Burnout: dissimulazione, autolesionismo, ideazione suicidaria e altro ancora. Seconda parte

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Prosegue il racconto della storia di Aurelia, insegnante 50enne, che lavora in una grande città del Nord Italia. Coniugata e madre di due figli, avverte improvvisamente l’insostenibilità della sua professione.

Prosegue il racconto della storia di Aurelia, insegnante 50enne, che lavora in una grande città del Nord Italia. Coniugata e madre di due figli, avverte improvvisamente l’insostenibilità della sua professione.

Attraverso il suo scritto ripercorriamo le tappe ed i percorsi individuale e professionale cercando di individuare le principali cause del disagio psicofisico. Nella prima parte sono già stati messi in evidenza e commentati quei segni, sintomi e manifestazioni quali la dissimulazione, l’autolesionismo e l’ideazione suicidaria.

La lettera (Parte seconda)

Egregio Dottore,
nel leggere la sua risposta di conferma per il nostro incontro e i suoi suggerimenti sui documenti da portare, mi sento di doverle precisare alcune cose. Innanzitutto la mia idea di chiedere la visita per inidoneità è molto recente, diciamo due mesi fa, perché fino a quel momento ho sempre pensato di dover soffrire in silenzio, che il mestiere di insegnante per me fosse una condanna a vita. Poi, a novembre, cercando su internet soluzioni per il mio malessere, ho trovato articoli, ricerche, studi sul disagio dei docenti e, prima di tutto, ho scoperto che lei è l'unico che ha capito di cosa si tratta realmente e, inoltre, che avrei potuto salvarmi chiedendo la visita. Ma, soprattutto, devo spiegarle che nessuno, veramente nessuno, fino a questo momento, ha avuto sospetti o dubbi che io non facessi volentieri e bene il mio lavoro.

Quindi nel mio fascicolo personale (reale e virtuale) non ci sono richiami, ispezioni o cose del genere, ma solo successi! Quando, in novembre, ho deciso di spedire la richiesta di visita collegiale, l'ho fatto tramite raccomandata e comunico con la scuola solo tramite mail rigorosamente formali e credo che siano tutti (preside, segreteria, colleghi, bidelli) scioccati e sbalorditi. E quindi diventa forse indispensabile che io le riassuma la mia carriera scolastica (e non solo). Sono nata nel 1961 e nel 1981 ho conseguito la maturità classica e mi sono iscritta a giurisprudenza; sono sempre stata molto brava a scuola, moderatamente studiosa ma piuttosto brillante. Trasferita in città, ho lavorato dunque come commessa, impiegata presso il Comune, rappresentante editoriale, baby sitter, operatrice scolastica e, nella stagione estiva, bracciante agricola: tutto questo dall'82 all'88, mentre nell'84 mi sono anche sposata. Nel 1989 è nato il mio primo figlio e, a quel punto, prime crisi di ansia: oddio, non ho un lavoro stabile e decente, che fine farò se dovessi restare sola, povero bambino che madre snaturata etc.

Quindi decisione di prendere la maturità magistrale come privatista, dato che avrebbe dovuto uscire un concorso di lì a poco. Detto fatto: diploma conseguito a luglio del 90, concorso materna ed elementare, superati entrambi con ottimi risultati, a settembre '91 mi trovo a scegliere tra l'immissione in ruolo alla materna e l'elementare. Opto per quest'ultima e lavoro fino al 2003 in quest'ordine di scuola. Nel frattempo, però, nasce nel '93 il secondo figlio e mi iscrivo alla facoltà di Lettere e nel 2000 conseguo la laurea, seguo un corso abilitante per l'insegnamento di italiano, storia e geografia e nel 2003 ottengo il passaggio alle scuole superiori dove sono tuttora di ruolo.

Durante la mia carriera come insegnante  ho seguito corsi di aggiornamento, ho aderito a tutte le iniziative culturali e di innovazione, sono stata membro del consiglio d'istituto, tutor per tirocinanti, figura obiettivo e membro dello staff di presidenza, referente per gli stranieri, responsabile della biblioteca, coordinatrice di una o più classi e ho un perfezionamento post-laurea annuale in Didattica dell'italiano.

