Brunetta: “La pandemia ha messo a nudo i mali dell’Italia. Con il Recovery Plan possiamo cambiare nonostante lobby e corporazioni”

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”Il programma del Recovery è di sei anni e vincola anche il prossimo governo. È un contratto”. Così Renato Brunetta al Corriere della Sera, in un’intervista nella quale non dà per scontato l’addio di Draghi alla politica dopo la fine della legislatura.

“La pandemia ha messo a nudo i mali del Paese – spiega il ministro della Pubblica amministrazione – le corporazioni, i dualismi, gli egoismi, le miopie, la frattura fra garantiti e non. Ha approfondito i punti di rottura, fin quasi al baratro. Ma dall’impatto di questo meteorite è venuto fuori il momento Merkel in Europa che nessuno si aspettava, perché fino a metà lockdown la cancelliera mai e poi mai avrebbe detto sì al debito comune. Invece va reso onore alla sua intelligenza. Da lì è nato Next Generation EU e ora siamo in una straordinaria congiuntura astrale che dà speranza: ci sono i vaccini, un governo di unità nazionale con Mario Draghi, un piano italiano di Recovery di portata storica di cui ancora non ci stiamo accorgendo”.

”Ora siamo nel momento Draghi – afferma Brunetta – che sta diventando leader d’Europa un po’ perché è lui, un po’ perché Angela Merkel sta lasciando e in Francia Emmanuel Macron è preso da questioni interne. A un tavolo del G20 oggi Draghi non è il più potente, ma è il più autorevole. Quando mai ci era successo? La credibilità di Draghi è un asset. E il valore è che l’Italia di Draghi può fare deficit e debito senza pagarne le conseguenze nel giudizio dei mercati. Chiunque lo voglia far cadere deve sapere che non potrà fare né deficit né debito, perché non ne ha la credibilità. Chiunque facesse cadere Draghi avrebbe la strada sbarrata, perché porterebbe l’Italia al default. Invece di avere un Paese potenzialmente leader in Europa, avrebbe un Paese fallito”.

“Il piano europeo e gli accordi conseguenti sull’indebitamento – dice ancora Brunetta – le risorse proprie del bilancio di Bruxelles e il resto sono un contratto con l’Europa che va oltre questa legislatura. I governi sono tenuti a rispettare i contratti, così come devono onorare i titoli di Stato. Questo è un impianto di grandi riforme che aggrediscono antiche debolezze italiche, con accanto tanti soldi, in un ‘dopoguerra da pandemia’. La crescita aggiuntiva garantita dal Piano non sta solo nello 0,5% di capitale pubblico più 0,3% di riforme, ma in tutto il capitale privato da metterci grazie allo spazio regolatorio che finalmente stiamo creando, sbloccando i colli di bottiglia che hanno soffocato investimenti e crescita. Si tratta di una quantità di risorse condizionate alle riforme. Possiamo aprire una finestra di almeno 5 anni di riforme strutturali, sciogliendo nel Recovery tutti i grumi di interessi che bloccano il Paese. Giustizia, pubblica amministrazione, concorrenza, fisco. Sono tutte facce della
stessa medaglia. Ma possiamo sciogliere questi egoismi grazie all’unità nazionale e al catalizzatore dei soldi. E questo nonostante le corporazioni e le lobby”.

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