguendo un metodo fondamentalmente diairetico, la risposta si dipana nelle successive duecento pagine partendo dalla descrizione del funzionamento biologico del cervello – organo plastico su cui, per mandato evolutivo, tutte le esperienze (nel libro si affrontano in particolare quelle degli ambienti virtuali) lasciano un segno sotto forma di connessioni neurali – e analizzando separatamente questioni varie come il fascino dell’esperienza della navigazione su internet, le differenze tra silicio e carta, il valore educativo delle tecnologie digitali (non sottovalutato se in sinergia con un docente in carne e ossa profondamente motivato e appassionato, come si dice nella parte conclusiva del testo).

‘Guardando attraverso il prisma delle neuroscienze’ il postulato ultimo che si intende dimostrare riguarda, dunque, il potere trasformazionale che tecnologie invasive come computer, tablet e e-reader hanno sulla mente dell’uomo del XXI secolo, il mind change che esse possono indurre dando soddisfazione ai tre bisogni umani che Greenfield individua come fondamentali: l’essere riconosciuti come essere speciali, appagato dal narcisismo in crescita grazie ai social network; l’essere accettati come membri di una tribù, che sempre gli stessi social facilitano risparmiandoci le interazioni e gli spostamenti fisici del mondo reale; infine il desiderio di una gratificazione istantanea, la nostra impulsività, soddisfatta dai videogiochi o dal puro piacere di rivelare qualcosa di sé aspettando le reazioni degli altri (cap. 20).

Ed è così che, indagando il ruolo sempre crescente dei social network nelle nostre vite, la studiosa giunge a conclusioni allarmanti: “Fino a ora, il continuo dialogo tra l’individuo e l’ambiente è stato ponderato in favore di una storia di vita internalizzata e personale e di un dialogo interno che, ritengo, equivalga a ciò che chiamiamo identità. […] La spinta di base che ci porta a condividere questa narrativa con altre persone è stata tradizionalmente controbilanciata dai vincoli biologici dell’interazione faccia a faccia, dove le amicizie si formano gradualmente e in modo altamente selettivo. Tuttavia i media sociali rimuovono queste precauzioni tramandate dall’evoluzione e premono l’acceleratore sull’auto-rivelazione senza restrizioni, in un contesto dove i tradizionali freni dati dai normali feedback interpersonali sono assenti” (p. 98). Invece di avere una ristretta nicchia di amici, quindi, il nostro ‘io’ più profondo è ora esposto a centinaia di persone che lo costringono a un esame minuzioso, senza fine, ma “come se la caverà questa identità eccessivamente egocentrica e fragile nella comunicazione interpersonale e nelle interazioni?” (p. 98).

Una menzione a parte meritano i capitoli centrali del volume che, supportati anche in questo caso da un ricco apparato bibliografico, passano in rassegna gli effetti dei videogiochi su attenzione, sviluppo sociale, benessere psicologico e i loro possibili legami con aggressività e sconsideratezza, anche se la baronessa Greenfield (la studiosa è membro della Camera dei Lord) è onesta nel non tacerne le potenziali ricadute positive su alcuni disturbi dello sviluppo e sul controllo visivo e motorio.

Tra le suggestioni che ricorrono più frequenti e che mi sembrano più adatte a condensare la forte tensione comunicativa ed etica del lavoro (due dimensioni che non è sempre così facile far convivere), segnalerei la polarità tra coscienza, consapevolezza e saggezza da un lato, come frutto di un approccio cognitivo alla vita, e sensorialità pura, con una forte dominanza dei sentimenti e scarsa percezione dei rischi e delle conseguenze legati alle azioni, un dualismo che come sappiamo è stato al centro dell’indagine filosofica fin dai suoi albori, ma le cui implicazioni sul piano etico e gnoseologico sono oggi pesantemente rimesse in discussione proprio dagli stili di vita digitali: “Senza una struttura concettuale personalizzata che ci permetta di usare Internet per inquadrare e riflettere su domande aperte e difficili, si corre il rischio di essere passivamente guidati da fatti isolati. […] Vale la pena notare come anche il presidente di Google, Eric Schmidt, creda che lo stare seduti a leggere un libro sia il modo migliore di imparare qualcosa. Abbiamo bisogno di tempo per riflettere e capire il mondo che ci circonda […]. Sembra che la cyber-cultura non incoraggi lo sviluppo delle capacità attentive necessarie per un pensiero profondo; quindi se ci affidiamo esclusivamente a tale cultura digitale rischiamo di non costruire un adeguato quadro concettuale che dia un significato al mondo che ci circonda” (p. 185).

Lo sappiamo bene noi, lo sa Greenfield e lo sapeva persino Platone – quello del Fedro di cui due calzanti citazioni ricorrono nel volume – che qualsiasi progresso tecnologico ha sempre comportato cambiamenti profondi nell’interazione tra uomo e uomo e tra uomo e realtà, provocando la perdita di alcune abilità e incidendo in maniera profonda sia sulle forme del sapere sia sulla loro trasmissione, ma questa coraggiosa intellettuale inglese ci dimostra con acribia e con argomentazioni tanto pacate nel tono quanto stringenti nella sostanza che nell’era della cyber-cultura troppe circostanze sono concomitanti tra loro e che troppo alto potrebbe essere il prezzo da pagare. Cambiamento mentale è, quindi, da un lato uno strumento che ci aiuta a leggere da un’angolazione scientifica trasformazioni del nostro vivere quotidiano che molti di noi sono più inclini a trattare con gli strumenti delle scienze umane, dall’altro un accorato invito alla prudenza rivolto a chiunque operi nel mondo dell’educazione e dell’istruzione. Un buon testo di critica culturale capace di dimostrare che quando sono in gioco argomenti profondi, e forse persino il destino della nostra umanità, il sapere sa anche riconquistare la sua unità perduta.

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