Bonus docenti. Cosa succede se spendo più di 500 euro o se spendo meno o se spendo male. Lettera

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Tommaso Gordini – Si è appena aperto il sipario sul nuovo atto della commedia grottesca Non c'è limite al peggio della compagnia “La buona Scuola”. Entrino, signore e signori.

Tommaso Gordini – Si è appena aperto il sipario sul nuovo atto della commedia grottesca Non c'è limite al peggio della compagnia “La buona Scuola”. Entrino, signore e signori.

Questa volta, protagonista della salace pièce è la nota 29 agosto 2016, n. 12228. L'avvio è promettente: «con la presente si intendono fornire delle ulteriori e più puntuali indicazione in ordine alle modalità di rendicontazione delle spese». Ma, altrettanto puntualmente, queste indicazioni affondano in un pantano degno di ospitare un famoso mastino di doyliana memoria.

Mi permetto di ripercorrere la storia di questa Carta del docente, che di carta (e di plastica) ha ancora molto poco, stante la transitorietà della disciplina in essere. Le parentesi quadre sono mie.

La sua prima menzione è contenuta nel decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 23 settembre 2015, n. 32313. Ve lo ricordate? Lì, riassumo, si parlava di questa card elettronica nominativa, personale e non trasferibile, con un valore di 500 euro al massimo, utilizzabili dal 1 settembre al 31 agosto di ogni anno scolastico, destinata a tutti i docenti assunti a tempo indeterminato, fruibile come strumento di pagamento su almeno uno dei principali circuiti. Eccetera, eccetera.

All'articolo 3, comma 3 si legge testualmente «La cifra residua eventualmente non utilizzata […] rimane nella disponibilità della Carta […] per l'anno scolastico successivo». In altre parole: se ho speso solo 300 euro e tutto fila liscio, l'anno prossimo il mio bonus sarà di soli 300 euro, i quali ricostituiranno il monte iniziale di 500 euro. Con buona pace.

Poi, all'articolo 4, comma 1, si parla delle «finalità di formazione e aggiornamento professionale» (leggi: per cosa posso spendere questi soldi?) e segue la lista di Schindler delle cose ammesse e non ammesse. La quale lista, appena messa nero su bianco, ha sollevato non pochi dubbi, e credo anche tra gli stessi estensori del decreto (ma ormai lo sappiamo: la strategia del dubbio e della diffidenza è il cavallo di battaglia del Ministero, dunque perché stupircene ancora?). Fatto sta, che il vespaio non si è ancora placato.

Ne cito solo uno, a mio avviso il più emblematico: che cos'è hardware e che cos'è software ? Tutti noi lo sappiamo, naturalmente. Ma la domanda è: che cosa significano queste due parole per il MIUR ? Chiarito, forse, in una delle FAQ emanate dopo qualche tempo ( http://hubmiur.pubblica. istruzione.it/web/istruzione/ faq-carta-del-docente ), ma nemmeno del tutto.

Non mi pare di averci letto le parole film o documentario , per esempio. Possiamo noi acquistare film in DVD per la nostra formazione? Film che poi facciamo vedere ai nostri alunni? O semplicemente film per noi, come è vero, scritto chiaramente, che possiamo acquistare libri sulla storia della tartare di chianina pur insegnando architettura? Film le cui proiezioni nelle aule ci vengono caldeggiate perché il mezzo visuale meglio si presta a favorire l'apprendimento? Boh. Si parla solo di software generico. Come dire che La grande guerra è un software. Come entrare da MediaWorld e chiedere del reparto ‘software di guerra in DVD'. Provateci, e guardate la faccia dei commessi. Non è escluso che vi dirottino al reparto videogiochi. Nel dubbio, non compro.

Le stesse comiche FAQ, poi, impegnano il lettore (l'insegnante, quello che non sa leggere, per intenderci, quello che ha bisogno della lectio magistralis con lavagna e gesso perché non comprende il testo di una legge di riforma composta di un solo articolo, povero insegnante) in sottili questioni ermeneutiche.

Leggiamo insieme la risposta alla FAQ n. 2: «La Carta del Docente permette “di sostenere la formazione continua dei docenti e di valorizzarne le competenze professionali” […] Di conseguenza, personal computer, computer portatili o notebook, computer palmari, e-book reader, tablet rientrano nella categoria degli strumenti informatici che sostengono la formazione continua dei docenti. Altri dispositivi elettronici che hanno come principale finalità le comunicazioni elettroniche, come ad esempio gli smartphone, non sono da considerarsi prevalentemente funzionali ai fini promossi dalla Carta del Docente, come non non vi rientrano le componenti parziali dei dispositivi elettronici, come toner cartucce, stampanti, pennette USB, videocamere, fotocamere e videoproiettori.»

