Bonus merito, darlo ad un numero minore di docenti ma pagarli di più e in maniera incentivante. La proposta Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani [INTERVISTA E TESTO RICERCA]

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Valorizzazione del merito degli insegnanti: scegliere pochi docenti, pagarli molto di più. Mentre si discute di possibili aumenti di stipendio per i lavoratori della scuola, collocati malamente nelle statistiche europee, il Disegno di legge di Bilancio per il 2022 prevede un aumento delle risorse per la valorizzazione del merito.

L’intenzione è quella di potenziare, per quanto possibile, lo sforzo delle singole scuole nel riconoscere un surplus di emolumenti a quella parte del personale scolastico che dimostri maggiore attaccamento alla scuola in base ai parametri di legge concordati dai vari plessi. La cosa è guardata con distacco da molti insegnanti che non hanno mai digerito il famigerato bonus introdotto dalla Buona scuola di Renzi nel 2015.

Il bonus è ora finito sotto la lente di ingrandimento dell’OCPI, l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, diretto da Carlo Cottarelli. Due collaboratori dell’Osservatorio, Luca Favero e Alessandro Stella, hanno voluto approfondire l’argomento facendo le pulci alle somme erogate in questi ultimi tempi dagli istituti ai singoli docenti, delineando l’entità delle singole somme percepite, la loro incidenza rispetto al totale e altri aspetti interessanti. Hanno infine tratto alcune conclusioni e pure immaginato una proposta di modifica del citato disegno di legge allo scopo di rendere ancora più efficace l’aspetto incentivante del bonus premiale. La conclusione più eclatante, come detto, sarebbe quella di premiare un numero minore di docenti ma pagarli di più e in maniera incentivante. I risultati della ricerca sono online da questa mattina e sono consultabili a questo link 

Ma andiamo con ordine. “Il disegno di Legge di Bilancio”, spiegano Favero e Stella, “porta a una dotazione complessiva di 240 milioni di euro annui, a partire dal 2022, i fondi per la valorizzazione dei docenti. In un paese in cui gli stipendi degli insegnanti, nel corso della vita lavorativa, aumentano di meno rispetto a quelli dei maggiori paesi OCSE e in larga parte solo per anzianità, lo stanziamento di queste risorse va nella direzione giusta, ma sarà necessario assicurare che i fondi siano effettivamente distribuiti in base al merito e secondo criteri che non siano troppo diversi da scuola a scuola. L’esperienza negli ultimi anni nella allocazione di ancor più limitate risorse dimostra che questo non è stato sempre il caso”. Il confronto internazionale degli stipendi dei docenti produce mortificazione e sconforto a danno dei lavoratori italiani. Ma veniamo alle cifre. “In Italia – proseguono i due ricercatori – il livello degli stipendi dei docenti della scuola pubblica è simile a quelli dei maggiori paesi OCSE al momento dell’assunzione – rispetto al reddito pro capite nazionale – ma hanno un minor incremento durante la carriera dei docenti. In media, un docente in Italia percepisce uno stipendio iniziale di circa 28.900 euro – 73 per cento del reddito pro capite (lordo Stato, ndr) – che con gli anni di servizio cresce sino a un massimo di 43.350 euro, cioè del 110 per cento. A livello OCSE, invece, lo stipendio medio parte da 30.600 euro (74 per cento) e arriva fino a 51.200 euro (124 per cento)”.

E veniamo alla valorizzazione del merito dei docenti in Italia. “Oltre a crescere meno rispetto ai paesi OCSE – spiegano i due studiosi – l’incremento salariale dipende prevalentemente dall’anzianità di servizio e poco da meriti effettivi. L’unica misura in vigore che tiene conto del merito dei docenti è il bonus premiale per la valorizzazione del merito personale docente. Quest’ultimo è stato istituito nel 2015 con la “Buona Scuola” con dotazione iniziale di 200 milioni di euro annui. Nel 2018 queste risorse sono confluite nel Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa (MOF), ma parte di esse è stata utilizzata per finanziare un aumento salariale permanente del personale docente: Per il bonus merito docenti sono stati stanziati effettivamente 111 milioni per il 2018, 131 per il 2019 e 143 a regime dal 2020. Inoltre, la legge di bilancio per il 2020 ha stabilito che anche queste risorse, dall’anno scolastico 2020-21, dovessero essere usate per “la contrattazione integrativa in favore del personale scolastico, senza ulteriore vincolo di destinazione”. Ora, con il disegno di Legge di Bilancio in discussione, si tornerebbe a utilizzare le risorse esclusivamente per valorizzare il merito del personale docente, innalzando le risorse disponibili a 240 milioni di euro, un importo che rappresenta comunque solo lo 0,8 per cento del totale della spesa per gli insegnanti della scuola.

Dottor Luca Favero, perché avete condotto questa ricerca?

“Noi conduciamo studi con cadenza di due o tre ricerche a settimana. Un riguarda la valorizzazione del merito dei docenti. Siamo partiti da una evidenza empirica relativa allo stipendio percepito dai docenti italiani nel confronto con quello percepito dai colleghi europei”

Che cosa emerge dall’indagine?

