Blanco al Festival come “il bambino imperatore”, c’è il rischio imitazione. Cosa fare in classe? Rossi: “No al docente zucchero filato” [INTERVISTA]

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Perchè Sanremo è Sanremo. Lo slogan che per anni ha accompagnato il festival della canzone italiana ha sempre avuto il fascino dell’autorevolezza. Un marchio riconoscibile sotto il quale racchiudere la cultura nazional-popolare musicale del Nostro Paese.

Quando si pensa a Sanremo si guarda inevitabilmente anche ad un fenomeno di costume. E anche se i tempi sono cambiati rispetto a “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno, la sostanza non cambia. Tanto che specialmente negli ultimi anni è lo spettacolo attorno a Sanremo che ruba la scena alle canzoni e agli artisti.

Quest’anno il Festival ha frantumato record di ascolti a non finire. Senza dubbio un grosso contributo è stato dato dal gesto del cantante Blanco, che nel corso della prima serata si è lasciato andare ad uno sfogo di rabbia sul palco dell’Ariston, devastando la scenografia floreale simbolo di quella cultura sanremese che prosegue negli anni.

Il gesto del giovane cantante è stato criticato aspramente e anche il mondo della scuola ha espresso i propri pareri. Guardando in particolare l’aspetto educativo che la televisione fornisce, lasciando intendere che oggi, nel 2023, esattamente come negli anni 50 quando nacque la televisione, la Tv ha ancora un ruolo educativo per la popolazione.

Gli insegnanti hanno condannato più o meno con veemenza il gesto di Blanco, soprattutto in un periodo in cui la violenza e l’aggressività non solo dilaga fra i giovani ma anche nei confronti degli stessi docenti, tanto che ha costretto il Ministro dell’istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, ad intervenire e proporre la difesa d’ufficio, tramite l’Avvocatura dello stato, per chi viene aggredito a scuola.

Nel frattempo, notizia dell’ultim’ora, il cantante Blanco è indagato dalla Procura di Imperia per l’accusa di danneggiamento. Un gesto, dunque, che potrebbe avere ripercussioni.

Del “fenomeno” Blanco e di tutti i risvolti pedagogici ne parliamo con Stefano Rossi, psicopedagogista che ha brevettato il metodo della didattica cooperativa, che proprio in questo periodo sta promuovendo il suo ultimo libro “Mio figlio è un casino”, edito da Feltrinelli.

L’episodio di Blanco al Festival ha catalizzato l’attenzione di tutti, compreso il mondo della scuola. Come interpreti il gesto del giovane cantante?

Può essere analizzato come un elemento molto importante. Il tema in gioco è quello della disregolazione emotiva, ovvero qualcosa che accade molto spesso anche in classe. Il cervello è simile ad un veliero e dentro ci sono due dimensioni: il piccolo timoniere e le grandi vele. Il problema non sono le emozioni ma il problema è se il timoniere perde il controllo e quindi abbiamo la disregolazione emotiva. Il comportamento di Blanco è simile a quello del bambino imperatore, quindi un bambino è angosciato e che non ha il controllo dei propri freni emotivi e non è in grado di governare il proprio veliero. Se il cervello che pensa non viene allenato con i giusti no e le giuste regole dai genitori nel palcoscenico della classe il veliero vada a frantumarsi.

E quindi in classe cosa devono fare gli insegnanti? Come si devono porre visti gli sforzi che fanno ogni giorno per trasmettere emozioni positive?

In classe come a casa non si deve trovare la soluzione dell’insegnante – sceriffo che si contrappone all’insegnante zucchero filato, che poi è l’atteggiamento che ha avuto Amadeus, ovvero quel genitore che promette al figlio la felicità ma che allo stesso tempo non comprende che le regole sono un dono d’amore.

Quindi?

Bisogna essere consapevoli che non dobbiamo passare dal lato opposto. In classe, pur non essendo noi i genitori, dobbiamo dare le regole ai ragazzi ma le dobbiamo all’interno di un luogo caldo. In classe i nostri bambini e ragazzi devono ricevere le regole ma allo stesso tempo devono percepire che ci sono delle persone che tengono a loro. Per che l’adulto “porto sicuro” sa tenere insieme l’amorevolezza e l’autorevolezza.

Ma siamo sicuri che i ragazzi siano così “impressionabili” ma invece quello che proviene dai media (specialmente uno tradizionale come Sanremo e la TV) non li condizionino più di tanto?

Dobbiamo capire che sui social comanda l’algoritmo. Se tu sei in grado di provocare o di essere brutale andrai virale, lo ha dimostrato Fedez. Se ragioniamo sul tema del cervello che pensa,  i social scatenano le reazioni più potenti. Se sei brutale sei vero, autentico, sincero e l’algoritmo di premia. Se sei gentile, empatico, l’algoritmo ti ignora. Ti condanna all’invisibilità. Possiamo dire di essere nella società della trasparenza. I social propongono questo, puntare a brillare a qualunque costo. Abbiamo visto come il Sanremo della Ferragni sia stato alla fine quello di Fedez, alla ricerca di attenzione. Il problema dei social ce lo ritroviamo in altri argomenti, purtroppo.

Ad esempio?

Ad esempio tutto questo pone il tema delle challenge. Abbiamo sentito che i presidi stanno denunciando a Bologna in questi giorni e quel “a qualunque costo” di cui parlavamo prima in questo caso calza a pennello. L’adolescenza è l’età del rischio e il ragazzo deve dimostrare il proprio coraggio, uccidere simbolicamente il suo bambino. I social costringono i ragazzi ad alzare il tiro della provocazione e della distruttività. La soluzione, il nostro approccio come educatori, è quello di agire tramite l’educazione emotiva. Quindi dobbiamo pensare con loro e non per loro.

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