Ora, qualcuno deve spiegarmi la differenza tra personal computer e computer portatile. Forse i sottili esegeti informatici di Roma non sanno che le due espressioni sono equivalenti: un portatile è un personal computer che si può portare di qua e di là, giusto il nome. Altro, e certamente corretto, sarebbe stato scrivere «computer fissi e portatili». Ahi ahi, la competenza informatica fa cilecca!

Poi, leggiamo che tra i dispositivi non ammessi si annoverano quelli la cui principale finalità è la comunicazione elettronica, come gli smartphone. In altre parole: i soldi che ti do non servono per comprarti il cellulare all'ultimo grido. Questo ci può anche stare, in effetti. Ma lo sanno, al Ministero, che WhatsApp, Telegram, Instagram, Twitter, Ask e altri mezzi di comunicazione istantanea sono installabili anche su tablet (il sistema operativo è lo stesso dei telefonini) e su computer, con grandi vantaggi su questi ultimi come una tastiera più grande? E che dunque anche tablet e computer diventano, usati solo in questo modo, un modo che certo non è controllabile direttamente dal MIUR, strumenti la cui finalità principale è la comunicazione elettronica? Meditate, gente, meditate.

Ma continuiamo, per scoprire insieme un mondo meraviglioso. Avete riletto bene? Tra le cose elencate, solo le «toner cartucce» (di che si tratta, esattamente?) e, proprio tirando via, le «pennette USB» sono «componenti parziali» (come se esistessero i «componenti totali») di dispositivi elettronici. Tutto il resto è esso stesso dispositivo elettronico completo. E allora? Che dovrebbe capirci, qui, l'insegnante che non sa leggere? (Sorvolo sul fatto che le nostre scuole sono per la gran parte senza computer e quando ci sono non funzionano e che nelle stampanti, se presenti e funzionanti, mancano spesso e volentieri carta e inchiostro, e che pertanto il divieto di acquistare una stampante, della carta e dell'inchiostro per stampare il testo dei compiti in classe e delle relazioni finali è per lo meno paradossale, però si punta tutto sull'informatica, che bello.)

Possiamo pretendere, nel 2016, testi in cui le parole siano finalmente adoperate con precisione (consiglio la lettura dell'omonima lezione americana di Calvino) e senza ridicole tautologie (pensiamo ai famosi requisiti richiesti di tanti bandi)? Io dico di sì.

Ricordo che il concetto di “periferica” (questo il nome corretto dei «dispositivi elettronici» elencati in quella lista) risale a svariati decenni fa. Noi che non comprendiamo le leggi.

Non è finita. La FAQ n. 18, l'ultima, recita che «è possibile […] acquistare le componenti hardware necessarie ad assemblare un PC completo».  L'affermazione merita una pausa. Vorrei dirlo meglio: una ventola di raffreddamento o un cavo SATA sostengono la formazione continua dei docenti e dunque posso comprane a iosa, mentre una stampante, con cui posso stampare dei documenti attinenti alla mia materia, da studiare per preparare lezioni e attività per le mie classi o semplicemente per espandere il mio sapere e consolidare le mie competenze o crearne di nuove, non sostengono la mia formazione continua. Quel dommage! Meno male che ho comprato dieci ventole, erano in offerta. Con l'afa di quest'estate, poi. E meno male che l'informatica è uno degli assi importanti di questa Buona scuola. Forse il Ministero dovrebbe fare chiarezza prima a sé stesso, perché, non so se ci ha fatto caso, ma la risposta a questa FAQ autorizza il docente ad acquistare un disco fisso interno ma non uno esterno, essendo il secondo, in pratica, un'enorme «pennetta USB», che non è ammessa! Ben due colleghi di informatica al Liceo non hanno saputo spiegarmi la differenza che ha richiesto questa capziosa distinzione.

In questo stesso decreto, all'articolo 7, comma 1, si parla poi di un «successivo decreto» (effettivamente emanato il 9 agosto 2016, contenente, pare, interessanti informazioni sulla modalità di rendicontazione delle spese, ma a oggi ancora da approvare!) e si dice (parafraso il comma 2) che entro e non oltre il 31 agosto 2016 i docenti dovranno portare alla propria scuola la «rendicontazione», cioè l'insieme di scontrini, fatture, eccetera, che provi il fatto che quei soldi, o parte di essi, (1) sono stati spesi e (2) sono stati spesi per acquisti rientranti tra quelli ammessi dal Ministero. 

