Bonus merito: dirigenti scolastici con manie di onnipotenza. Lettera

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Finalmente sono arrivati i soldi dal governo. C’era stato un Comitato di Valutazione che aveva stabilito dei criteri per l’assegnazione di esso ai docenti, poi i presidi – avvalendosi del grande margine di discrezionalità che veniva loro comunque lasciato – hanno dato il bonus a chi meglio credevano, infischiandosene dei criteri, ma seguendo simpatie e antipatie. E questo ce lo immaginavamo già dall’inizio.

Aggiungiamoci poi, che il MIUR non ha dato disposizioni di trasparenza – pur essendo una scuola una pubblica amministrazione – e che la quasi totalità dei presidi si è rifiutata di rendere noti i nominativi, come se “essere i più bravi” sia segno di ignominia. Già questo gesto fa invece pensare a un segno di tutela ai propri preferiti, un voler evitare un confronto tra docenti in base ai criteri stabiliti, oltre che mantenere il più possibile segrete le effettive preferenze del dirigente. A parte questa premessa, con questa mia, vorrei fare alcune considerazioni.

Quando parlo di “meccanismo perverso del bonus” non voglio in alcun modo negare la meritocrazia, ma il modo di riconoscerla da parte dello stato. Innanzi tutto parliamo di INSEGNAMENTO: non delle duemila attività aggiuntive che lo corredano (coordinatori di classe, collaboratori del dirigente, funzioni strumentali, referenti vari ecc.): per queste i docenti in questione ricevono già incentivi con il fondo d’Istituto, a volte incentivi di valore consistente. Tornando dunque all’insegnamento il Ministero, lo stato, avrebbe dovuto invece pensare a una “carriera” del docente in base a criteri stabiliti dal centro. Se uno per esempio, insegna una materia non linguistica in lingua straniera (CLIL, Esabac e quant’altro), spesso ha dovuto frequentare fior di corsi fuori sede (le cui spese di viaggio non sono coperte dai 500 euro) con tanto di esami finali all’Università; ma a parte i corsi, lavorano sicuramente di più per convertire le proprie conoscenze in un’altra lingua e preparare le lezioni. Oppure l’informatica – le cosiddette competenze digitali – ; anche qui corsi su corsi per poi applicarle all’insegnamento. Poi, le competenze di cittadinanza: tutti i docenti fanno i progetti a esse inerenti? Non tutti. Non che per questo che siano meno bravi: magari sono insegnanti eccellenti, ma certo hanno meno da fare di tutti quelli che invece li fanno. T

utto questo, se vogliamo premiare oltre che la qualità (che non è misurabile oggettivamente), la quantità dell’impegno di ciascun docente. Certo che, scatti sullo stipendio, anziché “bonus” avrebbe comportato per lo stato una spesa eccessiva: allora cosa si pensa di fare? Lasciamo ai dirigenti la scelta! Bella idea. Tra i dirigenti ci sono persone degnissime, ma molti di loro sono stati presi da manie di onnipotenza e infischiandosene di tutto hanno stabilito (da soli, senza alcun tipo di contrattazione) l’ammontare del bonus e l’hanno devoluto come meglio credevano. E adesso non sappiamo nemmeno a chi l’hanno dato anche se tutti ce lo immaginiamo benissimo.

Oppure – volendo mantenere il bonus – il ministero poteva pensare di creare criteri esso stesso: di modo che i dirigenti avrebbero – CON TRASPARENZA – dovuto applicarli senza margini di discrezionalità. Bravo Ministero della Pubblica Istruzione: un anno di ordinaria ingiustizia e palla al centro.

Graziella Scheggi

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