Bocciatura, quando è legittima secondo i tribunali

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Promosso o bocciato? Questa domanda o dilemma che accompagna gli studenti alla fine di ogni anno forse sarà destinata a rimanere nell’album dei ricordi o degli incubi.

E’ da tempo che si è messo in discussione il carattere della bocciatura, il suo senso, il suo scopo e spesso da chi in classe non vi è mai entrato come insegnante od ha competenze pedagogiche pari a zero.

E’ anche vero che come sistema sociale vi è la voglia di proporre un nuovo modello di scuola, di vivere la scuola. Una scuola che non avrà una propria fisionomia standardizzata, una scuola che rivaluterà da un lato il ruolo del docente mutandolo in una sorta di saggio accompagnatore, di guida didattica, acquisendo maggiore autorevolezza, e rispetto, sicuramente maggiore rispetto a quello attuale dove vengono presi a cestinate. Almeno sulla carta, perché la realtà è ben altra cosa.

Una scuola dove ci sarà maggiore autonomia, con programmi più snelli, dove si dedicherà più spazio e tempo alla storia del ‘900 e meno a quell’antichità che ha reso anacronistici i programmi scolastici. Gli studi umanistici andranno salvaguardati ed incentivati senza cedere a quel pragmatismo a quel saper fare che vuole la scuola come luogo dove produrre soprattutto più tecnici. Di esperimenti in tal senso ve ne sono diversi in Italia.

E’ sicuramente vero che una buona scuola è quella che non lascia nessuno indietro e non quella che boccia. Ma è anche vero che senza bocciatura si rischia di produrre un disastro immane. D’altronde è innegabile che la scuola deve attirare l’utenza e vendere un prodotto spendibile sul mercato, e questo prodotto è il titolo di studio. E’ questo quello che sta accadendo, è questo quello che è successo con l’aziendalizzazione della scuola come esasperata anche dalla 107.

Come è noto i contenziosi in materia di mancata promozione sono stati tantissimi nella scuola. Ultimamente pare però riaffermarsi un concetto chiaro come richiamato ad esempio dal Consiglio di Stato Sez. VI, 07/02/2017, n. 540 il quale ha affermato che non può essere ritenuto illegittimo il provvedimento con cui uno studente della scuola secondaria di secondo grado non è stato ammesso alla classe successiva, ove risultino smentite dai fatti, o comunque irrilevanti, le censure aventi ad oggetto: a) la mancata previa informativa circa la possibile bocciatura; b) le rassicurazioni del coordinatore della classe in ordine al buon esito dello scrutinio finale; c) il fatto che gli insegnanti non avrebbero mai preso in considerazione la bocciatura.

Mentre il TAR Toscana Firenze Sez. I, Sent., (ud. 20-09-2017) 02-10-2017, n. 1125 ha rilevato che non può incidere sulla legittimità del giudizio finale di non ammissione alla classe superiore la non tempestiva o la carente informazione ai genitori sull’andamento scolastico del figlio, in quanto il giudizio di non ammissione di un alunno si basa sull’insufficiente rendimento scolastico e quindi sulla riscontrata carenza di quel livello minimo di preparazione e di maturità che è necessario, affinché lo studente possa affrontare i più impegnativi studi della classe superiore (TAR Basilicata, I, 26.9.2016, n. 923; TAR Puglia, Lecce, II, 19.1.2015, n. 252); anche ove vi fosse il vizio della mancata informativa (e non è questo il caso dell’alunna -OMISSIS-, il cui padre ha, come visto, sottoscritto la nota informativa interperiodale), esso non potrebbe da sé solo inficiare la validità della bocciatura dell’alunno, in quanto è il dato oggettivo del rendimento scolastico e della preparazione dimostrata dallo studente in varie materie a fungere da presupposto necessario e sufficiente per la decisione di scrutinio finale. Invero, il giudizio di non ammissione alla classe scolastica successiva, sebbene percepibile dall’interessato come provvedimento afflittivo, non ha carattere sanzionatorio, bensì finalità educative e formative, poiché si sostanzia nell’accertamento del mancato raggiungimento di competenze ed abilità proprie della classe di scuola frequentata che consigliano la ripetizione dell’anno scolastico proprio al fine di consentire di colmare lacune di apprendimento, nell’interesse specifico dell’alunno (TAR Calabria, Reggio Calabria, I, 28.3.2013, n. 194).

Certo è anche vero che il recente TAR del FVG con la sentenza del 12 ottobre 2017 ha creato scalpore quando ha affermato “che è parimenti comprovato che la scuola abbia relazionato esclusivamente alla madre in ordine al rendimento scolastico negativo dell’alunno, ben sapendo che era stato disposto l’affidamento congiunto ad entrambi i genitori del figlio; ritenuto che, così facendo, la scuola abbia violato le precise indicazioni contenute nella circolare ministeriale prot. n. 5336 /2015, volta a tutelare la bigenitorialità in ambito scolastico” accogliendo il ricorso contro la bocciatura, ma ciò non metterà in discussione il principio maggioritario che vuole il dato oggettivo del rendimento scolastico e della preparazione dimostrata dallo studente in varie materie a fungere da presupposto necessario e sufficiente per la decisione di scrutinio finale.

Tutto ciò è destinato a finire in archivio? Forse la cosa andrebbe analizzata con la giusta gradualità, ad esempio eliminando la bocciatura fino alla seconda media, ma è una cosa troppo complessa da analizzare, servono competenze e non persone che si alzano la mattina e pensano di stravolgere la scuola,come già accaduto con la 107, senza tener poi minimamente conto delle esigenze, delle idee, delle proposte, delle critiche di chi la scuola la vive ogni benedetto giorno.

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