Burnout ne soffre 68%, 31% docenti livello 3. Vianello, con riforma situazione può peggiorare

Dopo la divulgazione, avvenuta nei giorni scorsi, della ricerca sul livello di burnout degli insegnanti promossa dall’Università La Sapienza di Roma (il cui campione di giudizio è stato selezionato anche grazie alla collaborazione col nostro portale), ecco l’intervista all’autrice dello studio, Luisa Vianello, dottore di ricerca in Pedagogia sperimentale e insegnante di scuola primaria.

Una patologia psichiatrica che comporta «una rottura dell’equilibrio tra la persona e la sua professione», ecco come la ricercatrice definisce il burnout in questa indagine che ha avuto lo scopo precipuo di legare il disagio alla self-efficacy degli insegnanti e al clima di scuola, mettendo in evidenza cause scatenanti e possibili rimedi.

I dati della sua ricerca sono stati raccolti da giugno a novembre 2014: i questionari online sono stati somministrati a 1541 utenti, di questi il 61% ha risposto all’intero questionario, ma si arriva al 68% considerando 400 questionari non completi. Sappiamo che il tasso di risposta previsto per un questionario da compilare interamente online è del 50-60%, a cosa attribuisce il successo della sua ricerca?

“Sicuramente è stata una sfida decidere di somministrare un questionario interamente online, considerando che tante persone non hanno grande dimestichezza con il computer, né riempiono abitualmente questionari online. Probabilmente è stata la rilevanza dell’argomento a suscitare tanto interesse negli insegnanti. Non capita spesso di trovare luoghi (anche virtuali) dove poter condividere le proprie idee su argomenti così complessi. Da segnalare anche la pazienza dei colleghi nel rispondere al questionario, data la sua lunghezza”.

È emerso che il 42% del campione ha un livello 0 di burnout, ossia un punteggio basso, ma il 31% ha un livello 3 (cioè quello più alto), con un punteggio alto in tutti e 3 gli ambiti indagati (personale, lavoro, utenza) – cui si sommano un altro 12,2% e 14,8% rispettivamente con livello 2 e 1. È un dato allarmante o no? Cosa succede all’estero?

“È sicuramente un dato allarmante. Il campione è stato trovato anche grazie alla vostra collaborazione, quindi gli insegnanti si sono autocandidati, ma il campione è altamente rappresentativo della situazione italiana. Per cui è possibile pensare che la situazione italiana non sia molto rilassata, anzi, con l’introduzione della Buona Scuola (la legge 107) e i cambiamenti avvenuti, la situazione potrebbe essere peggiorata. All’estero le situazioni sono diverse a causa di una diversa gestione delle politiche educative. Nel caso del burnout bisogna calarsi nella propria realtà, non è detto che ciò che va bene in Spagna o in Francia vada bene anche in Italia”.

Tra le conclusioni a cui giunge, vediamo anche che i docenti con un alto livello di burnout appartengono a tutti gli ordini di scuola, senza differenze significative, mentre è communis opinio che la scuola dell’infanzia in realtà esponga maggiormente a questo rischio (non a caso un recente intervento legislativo riconosce la professione come usurante). Crede che bisognerebbe andare più a fondo su questo punto?

“Anche su questo punto sarebbe necessario approfondire e poter indagare cosa avvenga ad ogni livello scolastico. Quello che emerge dai dati è che il lavoro presenta difficoltà in tutti gli ordini, sia con bambini di 3 anni che con adolescenti di 16, problemi differenti ma che portano i docenti ad essere insofferenti ed affaticati. Si potrebbe anche somministrare annualmente un questionario per autovalutare il livello dei docenti e agire di conseguenza in base ai risultati ottenuti, soprattutto per prevenire le situazioni più spiacevoli”.

Il fatto che chi svolge funzioni attive nell’istituto (come funzioni strumentali, coordinatori di classe, ecc.) sia meno esposto al burnout si lega direttamente col livello di autoefficacia percepito?

“Non è detto che dipenda dall’autoefficacia, poiché l’autoefficacia che ho rilevato è quella della percezione di se stessi come docenti. Piuttosto potrebbe essere indice del fatto che chi si occupa di “altro” oltre alla propria classe e svolga ruoli diversi, sia meno esposto al rischio del burnout, probabilmente perché è occupato in impegni non prettamente scolastici, nonostante le ore aggiuntive per svolgerli. E’ da segnalare, però, che dalla ricerca risulta che spesso da questi ruoli siano esclusi i docenti più giovani e soprattutto i precari”.

Chi ha classi molto numerose (sopra i 25 alunni) è più a rischio di burnout, mentre classi meno numerose (meno di 20 alunni) portano un livello 0 di burnout: una conclusione che dovrebbe innescare una seria riflessione politica. Ci sono altre evidenze scientifiche che vanno nella medesima direzione?

“Numerose ricerche internazionali riportano che avere più studenti in classe porta ad una difficoltà di gestione. Ad esempio, nella ricerca Talis 2013 (Teaching And Learning International Survey), un’indagine internazionale promossa dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), si afferma che il senso di autoefficacia dei docenti diminuisce con il crescere del numero degli alunni per classe, soprattutto in presenza di studenti con problemi comportamentali. Il numero degli alunni è riconosciuto da anni come un “job stressor” ossia un fattore di stress (si veda anche ETUCE European Trade Union Committee for Education 2007). Proprio per questo ho voluto indagare questo aspetto nella mia ricerca.

Questo è un dato molto interessante e che dovrebbe far riflettere seriamente. Le classi in cui lavoriamo sono sempre più affollate ed è chiaro che ciò non permette un clima di lavoro sereno e disteso.

C’è un qualche dato incoraggiante che emerge dalla sua ricerca? Forse la voglia di comunicare il proprio disagio, la propria condizione?

“I dati incoraggianti vengono dalle voci degli insegnanti: sono le domande aperte, dove ho chiesto opinioni sulle situazioni di disagio ma anche che cosa funziona nella scuola e cosa desidererebbero per migliorarla. Le risposte sono state oneste e hanno dimostrato come chi svolge questa professione lo faccia con passione e dedizione. Tra le richieste ci sono proprio un numero minore di alunni per classe, migliori strumenti digitali per lavorare e riavere il rispetto per la professione,

Spero che davvero questa ricerca possa dare voce a noi insegnanti per migliorare le difficili situazioni in cui ci troviamo e far capire che gli insegnanti hanno bisogno di essere rispettati e supportati adeguatamente”.

Burnout: più a rischio stress docenti con classi numerose, incide educazione studenti. Vicepresidi e collaboratori meno rischi. Una ricerca della Sapienza di Roma

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