Detto tutto questo, io di scuola non ne voglio più sentir parlare, non voglio aver a che fare con alunni, genitori, colleghi, presidi o operatori scolastici. I piani di lavoro, i POF, i BES, le riunioni di dipartimento, i consigli di classe aperti alle famiglie, la valutazione, i PEI, le riforme, gli incentivi, le lavagne interattive non solo mi danno la nausea ma suscitano in me una rabbia, un odio, un disgusto, che se mai dovessi riuscire ad avere l'inidoneità non vorrei più vedere un edificio scolastico neanche in cartolina. Invidio i postini, i giardinieri, i carpentieri, le sarte, per non parlare della gelosia  con la quale osservo la portinaia che mi saluta sorridendo mentre spolvera il mancorrente delle scale, la formaggiaia che mi incarta con delicatezza una bella fetta di parmigiano, la  netturbina che raccoglie gli escrementi con pala e scopa di saggina, con le cuffiette nelle orecchie, i capelli tinti raccolti vezzosamente sulla nuca e il viso forse troppo truccato ma disteso, sereno. Io non ho voglia né di lavarmi, né di vestirmi, figuriamoci di truccarmi. Mi trascino dove devo andare e non è più l'entusiasmo o almeno il senso del dovere, ma solo la rabbia.

E sono io la prima a chiedermi: perché questa rabbia? Per non aver saputo scegliere qualcosa di più adatto a me, per non essere capace di gustarmi le cose positive della mia vita, per non essere capace di gestire cose che per altri sono normalissime, per non essere più menefreghista, meno sensibile, meno permalosa, meno difficile. Invidio la gente che svolge serenamente il proprio lavoro non perché io sarei felice a fare quel lavoro, ma perchè si sanno accontentare, si gustano le cose positive, sono in grado di affrontare gli aspetti negativi. Insomma, sanno vivere. Io non sono più capace di far niente. Sono svuotata, spremuta, non ho più risorse. Mangio, mangio, mangio: negli ultimi 3 anni ho preso 9 chili, almeno una volta avevo gli attacchi bulimici e poi vomitavo, adesso non ne ho più la forza, i conati mi provocano incontinenza, lo sforzo muscolare alla cervicale mi dà dei dolori lancinanti. Mi guardo e mi faccio schifo, altro che aggiustarsi i capelli… Non so come vestirmi, indosso sempre pantaloni della tuta o qualcosa fornito di elastico che non stringa, non sopporto più collant, maglie aderenti, lana, la felpa è la mia seconda pelle. A proposito di pelle, non solo ormai ho una secchezza cronica e un colorito verdastro, ma soffro di eczemi e dermatiti, risolvo con il cortisone uno sfogo sulle mani ed ecco che ne spunta un altro sulle gambe.

Quindi sono pesante, dolorante, goffa, maldestra, impedita, ma in realtà nulla di grave, devo andare a scuola. E a scuola chi trovo? Tanta gente che ha enormi problemi di salute, di disciplina, gente demotivata, a terra, culturalmente inconsistente, che però va avanti, ce la fa, si trascina, galleggia, fa figure barbine ma va tranquilla a scuola, è questo che io non capisco, come fanno altri così conciati a farcela, quando io con molti meno problemi apparenti non ce la faccio?

Quale lavoro non dà frustrazioni, non presenta difficoltà, non stanca, i colleghi stronzi ci sono dappertutto, in fondo sono poche ore, cosa devo dire a mia difesa. Eppure, non ce la faccio più. Ammetto tutti i miei difetti, le mie debolezze, la mia incapacità: non so dire no, non so comandare, non sono autoritaria ma neppure autorevole. E pensare di entrare in classe, con tutti quei ragazzoni grossi, quegli odori intensi di sudore o di deodoranti nauseabondi, quelle accoglienze apparentemente affettuose, ma sopra le righe, quelle voci sgradevoli e penetranti (Prof, che bello vederla! Che facciamo? Posso uscire, due minuti, la prego… prof vero che non interroga? Prof, ci porta in gita? Prof, lei ne capisce di biologia? Mi spiega 'sta frase poi vado a posto, giuro…). E io che, sorridendo, perché non voglio far vedere che li temo, rispondo gentilmente a tutti, riesco a farli sedere tutti. Tutti sempre tranne uno: tutti gli anni in tutte le classi ce n'è sempre almeno uno che rimane attaccato alla cattedra. Perché, come sempre e come minimo, uno per classe è fortemente problematico, non quello con il sostegno, quello è seguito, no, i più difficili sono quelli che non hanno certificazioni ma hanno problemi famigliari, sociali, relazionali, culturali etc.

E questi non vanno a sedersi vicino alla cattedra di tutti i prof, no, solo vicino a quelli più gentili, più garbati, più dolci (leggi: più fragili), perché quelli li capiscono, si mettono nei loro panni, li aiutano, soffrono con loro. Tutti quei ragazzi, e prima quei bambini, si sono seduti vicino a me; per alcune ore, per alcuni giorni, si sono alternati, in modo tale che io non dimenticassi che loro avevano bisogno di me. E' stato bellissimo, esaltante, coinvolgente, ma devastante: ho raccolto i pianti, le urla, la violenza, la disperazione, la solitudine di tutti loro, come ho potuto, finché ho potuto. Mi sono sentita buona, brava e potente: ho affrontato e gestito tre casi diversi di pedofilia; alle superiori un'alunna abusata dal padre; un'altra dal convivente della madre; ragazzi picchiati e tolti alle famiglie; una ragazza incinta a quindici anni; svariati casi di droga; ragazzi in comunità per prostituzione, furti, violenza. Ma non solo io, non sono mica l'eroe solitario, ma anche i miei colleghi che però continuano mentre io non ce la faccio più.