“Emerge che in media lo stipendio degli italiani è in linea con quelli della media Ue. La differenza si ha avanzando nella carriera. Oltre a crescere meno, rispetto agli altri Paesi, gli stipendi crescono per motivi legati all’anzianità e non al merito. L’unica misura è quella del Bonus per la valorizzazione del merito. Negli anni ci sono state varie dinamiche, nel 2018 è stato creato il Mof. E ora con l’attuale disegno di legge si sta discutendo di innalzare le risorse disponibili che rappresentano comunque lo 0,8 per cento della spesa destinata agli insegnanti”.

Non sembra tanto

“E’ un passo avanti rispetto al passato, ma diciamo che si può aumentare, perché siamo molto indietro rispetto agli altri paesi europei sia sul piano assoluto sia sul piano relativo”.

Da qui l’indagine

“Abbiamo condotto questo studio su 32 scuole, diverse sia per area geografica, sia per ordine e grado. Questo campione non è significativo sul piano statistico, né vuole essere esaustivo: ha solamente l’obiettivo di evidenziare una realtà. L’indagine si riferisce all’anno scolastico 2019-2020”.

Che cosa viene fuori?

“Un primo risultato che emerge è che la percentuale media dei premiati dalle scuole è del 33 per cento, con una range che dal 16 al 58 per cento. Il secondo risultato è che il bonus è stato diverso nei due terzi delle scuole, mentre nel restante terzo tutti i premiati hanno avuto lo stesso priemio. Il terzo dato è che la somma percepita dai singoli docenti premiati differisce da 230 euro a 1030 e questo fa emergere una marcata eterogeneità tra le scuole”.

Quali le conclusioni?

“In primis che si potrebbe fissare una quota per ogni scuola, limitando il velleitario grado di differenziazione e assegnando i 240 milioni previsti dal Ddl al solo 15 per cento, fisso, di docenti. La seconda conclusione è che si dovrebbero aumentare le risorse, viste le carenze rispetto agli altri paesi. La terza è che si potrebbe far diventare strutturale questo aumento”.

Cioè?

“Non dovrebbe essere più un bonus ma strutturale verso tutti gli stipendi e oltre a questo si potrebbe pensare a un aumento per gli insegnanti più meritevoli”.

A che punto siamo con l’iter legislativo?

“Ad oggi non ci sono troppe notifiche. Probabilmente resterà il disegno di legge invariato rispetto alla bozza circolata”.

Torniamo all’indagine. Chi avete sondato?

“Abbiamo interpellato i docenti e i dirigenti scolastici. Entrambi dicono che l’assegnazione dei premi spetta per il momento alle singole scuole, che fanno quel che vogliono. Ammettono che un criterio unico per tutte le scuole avvantaggerebbe gli istituti nella valutazione e si eviterebbe una distribuzione a pioggia. Ma la conclusione principale è la prima e cioè che gli importi sono bassi e che la quota del premio varia molto”.

Non potrebbe essere invece un’espressione di vivacità?

“Una quota di differenenziazione è certo necessaria, tuttavia oggi si riscontra una mancanza di omogenegeità che va oltre la vivacità che in ogni scuola ci potrebbe essere”.

*****

Dottor Alessandro Stella, lei si è occupato della raccolta dei dati.

“La maggior parte dei dati l’abbiamo reperita online poiché le singole scuole pubblicano il resoconto della valorizzazione del merito sui propri siti istituzionali. Poi, per completare il database abbiamo chiamato le scuole. Abbiamo chiamato per sapere quale fosse stato l’ammontare preciso conferito ai docenti”.

Che cosa è emerso?

“Alcune scuole hanno dato quote uguali, invece altre hanno dato di più in base alle graduatorie di merito”.

Il campione delle scuole non è statisticamente significativo. E’ così?

“Sì, è così. Il campione eaminato è solo esemplificativo. Si tratta di 32 scuole, che comprendono il Nord, il Centro e il Sud. Specificatamente: il 38 per cento del Centro Nord e il 62 per cento il Sud. Gli Istituti comprensivi coinvolti sono 21, 11 sono le scuole medie di secondo grado”.

Che cosa l’ha colpita di più?

“Mi ha colpito il fatto che ci sia molta differenza tra una scuola e l’altra. Per questo si potrebbe fissare una quota nazionale di beneficiari, per evitare un’eccessiva differenziazione. Un secondo aspetto è che il premio appare limitato nel suo ammontare. Sicuramente la legge di bilancio ha incrementato i fondi ma comnunque rimane un premio limitato nella sua entità e dunque non incentivante. Nella parte finale della ricerca abbiamo prodotto una tabella con una simulazione. Si vede come, se si decidesse di dare il premio solo al 15 per cento dei docenti per ogni istituto, si produrrebbe un importo di 1.773 euro”.

Vi siete pure sbilanciati sui criteri da usare per individuare i docenti meritevoli?

“Non ci siamo sbilanciati sui criteri. Non rientra nel nostro settore d’indagine”.

Il testo della ricerca

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