Burnout, ricorrere al part-time può giovare ma non basta. No a ripiego su sostegno, lavoro più stressante

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Attraverso i racconti di due insegnanti (Anna e Mara i loro nomi di fantasia) proviamo a individuare alcuni tratti caratteriali che predispongono l’individuo al burnout, nonché la sua comparsa e alcune delle risposte attuate per reagire al disagio stesso.

Gentile dottore,

sono una docente di lettere presso una scuola media del Centro Italia. Ho quarantanove anni.  Il mio percorso lavorativo è stato faticoso. Mi sono laureata in lettere e amavo la letteratura, ma non avrei mai immaginato di fare l’insegnante. Ho viaggiato e insegnato per anni (con le figlie piccolissime) per tutte le scuole della provincia. Anni di sacrifici e ora il dolore di non poter stare più in classe.

Questo malessere è presente da anni, ma solo ora ne ho preso coscienza. Ho sempre pensato, trascurato, sottovalutato l’ansia che mi prendeva quando entravo in classe, nei consigli, nelle riunioni scolastiche. Prima riuscivo bene o male a gestire la situazione, oggi cerco ugualmente di farlo (nascondendo il mio malessere a tutti) ma dentro sto morendo lentamente.

Prima di andare al lavoro sento una grande tristezza, prima di entrare in classe provo ansia e durante la lezione mi è capitato più di una volta di avere un attacco di panico con sudori freddi.

Sono da tre anni in questa scuola; il primo anno avevo una classe prima che ho portato fino alla fine dell’anno. Ero però esausta, stavo male e così decisi (il secondo anno) di lasciare e andare in assegnazione sul Sostegno. Questo ha suscitato uno “scandalo” a scuola, fra i colleghi (io di Lettere che andavo via). 

La classe mi ha cercata, i ragazzi volevano che io tornassi e non capivano cosa avessi. Così sono tornata (questo anno scolastico) e li porterò agli esami di terza media. Devo farlo, loro contano su di me, ma io dottore sto male; mi viene spesso da piangere, mi sento soffocare al pensiero di dover continuare così anche in futuro, mi manca l’aria, non tollero più la campanella a scuola (il suo rumore mi scuote), mi irrigidisco quando gli alunni si avvicinano a me (ma non sono loro, non hanno colpa) sento la confusione, le voci, le grida e tutto mi rimbomba in testa, mi viene solo da piangere e le mie figlie se ne sono accorte, ma io fingo e ingurgito tutto questo malessere dentro come ho sempre fatto. Vorrei fuggire ma non posso, però devo fare qualcosa altrimenti è la fine per me.

Per anni mi sono sentita una visionaria, ora il dolore è forte.

Ho pensato di fare domanda per essere impiegata in altri compiti, ma ho tanta confusione in testa e ho timore, mi sento sola, disperata.

Ho deciso, per ora, di chiedere un part-time per cercare di superare questa crisi profonda: è un tentativo e mi auguro di riuscire.

Anna

Riflessioni

  1. Anna scopre l’esistenza del burnout in età avanzata. Siamo infatti alla soglia dei 50 anni che per la donna significa un rischio depressivo quintuplicato rispetto alla sua fase fertile.
  2. La sintomatologia è quella tipica: ansia, depressione, attacchi di panico, crisi di pianto, sensazione di soffocamento. Anna non ci dice se sta effettuando una farmacoterapia ma verosimilmente omette di proposito l’informazione perché troppo impegnata a “fingere di stare bene” nascondendo il suo disagio a colleghi e familiari.
  3. L’insegnante afferma chiaramente di ricorrere alla più perniciosa strategia di adattamento negativa: la dissimulazione. Scrive infatti di “ingurgitare tutto questo malessere” dentro di sé senza affrontarlo e condividerlo.
  4. Di fronte a questo disagio devastante non resta che la fuga che, in questo caso, si realizza attraverso un ripiegamento sul Sostegno. La mossa ha breve respiro anche perché, come dimostra uno studio scientifico del 2009, i docenti di Sostegno stanno addirittura peggio dei loro colleghi curricolari per ciò che riguarda le diagnosi psichiatriche in Collegio Medico di Verifica.
  5. La scelta di ricorrere al part-time è senza dubbio valida, ma deve essere accompagnata da un lavoro su di sé per uscire da quella autoreferenzialità che isola la docente dalla realtà che non opera sconti a nessuno soprattutto a chi continua a fingere e a isolarsi anziché vivere il proprio malessere condividendolo con chi è accanto (colleghi e familiari).