E subito dopo, stesso comma: «Nel caso in cui la predetta documentazione risulti [1] non conforme alle finalità di cui all'articolo 4, [2] incompleta o [3] presentata oltre il termine previsto ovvero [4] non presentata, la somma non rendicontata è recuperata a valere sulle risorse disponibili sulla Carta e, ove non sufficienti, con l'erogazione riferita all'anno scolastico successivo».

Ma che cos'è questa somma «non rendicontata»? Detta così, giusto il valore passivo del participio perfetto italiano (permettetemi quest'unica superficiale incursione nel campo di mia pertinenza), l'espressione va parafrasata in «la somma che non è stata rendicontata». Cioè, a casa mia, i soldi dei quali volontariamente non ho presentato la documentazione che provi il fatto che li ho spesi.

Primo. Se non presento la documentazione, significa che non li ho spesi; e se non li ho spesi, mi rimangono nella carta per l'anno prossimo, come si è letto poco sopra. Secondo. Come potrebbe essere possibile la cosa, dato che lo stesso fatto di presentare una documentazione, completa o incompleta che sia, per spese ammesse o non ammesse, significa “rendicontare”? In realtà, dopo lunga riflessione ho tratto le mie conclusioni: l'espressione significa in realtà «i soldi per i quali ho presentato una documentazione che non può essere accettata perché ricade in uno dei quattro casi elencati». Elementare, Watson!

Che vuol dire tutto questo? Provo a ridirlo: se scontrini e fatture (1) dimostrano che ho speso i soldi per cose non ammesse, (2) o sono incompleti (ancora mi sfugge come potrebbero esserlo: forse strappati?), (3) o se presento la documentazione dopo il 31 agosto 2016 o ancora (4) se non presento alcuna documentazione, allora la somma che non può essere considerata valida in quanto spesa ‘male' viene presa dai soldi ancora rimasti sulla carta e, se questi non bastano, dai soldi che dovrei ricevere l'anno prossimo. Ma, considerando ancora una volta il punto (4), se non presento alcuna documentazione vuol dire che quei soldi non li ho spesi, eccetera, eccetera. E poi, come potrebbero non bastare, i soldi, se è stato fissato un tetto massimo? A meno che… Insomma, sono riusciti a rendere incomprensibile anche l'unico comma cristallino del decreto. Ma è sempre meglio ripetere le cose, ci insegnano i nostri formatori, così i nostri alunni capiscono meglio. E certo, magari con giri di parole più intricati, per garantire risultati migliori.

In tutta sincerità, ho provato a farmi un paio di esempi per capire questo legalese, perché se è abbastanza chiara la sorte dei soldi non spesi (o lo era almeno fino al capoverso precedente), non lo è altrettanto quella dei soldi spesi male, o non lo è per me. Ma, ancora una volta, temo di aver capito fino a un certo punto. E siccome, credo, questa è la situazione condivisa da decine, forse centinaia di migliaia di noi, qualche esempio concreto di spesa corretta e non corretta da Viale Trastevere poteva pure uscire, magari ritardando le ferie di qualche giorno. Provo a farne alcuni: nel seguito, gli avverbi bene e male significano rispettivamente una spesa ammessa e una non ammessa.

1. Decido di non spendere nulla. L'anno prossimo non ricevo nulla e rimango con i 500 euro accreditatimi quest'anno.
2. Spendo bene tutti i 500 euro. L'anno prossimo mi ridanno 500 euro.
3. Spendo bene oltre 500 euro (un computer che ne costa 600, per esempio). L'anno prossimo mi ridanno 500 euro: più di questi, infatti, la carta non può contenerne.
4. Spendo solo 300 euro, ma 100 di questi risultano spesi male. Scatta la fregatura: mi rimangono 200 euro nella carta, e qui ci siamo; l'anno prossimo mi ridanno i 200 euro spesi bene; ma si tengono i 100 euro spesi male. Perciò, l'anno venturo parto con 400 euro anziché 500.
5. E se ne spendo male 600? Che fanno? Non vedo nulla l'anno prossimo e si tengono i 100 euro in più tra due anni? Cioè: più di 500 euro non ti posso dare, ma te li posso levare? Non mi spiego altrimenti quel «ove non sufficienti». Ed ecco a cosa alludeva quel «A meno che…» scritto sopra.

Se gli esempi qui sopra non sono corretti, vi prego di correggermi.

