La “Buona Scuola”, in quanto legge va rispettata eccetto il comma sul bonus premiale. Ecco perché. Lettera

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Cara Ministra della Pubblica Istruzione,

Cara Ministra della Pubblica Istruzione,

sono un docente della scuola secondaria di primo grado, uno di quei docenti assunti dopo 9 anni di precariato grazie ad una sentenza della Corte europea. Sono un docente e in quanto tale sono un dipendente dello Stato, a servizio della Costituzione. Il mio ruolo pubblico e la mia etica personale mi impongono di rispettare le leggi, anche quando non le condivido. La legge 107/2015 (per intenderci quella che voi chiamate “La buona scuola”) dal mio punto di vista è una pessima legge ma, essendo legge dello Stato, va rispettata e applicata.

Tuttavia le scrivo per comunicarle che fra tutti i commi ce ne sono un paio che non rispetterò, perché me lo consente la legge, perché me lo impone la coscienza. Mi riferisco alle disposizioni riguardanti la premialità dei docenti. Detta in parole povere: le disposizioni che danno qualche soldino in più ai docenti ritenuti più meritevoli.

La vostra legge su questo argomento ha lasciato le scuole libere di stabilire i criteri e le modalità di applicazione. Per cui c'è chi ha scelto di valutare i titoli posseduti, chi i corsi frequentati, chi le attività aggiuntive svolte nell'anno; c'è chi ha somministrato dei sondaggi ad alunni e genitori sul gradimento del corpo docente; c'è chi si è affidato a criteri reputazionali della dirigenza o tra i docenti stessi. E ciascuna scuola ha deciso quanti docenti premiare economicamente. Senza però poter premiare tutti, lo vieta la legge stessa. Che è una legge dello Stato e che va rispettata, senza se e senza ma.

Molte scuole hanno chiesto ai docenti di produrre una specifica istanza per poter accedere a questo piccolo aumento di stipendio. Il caso ha voluto che nelle due scuole in cui ho prestato servizio quest'anno si sia deciso proprio così. Ed è per questo che, nel rispetto delle regole e non condividendo l'approccio dato alla valutazione dei docenti, non parteciperò a questa gara a premi economici spiegando con questa lettera le mie ragioni.

Ogni giorno da 9 anni entro in classe con la consapevolezza che prima della mia materia viene la relazione. Una rapporto vicendevole ma certamente asimmetrico, un rapporto in cui il docente si prende cura non solo di raccontare e di ascoltare ma anche e soprattutto di essere. Ed ogni giorno da 9 anni mi sforzo di mostrare come gli apprendimenti, le conoscenze, le abilità non sono una gara a premi ma una condizione che consente a ciascuno dei miei alunni di continuare a conservare la propria libertà presente e ad investire su quella futura. Cerco di mostrare loro che ogni piccola tappa raggiunta non può essere considerata tale se non la si raggiunge insieme, come gruppo, come microcosmo sociale. Ogni giorno da 9 anni mi sforzo di mostrare che venire a scuola non è una gara di voti, che ogni alunno può dare il proprio personale contributo per raggiungere un obiettivo collettivo. Ciascuno con la sua originalità, ciascuno secondo la sua storia. Ciascuno con la sua qualità, ovviamente. E quando qualcuno è in difficoltà provo a raddoppiare i miei sforzi cercando di capire cosa non ha funzionato e provando a mettere in campo le opportune strategie per recuperare la distanza di quell'alunno dal gruppo classe. E non lo faccio da solo, ma con il gruppo classe che è  sempre il miglior sostegno per gli alunni in difficoltà. Ci si prova. Qualche volta ci si riesce, qualche volta no.

E allora, mi chiedo io: quale coerenza dimostrerei ai loro e ai miei occhi partecipando a questa gara a premi economici? Non è questa una competizione tra docenti della stessa scuola che vivono e condividono la quotidianità e lo stesso microcosmo scolastico degli alunni? Come posso dire e mostrare una cosa e poi farne un'altra? Come posso preoccuparmi del clima di collaborazione, di relazione e di sostegno reciproco in classe mentre partecipo ad una gara che rischia di compromettere il sostegno, la fiducia e la collaborazione tra i colleghi? Come posso prodigarmi in classe per aiutare i ragazzi in difficoltà senza metterli alla berlina mentre partecipo ad una gara in cui i professori con punteggi più alti saranno premiati economicamente e quelli con punteggi più bassi destinati ad essere pubblicamente additati?

Già, pubblicamente additati. Perché siamo dipendenti pubblici ed essendo il premio una integrazione economica, tutto ciò va fatto alla luce del sole, per evidenti e sacrosante ragioni di trasparenza. Ogni scuola, quindi, avrà da una parte i docenti premiati economicamente e dall'altra i docenti ignorati economicamente. In onore ed in ragione del merito, in una logica squisitamente aziendale.

Ma la scuola non è un'azienda, accidenti.

Lei mi dirà che una valutazione del corpo docente è necessaria, perché non tutti sono uguali, non tutti fanno e sanno far bene il proprio lavoro. E sono d'accordo, molto più che d'accordo. Ritengo estremamente necessaria una verifica costante del corpo docente nella parte relazionale, nella parte metodologica, nella parte culturale. Ma senza dimenticare che la scuola non è un'azienda né può esserlo. Sempre che noi crediamo nella scuola pubblica e di tutti, nella scuola che appiana le differenze economiche e non le mette in risalto. Io ci credo, e lei?

Sarebbe auspicabile che nella scuola ci fosse una verifica costante del corpo docente non nell'ottica della premialità ma della “recuperabilità”, ribaltando l'approccio che lei ha dato alla questione della valutazione scolastica. Si valutino quindi i docenti e si valutino senza problemi e senza paura. Meglio se in maniera omogenea in tutta Italia, senza lasciare le scuole libere di decidere criteri e modalità. E una volta valutato il corpo docente di ogni scuola si investano quei soldi che avete messo da parte non per premiare economicamente i docenti migliori ma per organizzare corsi di formazione specifici per i docenti più in difficoltà, per quelli che sembrano essere un gradino più in basso. Si aiutino gli ultimi, si investa e si creino dei percorsi personalizzati (obbligatori) per aiutare i docenti più “deboli” a migliorare la propria didattica per arrivare al livello dei colleghi più efficaci. Il beneficio sarà garantito per tutto il sistema scuola, ne sono convinto. Perché si innesta un circolo virtuoso di miglioramento e non un circolo vizioso di deterioramento dei rapporti.

Se aiutiamo chi è in difficoltà ne beneficiamo tutti, nel clima, nella relazione, negli apprendimenti, nelle competenze: questo dico e provo a fare in classe, questo mostro ai miei alunni. Perché non farlo anche tra adulti, tra docenti? E' così difficile fare tra di noi quello che auspichiamo facciano i ragazzi? Mi torna in mente “Cara maestra”, una canzone di Luigi Tenco. Le consiglio di riascoltarla attentamente. Perché i ragazzi capiscono, sanno e riconoscono quando l'adulto esalta a parole alcuni valori trasgredendone nei fatti il contenuto.

E allora, cara Ministra, con questa mia lettera le comunico che non risponderò agli avvisi dei miei dirigenti per accedere ai premi economici. Avrò qualche soldino in meno, certo, ma continuerò a fare il mio lavoro con più serenità interiore. Perché potrò continuare a sforzarmi nel dare una continuità tra le mie parole, il mio essere ed il mio agire. Nella consapevolezza che ci si prova. Qualche volta ci si riesce, qualche volta no.

Cordialmente

Andrea Avantaggiato

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