Gentile dottore,

insegno da 15 anni nella scuola media. Da 10 anni soffro della sindrome ansioso depressiva, trattata con citalopram e lorazepam. Per questo mio problema ho scelto il part-time al 50% di più non riuscivo a fare. Inoltre, in questi 10 anni, ho svolto regolarmente psicoterapia con diversi psichiatri e psicologi. Negli ultimi anni la situazione è andata aggravandosi: esaurimenti nervosi, ridotta capacità di attenzione e concentrazione, astenia, nervosismo, crisi di pianto.

Cosi, finalmente, mi sono decisa. Ho fatto richiesta per visita medica collegiale e mi sono messa in aspettativa. Mi sono recata all’ospedale dove mi sono sottoposta ai test proiettivi e della personalità. 

Cercando su internet informazioni sul percorso intrapreso, mi sono imbattuta in Lei, ciò è stato per me una vera e propria scoperta, in quanto in questi 10 anni non c’è stato né medico di base, né specialista, né dirigente scolastico che sia stato in grado di dirmi che la mia situazione rientrava nell’80 % dei casi di richiesta di inabilità all’insegnamento, come da lei certificato. Quindi su questo tema, che lei porta avanti da svariati anni, c’è assoluta ignoranza!

Anzi, sulla scelta del mio part-time sono stata spesso additata come quella che non aveva voglia di lavorare, nonostante entrassi spesso in classe imbottita di antidepressivi ed ansiolitici! È’ proprio vero che si tratta di un male oscuro e nessuno se ne accorge. Anzi, imbottita di quei farmaci, sei la più sorridente e tranquilla di tutto il corpo docente: glielo assicuro! 

Comunque, tutto questo racconto è solo per chiederle se ha dei suggerimenti da darmi.

Mara

Riflessioni

  1. Mara è decisamente più diretta e appare assai pratica. Riferisce senza imbarazzo la farmacoterapia cui si sottopone (antidepressivo e ansiolitico) e solamente in un secondo tempo accenna al disagio psicofisico di cui ha rintracciato la causa professionale.
  2. Nonostante i soli 15 anni d’insegnamento, la docente presenta la sintomatologia tipica: diminuite capacità di attenzione e concentrazione, nervosismo, crisi di pianto, depressione, ansia, astenia.
  3. La spregiudicatezza della docente nell’affrontare lo spinoso argomento sembra scaturire nel momento stesso in cui scatta la consapevolezza sull’origine professionale del disagio vissuto, dopo 10 anni di ricerche e incomprensioni da parte di “medici e dirigenti scolastici ignoranti”. La rivelazione non toglie una sola stilla di sofferenza ma fornisce le energie necessarie per reagire al male oscuro.
  4. La richiesta del part-time è pertanto la scelta logica e giusta da fare: “se la professione mi usura, non resta che ridurre, per quanto la legge lo consente, il suo spazio nella mia vita”.
  5. La storia di Mara fa comprendere l’importanza di conoscere le malattie professionali cui si è esposti, per sapere quali strategie preventive e curative intraprendere. La somministrazione “cieca” di psicofarmaci come oggi realizzata (vedi il caso di Mara) non può che ottenere pochi risultati e scarsamente duraturi.

La conoscenza tra i docenti delle malattie professionali e i loro rischi rappresenta pertanto il primo importante passo per fare fronte a un disagio ancora oggi sommerso e di cui si tende a vergognarsi. La dissimulazione e la non condivisione dell’usura psicofisica tra gli insegnanti sono i maggiori nemici che la categoria professionale si trova a combattere, alla stregua degli stereotipi presenti e ben radicati nell’Opinione Pubblica.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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