Burnout, Stress Lavoro Correlato, rischi psicosociali: cosa fare?

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Il 27 febbraio scorso si è tenuto all’Istituto Leonardo da Vinci di Firenze, capofila della rete scolastica RESAS, un convegno dal titolo “Stress e disagio nella scuola”.

Si è trattato di un momento importante che ha consentito di fare il punto sulla situazione. In particolare sono emersi in modo lampante i pericoli che rischiano di vanificare il lavoro fatto finora per riconoscere le malattie professionali degli insegnanti e per prevenirle. Nel ricordare che l’applicazione pratica della norma di tutela della salute nella scuola risale al lontano 1° Gennaio 2011, vediamo nell’ordine di importanza i suddetti rischi.

  1. La questione terminologica innanzitutto. I termini burnout (B), stress lavoro correlato (SLC) e rischi psicosociali (RPS) non sono codificati, non possiedono una definizione univoca e condivisa, non sono ufficialmente riconosciuti. Nessuno dei tre è presente nei manuali diagnostici americano ed europeo perché non corrispondono a una diagnosi, né rappresentano una patologia.
  2. Dal punto precedente discendono seri problemi. Se le tre entità non sono patologie riconosciute, risulta impossibile farne la prevenzione e, riconoscerne il danno causato ai fini di un indennizzo (intervento Inail).
  3. La prevenzione finora attuata si è avvalsa di questionari collettivi e rigorosamente anonimi con i quali (intervento Inail) è possibile stabilire se l’ambiente di lavoro sia a basso, medio o alto rischio di SLC. In tutte le realtà dove sono stati somministrati simili o analoghi questionari il rischio registrato è sempre risultato (stranamente) basso, nonostante la bibliografia internazionale affermi che la categoria professionale dei docenti sia quella più esposta di tutte all’usura psicofisica. Vi è inoltre il rischio che il questionario abbia l’unico e inconfessato compito di dimostrare che in quel determinato istituto si sta bene e dunque non ci sia bisogno di attuare le misure di prevenzione, tra l’altro non specificate, necessarie per i livelli di rischio “medio” o “alto”. E’ poi certamente conveniente per ciascun dirigente scolastico produrre dei risultati di buon clima ambientale nella propria scuola, trascurando i singoli casi che, pur necessitando d’aiuto, sono tamponati dalla media.
  4. Vi è poi il rischio di perdere tempo prezioso (siamo già in ritardo di 7 anni) nel voler ricercare le maggiori cause dell’usura psicofisica della professione. Si sono presentati innumerevoli “punti d’usura” che vanno dalla relazione con l’utenza a quella coi colleghi, dal rapporto col dirigente a quello coi genitori, dalle continue riforme al registro elettronico, dalla globalizzazione alla bassa retribuzione salariale e via discorrendo. Basti qui ricordare quanto scritto circa 20 anni fa da Farber (illustre psicologo americano studioso di burnout dei docenti): “Fino ad oggi ho individuato oltre 40 fonti di stress negli insegnanti, ma ne scopro di nuove ogni giorno e soprattutto dovrei stabilire il peso di ciascuna: mi servirebbe una vita e alla fine non avrei fatto nulla”.
  5. Alcuni dei relatori hanno infine annunciato convegni, progetti e iniziative sullo SLC in cui hanno incluso anche tematiche quali il cyberbullismo e le molestie sessuali sul lavoro. Credo che ciò sia frutto della confusione di cui sopra dovuta alla mancanza di identità, definizione e riconoscimento univoco del disagio mentale professionale nei docenti.

Cosa fare di fronte a questo scenario? Dobbiamo rifasare il nostro intervento fondando l’azione esclusivamente sulle evidenze e operando in modo semplice, diretto e specifico.

Le evidenze disponibili sono crude e inequivocabili:

  • Dati della bibliografia internazionale ci dicono che il disagio psichico e il tasso suicidario dei docenti sono altissimi (Francia, Regno Unito, Germania, Giappone…). Questo dato è comune a moltissimi Paesi dove sono stati condotti studi scientifici e dunque attestano che l’usura psicofisica prescinde dal modello scolastico adottato.
  • L’usura psicofisica risulta alta e pressoché identica in tutti i livelli d’insegnamento: dalla scuola dell’infanzia alle superiori di II grado (La Medicina del Lavoro 5/04; Vianello 12/16).
  • L’usura psicofisica della professione abbatte, fino ad annullarla, la cospicua differenza (2,5:1) di suscettibilità alla patologia ansioso-depressiva tra i generi maschile e femminile (La Medicina del Lavoro 5/04; Vianello 12/16).
  • Da una recente ricerca empirica, pubblicata su questa testata, risultano pressoché quadruplicati i suicidi tra gli insegnanti dal 2016 al 2017 (da 6 a 22 casi).

Di fronte alle suddette evidenze non possiamo più attendere chiarimenti terminologici o perdere tempo nella somministrazione di questionari ma occorrono fondi ad hoc e un intervento urgente che preveda subito:

  1. Attuazione immediata degli studi epidemiologici osservazionali sui dati (gelosamente) custoditi dall’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze. Tali dati riguardano le inidoneità all’insegnamento per motivi di salute negli ultimi 13 anni (dal 2005 a oggi). Tra l’altro si risolverebbe ogni questione terminologica potendo disporre di vere diagnosi mediche emesse da Collegi Medici di Verifica.
  2. Dare compimento all’art. 37 del DL 81/08 formando i docenti sui rischi per la loro salute e sui diritti/doveri del lavoratore nel concorrere alla tutela del proprio benessere lavorativo.
  3. Formare i dirigenti scolastici sulle loro incombenze medico-legali (siamo in ritardo di 20 anni nell’applicazione del DM 382/98) affinché possano tutelare innanzitutto la salute dei loro docenti nonché l’incolumità dell’utenza.
  4. Rivedere la politica previdenziale negli insegnanti alla luce delle loro malattie professionali.

Tutto ciò non è altro se non quanto chiesto ai politici, per la prossima legislatura, nella petizione sottoscritta da 35.000 docenti e già presentata da questa testata.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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