Se penso ad un alunno che viene alla cattedra per parlarmi non vedo più gli occhi grandi, le unghie mangiate, i capelli spettinati: mi sento travolta da un alito forte che mi dà la nausea, non capisco le sue parole e voglio dormire e basta. Le ho scritto che non risulta niente di eclatante del mio disagio, anche se negli ultimi anni ho dato in escandescenze più di una volta, tirando zaini giù dalle scale o quaderni e libri dalle finestre, per non parlare delle crisi di pianto, delle liti con insulti fino all'episodio più grave, nel 2010: dato che ho sempre l'impressione che qualcuno parli male di me, mi critichi o mi prenda in giro, un giorno mi è sembrato che una collega anziana, molto autoritaria e sicura di sé, avesse detto ad una collega che io avevo fatto una cosa cretina; sono andata casa piangendo e non ho dormito tutta la notte. Alle 4 del mattino dopo mi sono alzata e ho scritto una lettera al Preside nella quale denunciavo tutta una serie di scorrettezze commesse negli anni da questa collega che era rimasta impunita grazie alla sua fama, all'età, al prestigio etc. E' successo il finimondo, lei poi è andata in pensione ed è finita lì. Però questo, che sembra veramente una scemenza, per me è una cosa spaventosa, enorme, non riesco a gestirla: io sempre, ogni anno, in qualunque posto, dopo un po', anche se rido, scherzo, sono simpatica e tutti mi amano, comincio a pensare che qualcuno sia geloso del rapporto che io ho con gli alunni, dei successi con i genitori o di non so che e mi convinco che trami alle mie spalle, che dica delle cose ai ragazzi per mettermi in cattiva luce, che controlli quello che io faccio, insomma, io vado in tilt. Mi sembra che quando arrivo smetta di parlare, che le frasi più innocenti nascondano dell'ironia. La realtà è che io non sono più in grado di lavorare serenamente e mi sembra di impazzire.

E un'altra cosa che devo dirle è che in passato ho avuto dei periodi in cui, dopo aver vissuto fasi in cui ero demoralizzata o ansiosa o devastata da attacchi di panico, ero in preda ad eccessi di energia, ho avuto avventure abbastanza pericolose e non avevo paura di niente. Per non parlare della manie di comprare case, fare mutui per poi rivendere pochi mesi dopo, e l'anno dopo di nuovo (siamo alla quinta casa in 13 anni, sempre senza un centesimo, mio marito ha la testa tra le nuvole, io decido tutto da sola). E poi le diete: nei periodi di entusiasmo perdevo molti chili, non dormivo, ero abbronzata, disinvolta, sopra le righe. Durante il periodo scolastico di solito sono un disastro e sempre più, invecchiando: in classe perdo il filo, non riesco a concentrarmi, se i ragazzi mi interrompono non so più andare avanti, non riesco a compilare il registro, dimentico tutto, perdo i compiti che devo correggere, non so come valutare, mi sembrano tutti uguali, o fanno schifo e allora penso che non ho saputo spiegare, o penso che vadano bene così, che mi fanno pena, che quelle che faccio sono tutte stronzate e allora sono tutti sufficienti.

Invece adoro fare gli esami di stato, la maturità! Perché non ho paura di non saper gestire la classe. Finora ho detto quasi tutte cose negative di me, ma se io sono tranquilla cucino benissimo, lavoro a maglia, ricamo, tengo la casa come un gioiello! Faccio il pane, le marmellate, rammendo i calzini, preparo tende e tovaglie all'uncinetto, vernicio le porte, imbianco la casa.