Articolo 8, comma 4. Variazione sul tema: «Nel caso in cui la predetta documentazione risulti non conforme alle finalità di cui all'articolo 4, incompleta o presentata oltre il termine di cui al periodo precedente [31 agosto 2016] ovvero non presentata, la somma non rendicontata è recuperata con l'erogazione riferita all'anno scolastico 2016/2017». Ancora diverso, dunque. Ma non avevano scritto poco prima che «l'erogazione riferita all'anno scolastico 2016/2017» sarebbe stata l' extrema ratio ? Boh.
Per nostra fortuna, interviene a dirimere le controversie la nota 15 ottobre 2015, n. 15219, avente per oggetto Carta del docente. Indicazioni operative . Documento davvero utilissimo, che in tre pagine non aggiunge nulla di nuovo rispetto al decreto appena esaminato. E, soprattutto, nulla di operativo. Ce n'era proprio bisogno? Ma, come nei film più belli, il Ministero ci fa intendere di voler veramente squarciare il «velame de li versi strani» che opprime la questione. In un nuovo episodio: ci sarà una «successiva nota», dice, con cui si forniranno «ulteriori elementi informativi relativi, più nel dettaglio, all'attività di rendicontazione delle spese». Nel frattempo, si noti, la «rendicontazione» è diventata «attività di rendicontazione». Forse anche lei è entrata nei ruoli dello Stato, proprio come noi. Rallegramenti.

Ed eccola, la nota! Dopo dieci mesi di dubbi, di telefonate ai sindacati, di diverbi in sala insegnanti per difendere le proprie posizioni su cosa è ammesso comprare e cosa non lo è, sulla fine che faranno i soldi spesi bene, quelli non spesi e quelli spesi male, di acquisti effettuati nel dubbio, di litigi alle casse per pretendere un timbro o un nome o un codice fiscale sullo scontrino perché non si sa mai, di fatture, di caccia al computer da 500 euro tondi perché oddio che mi succederà se spendo di più o di meno. Al ritorno dalle ferie e a ben due giorni dallo scadere dei termini, il Ministero si sveglia ed emana la nota 29 agosto 2016, n. 12228, avente per oggetto “Carta del docente” – Modalità di rendicontazione delle spese […] mediante l'utilizzo del bonus di 500 euro […] Indicazioni operative […] . È la seconda volta che ci promettono indicazioni operative. Vediamo.

Intanto, che tutti lo sappiano, le modalità di rendicontazione di cui questa nota si occupa si trovano in un decreto interministeriale adottato il 9 agosto 2016, ma ancora non entrato in vigore. Troppo bello il contrario, in effetti. Poi, rendendosi conto che il tempo stringe (mancano appena 48 ore!) a Roma decidono di diffondere comunque le istruzioni in quel decreto contenute, moduli compresi (novità! in fondo, li abbiamo chiesti per dieci mesi soltanto). Tanto, è pacifico che il decreto verrà approvato. Di più: attendiamoci ulteriori novità dopo che il decreto sarà entrato in vigore.

Dunque, innanzitutto si precisa che verificare le rendicontazioni dei docenti è necessario per stabilire quanti soldi ci daranno l'anno prossimo. Poi si ribadisce che verranno considerate solo le spese effettuate entro e non oltre il 31 agosto di quest'anno. Fin qui, nihil novi sub sole .

Ma ecco la novità: visto e considerato il casino che abbiamo combinato, per quest'anno potrete presentare le vostre rendicontazioni fino 15 ottobre prossimo. E ce lo dicono, giustamente il 29 agosto, quando gran parte di noi è tornata in fretta dalle ferie proprio per presentare alla scuola gli scontrini. Mica colpa nostra se non possiamo prenderci ferie a marzo, quando i viaggi costano poco. In effetti, era un po' strana la disciplina precedente: puoi spendere fino al 31 agosto ma devi rendicontare entro il 31 agosto. E se io avessi voluto comprarmi un libro il pomeriggio del 31 agosto, la segreteria della scuola avrebbe aperto per me la sera? Ma per favore.

C'è un'altra novità: sia che abbiamo già rendicontato, sia che non l'abbiamo ancora fatto, dovremo presentare entro il 15 ottobre un moduletto nel quale indichiamo i totali parziali delle diverse categorie di spesa e il totale complessivo. Ma allora: chi deve controllare queste spese? Noi o le scuole? Oppure contano su errori di calcolo, in modo da poterci dire che abbiamo sbagliato e dunque niente soldi? A che serve quel modulo così mal fatto? 

Poi scopriamo, finalmente, che bastano gli scontrini fiscali, purché sia descritto il bene o il servizio acquistato. Dunque, basta che ci sia scritto il titolo del libro (il nome della libreria dovrebbe trovarsi in testa alla ricevuta). Non potevano dircelo prima? Noi che, impuntandoci, abbiamo preteso fatture con nome e codice fiscale e scontrini parlanti come per i farmaci? Non vi dico quante volte alle casse dei cinema mi hanno riso dietro per questa richiesta.  In questa nota non si dice affatto che ce n'è bisogno. Il 29 agosto.

Possiamo presentare la documentazione anche in fotocopia, accompagnandola con due righe in cui diciamo che trattasi di copia conforme all'originale. Non potevano dirlo a ottobre? Era così difficile da pensare? Un po' di fantasia! La stessa che ci avete chiesto per allungare il brodo nella piattaforma INDIRE.

E infine, un capoverso che ingarbuglia ulteriormente la matassa. L'ultimo del primo paragrafo di pagina 3. Vi si legge che le scuole verificheranno che tutti gli insegnanti «abbiano prodotto la rendicontazione […] nonché la documentazione […] e la dichiarazione […]». Se mi è chiara la differenza tra documentazione e dichiarazione , non lo è altrettanto quella tra rendicontazione e documentazione . Bastava sostituire quel nonché con un bel cioè e il gioco era fatto. Però, sai che bello scervellarsi su un capoverso. Insomma, alla fine di tutto mi pare che grossi chiarimenti non ci siano arrivati, se non quello che rimarremo nel dubbio fino al 15 ottobre.

Vorrei concludere con qualche osservazione sparsa.

1. Il Ministero ha deciso di darci 500 euro all'anno per la nostra formazione. Nessuno di noi glieli ha chiesti, mi pare, almeno non io. Ma dal momento che vuole così, ha il dovere sacrosanto di scoprire le carte all'inizio. Ha il dovere di stilare una lista delle cose che possiamo comprare e che non possiamo comprare con la stessa meticolosità con cui le ditte farmaceutiche compilano i bugiardini o i ristoratori seri elencano gli ingredienti e gli allergeni dei piatti che cucinano. Ha il dovere sacrosanto di decidere e diffondere all'inizio i modi in cui noi possiamo provare le spese. Vuoi lo scontrino parlante? Lo dichiari. Basta uno scontrino normale? Lo dichiari. Accetti solo fatture? Lo dichiari. Ma lo fai a ottobre, non ad agosto, perché altrimenti sei scorretto e hai torto. Vuoi riprenderti i soldi che ci dai permettendoci di frequentare solo corsi marchiati MIUR? Va bene, ma lo dichiari. In fondo, le aziende pagano la formazione dei propri dipendenti, e non ci sarebbe nulla di diverso. La vera differenza è che noi possiamo spendere questi soldi anche per altre cose diverse dai corsi. È questo a creare confusione. È come se un meccanico alle dipendenze di un'azienda potesse comprarsi un set di utensili per casa propria con i soldi destinati dal titolare alla sua formazione. Non credo che sia possibile.

2. Il Ministero ha deciso di darci 500 euro all'anno per spese varie? Bene: devono essere 500 euro all'anno, però, anche se non li spendiamo. Se io individuo un acquisto di 2000 euro tra quelli ammessi per la mia formazione, devo poter attendere quattro anni e poi acquistarlo. Invece no. Devo spendere ogni anno, rendicontare ogni anno, far vedere che ho fatto il bravo bambino e solo poi sperare di ricevere una nuova erogazione. Perché non si è prevista una strada per dichiarare questo tipo di acquisti? Perché, ancora una volta, lasciarci nel dubbio e nella paura di sbagliare senza darci direttive chiare una volta per tutte? Perché dobbiamo sempre interpretare e mai comprendere una volta per tutte?

3. Se il Ministero voleva dimostrare magnanimità, aveva molti modi per farlo. Permetterci di usare quei soldi per il carburante necessario a raggiungere il posto di lavoro (due anni fa mi facevo 100 chilometri al giorno, ma molti altri sono messi peggio e a loro va tutta la mia comprensione), per i pasti fuori casa obbligatori quando abbiamo le riunioni nel primo pomeriggio (a scuola non ci sono le mense per gli insegnanti, né abbiamo buoni pasto) o per pagare i primi pernottamenti se catapultati a migliaia di chilometri da casa sarebbe stato già molto, e penso che ci avrebbe trovati tutti d'accordo, una volta tanto. Oppure permetterci di indicare quelle spese nella dichiarazione dei redditi per recuperare un po' di soldini, che male non fanno mai, specie se confrontiamo i nostri stipendi con quelli dei colleghi che lavorano oltre una catena montuosa chiamata Alpi. Soluzioni dettate dal buon senso, via, vista la situazione drammatica in cui ci ha messi.

Era davvero chiedere così tanto? 

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