Stanotte mi è venuta in mente una cosa che mi tormenta. Ci ho pensato bene e non mi sento assolutamente di andare in qualunque scuola, né la mia, né in nessuna scuola d'Italia a fare la bibliotecaria o cose simili. Piuttosto rientro sulla classe, faccio il part-time e cerco di sopravvivere, ma non mi sento di stare da inidonea in mezzo a colleghi alunni etc. Le dico questo perché io ho fatto la domanda pensando di poter andare all'USR, o USP o, meglio ancora, alle poste, al ministero delle finanze in un ASL o che ne so, ma togliermi dalla scuola. Non m'importa se mi mandano lontano da casa, meglio! Anzi, io speravo magari di cambiare regione, tanto mio marito va in pensione e i figli sono grandi. Se c'è il rischio di restare qui e finire in qualche scuola a farmi compatire, io devo trovare una soluzione, fingere di stare benissimo e non avere l'inidoneità! Più leggo le cose interessantissime che lei scrive sulla scuola (dall'articolo più recente al suo libro “Pazzi per la scuola”), più aumentano la mia ansia e le mie preoccupazioni. Che fine farò? Cosa mi succederà? Le confesso che io speravo, dopo magari qualche anno di limbo, di andare in pensione: aver scoperto che questo non sarà possibile e che, in base al conteggio preciso e recente, potrò andare a 68 anni mi ha tolto qualunque speranza. Ieri sera ho avuto una crisi di pianto, mi sono addormentata verso le tre e ho avuto i soliti incubi. Non so più cosa voglio né cosa augurarmi, ormai anche i miei non mi sopportano più e non posso neppure dar loro torto.

Riflessioni (II parte)

Se nella prima parte del racconto Aurelia si era concentrata sul versante professionale della propria esistenza, in questo secondo spaccato rientra a pieno titolo la dimensione relazionale della sua vita privata. Una vita adolescenziale sostanzialmente serena, seguita, per scelta della stessa protagonista, da una fase adulta e matura assai impegnativa e combattuta. Un’intelligenza decisamente superiore alla media che però oscilla tra complessi di superiorità e disistima profondi. Altalena di stati d’animo che è accompagnata da bulimie compulsive inframmezzate da diete anoressizzanti, da acquisti sconsiderati (maniacalità) seguiti da pentimenti cui fanno seguito immediate rivendite (fase depressiva). Una ricca sintomatologia che finisce con l’essere aggravata da quella che è la helping profession per antonomasia: l’insegnamento. Le riflessioni proposte seguono l’ordine narrativo impostato da Aurelia.

  1. Aurelia interpreta oramai l’insegnamento come una “condanna a vita” e non possiamo darle torto. Non siamo più agli inizi degli anni novanta quando esistevano le vie di fuga come le baby-pensioni. Oggi è l’ergastolo, anzi di più, quello che viene definito “fine pena mai”. Proprio per questa ragione, lo abbiamo letto nella prima parte, il suicidio viene visto e vissuto come l’unica alternativa alla scuola-ergastolo.

  2. La docente tiene particolarmente a far sapere che nessuno è a corrente del suo disagio (“…tutti i colleghi e la segreteria sono rimasti scioccati e sbigottiti di fronte alla mia richiesta di visita in CMV”), e così deve rimanere per il futuro. Questo tipico atteggiamento di dissimulazione, verosimilmente attribuibile al complesso di superiorità della persona, ha gravi conseguenze: fa accrescere pericolosamente il disagio anziché condividerlo.

  3. Notiamo in Aurelia una forte componente onirica che è però lei stessa ad annientare: dapprima ritiene che un trasferimento o addirittura un cambio di lavoro possano essere risolutori, ma in seconda battuta giunge alla conclusione che “gli altri” stanno meglio perché “sanno accontentarsi e sanno vivere meglio”. In altre parole la docente sta pian piano arrivando a capire che il problema del suo malessere è interno e non esterno.

  4. L’aspetto esteriore è sempre lo specchio dell’anima. Notiamo che Aurelia passa da un abbigliamento trasandato e sciatto a una fase in cui vuole essere attraente, in linea ed abbronzata. Difficile, per l’insegnante, approdare a una condizione di equilibrio, forse anche per un quadro psicologico bipolare non diagnosticato. Anche il rapporto col cibo sembra essere soggetto a questa variabilità, col risultato di danneggiare ulteriormente l’omeostasi del corpo e della psiche. L’insonnia non può che essere la deleteria conseguenza di tutto ciò.

  5. Sul versante professionale sono poi molteplici gli indicatori del disagio mentale di grado elevato: dare in escandescenze, insulti e liti coi colleghi, tirare oggetti e zaini dalla finestra. Ma quello decisamente più grave è il delirio persecutorio: “… mi parlano alle spalle, mi accusano, mi criticano, mi prendono in giro, sono gelosi di me e mi sembra di impazzire”. Assurdo il solo pensare che una docente come questa, con le sue risorse ma anche coi suoi problemi, non abbia una qualche nota di richiamo a carico ovvero una sanzione piuttosto che una provvida richiesta di Accertamento Medico d’Ufficio. Ancora una volta la dimostrazione che i dirigenti scolastici preferiscono mettere a tacere le vicende spinose piuttosto che risolverle. Quando gli UUSSRR si attrezzeranno per tradurre in pratica il dettato del DM 382/98 (art. 6)? In fondo sono trascorsi solo 17 anni.

Disagio docenti, segni e sintomi maggiori: dissimulazione, autolesionismo, ideazione suicidaria e altro ancora. Parte prima

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