Bisogni Educativi Speciali: o si riduce il numero di alunni per classe o si aumentano gli insegnanti specializzati

di Lalla
ipsef

Cristian Ribichesu – Il documento emanato a dicembre sui Bisogni Educativi Speciali, BES, sembrerebbe indicare delle contraddizioni, che precedono la parte relativa alla creazione di un nuovo sistema di interventi per l’inclusione. Premettendo che in un contesto ottimale tale sistema potrebbe avere una buona valenza, la verità è che ciò manca, e in questo modo “il castello” potrebbe cascare.

Cristian Ribichesu – Il documento emanato a dicembre sui Bisogni Educativi Speciali, BES, sembrerebbe indicare delle contraddizioni, che precedono la parte relativa alla creazione di un nuovo sistema di interventi per l’inclusione. Premettendo che in un contesto ottimale tale sistema potrebbe avere una buona valenza, la verità è che ciò manca, e in questo modo “il castello” potrebbe cascare.

Ma andiamo per gradi.

Il documento intitolato “Strumenti d’intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica” inizia con una prima incoerenza. Infatti il Ministero afferma che ci sono alunni con varie difficoltà e che “[g]li alunni con disabilità si trovano inseriti in un contesto sempre più variegato dove la discriminante tradizionale – alunni con disabilità/alunni senza disabilità – non rispecchia pienamente la complessa realtà delle nostre classi”.

Però, davanti a tale situazione, anziché proporre la presenza di insegnanti specializzati in più, da affiancare ai docenti curricolari, indipendentemente dalla disabilità o meno, ma in considerazione della situazione di svantaggio, insegnanti che con il proprio lavoro potrebbero favorire un apprendimento individualizzato e personalizzato per tutti e per i singoli, sceglie la strada dell’ulteriore formazione dei docenti curricolari, in modo che da soli possano operare per intervenire al meglio con gli alunni indicati come BES.

Vale a dire, individua una complessità di lavoro sempre maggiore, ma, dopo che si sono aumentati gli alunni per classe e si sono tolte le ore a disposizione che potevano servire per insegnamenti personalizzati e
individualizzati, anziché prevedere un aumento delle risorse umane, chiede che siano gli insegnanti curricolari a formarsi ancora di più per affrontare tali situazioni.

Nella seconda pagina, poi, descrivendo gli alunni con bisogni educativi speciali, indicati come alunni che rappresentano un’area di svantaggio scolastico, li suddivide in tre sottocategorie, dove, oltre agli alunni con Difficoltà Specifiche di Apprendimento (dislessia, discalculia, disortografia, ecc…), pone anche gli alunni con disturbi di attenzione (che in genere hanno anche altri problemi, comorbilità, pure in associazione ai disturbi dell’apprendimento); i figli degli immigrati, non parlanti la lingua italiana; gli alunni provenienti da contesti sociali particolari, di privazione; e gli alunni disabili (questi indicati per primi).

Inoltre, inserisce anche gli alunni con funzionamento intellettivo limite, ma precisa che sono da considerare come caso di confine tra disabilità e disturbo specifico, specificando che potrebbero avere o meno diritto all’insegnante di sostegno. E qui il documento non fa altro, esplicitamente, che ribadire il fatto che l’alunno con Bisogni Educativi Speciali debba essere “preso in carico” da ciascun docente curricolare, e non solo dall’insegnante di sostegno.

Come che l’alunno certificato ai sensi della legge 104/1992 non sia già considerato alunno della classe, e non debba già essere preso in carico da tutti gli insegnanti curricolari; e come che l’insegnante di sostegno non sia anche insegnante della classe (l’insegnante di sostegno partecipa al voto di tutti gli alunni), e quindi insegnante di tutti gli altri alunni; e come che gli insegnanti curricolari non “prendano in carico” o non debbano già prendere in carico tutti gli alunni della classe (“presa in carico”, tra virgolette, è scritto testualmente nel documento, e pedagogicamente non è una frase proprio felice, dato che così gli alunni sembrano dei pesi da prendere in carico, non persone).

Adesso, sarà opinabile, ma già in presenza di alunni con Disturbi Specifici dell’Apprendimento, che in base alla legge 170/2010 devono usufruire di misure dispensative e compensative, in molti casi bisognerebbe pensare alla possibilità di avere un ausilio in più nelle classi, magari con un docente in più in compresenza (aspetto che in parte era possibile prima della Riforma Gelmini, con le ore a disposizione degli insegnanti), oppure alla formazione di classi meno numerose (classi che invece hanno visto l’aumento dei numeri minimi e massimi di alunni, proprio con la Riforma Gelmini). Questo poiché, concretamente e come evidenzia lo stesso Ministero nello stesso documento, la realtà scolastica italiana è sempre più complessa, e perciò è sempre più difficile seguire in modo individualizzato e personalizzato (se dai un computer ad un alunno dislessico, vorrai andare a seguirlo e dedicargli un po’ d’attenzione mentre scrive durante la lezione?) gruppi di 26, 27, 28 o anche 30 persone, dove potrebbero esserci alunni con DSA, altri BES, e o alunni che a volte hanno più problematiche insieme; senza contare che tutti gli alunni in generale sono portatori di bisogni, più o meno speciali. E allora quanto, in modo ottimale, un solo docente curricolare, anche formatissimo, può operare in modo individualizzato e personalizzato in tali contesti?

Ma non finisce qui e il documento specifica che tutti gli alunni con BES possono avvalersi degli strumenti dispensativi e compensativi previsti dalla legge 170/2010 riguardante i DSA. Bene. E come già scritto precisa che la realtà scolastica italiana è sempre più complessa, pure con la presenza sempre maggiore di alunni stranieri; e perciò richiede un maggiore approfondimento e accrescimento delle competenze degli insegnanti italiani (che in realtà sono già molto preparati, ma fra i docenti meno pagati d’Europa). Male.

Per questo il Ministero già dal 2011/12 ha attivato corsi/master in “Didattica e psicopedagogia dei disturbi specifici dell’apprendimento”, e ha predisposto l’attivazione di specifici corsi per il prossimo anno accademico. Inoltre, attraverso scuole polo, ha attivato i Centri Territoriali di Supporto per le attività specifiche in materia delle scuole, e per il coordinamento con il territorio; oltre ad una consulenza che
gradualmente, si precisa, si estenderà a tutto l’ambito della disabilità e dei disturbi evolutivi specifici, e oltre al fatto che potranno acquistare ausili, strumenti, che potranno essere dati alle scuole in comodato d’uso (le scuole nella loro autonomia possono già mettersi in rete, coordinare progetti e relazionarsi con il territorio). Il documento, per il successo dei CTS e dei CTI, centri territoriali per l’inclusione, precisa poi che l’obiettivo è quello di un sempre maggior coinvolgimento degli insegnanti curricolari attraverso la costruzione di gruppi di lavoro per l’inclusione scolastica, indicando che “occorre pervenire ad un reale coinvolgimento dei Collegi dei Docenti e dei Consigli di Istituto che porti all’adozione di una politica interna delle scuole per l’inclusione”.

Nuovamente. Come, sembrerebbe implicitamente, che questo non avvenga; come che gli insegnanti italiani non lavorino già in questa direzione, senza considerare, invece, tutte le difficoltà di una realtà sempre più complessa e ancora più difficile dopo la cancellazione, come scritto, delle ore a disposizione dei docenti, dopo il taglio di ore curricolari di molte materie e dopo l’aumento del numero minimo e massimo di alunni per classe.

Ora, CTS e CTI, master e corsi di formazione per gli insegnanti e possibilità ulteriori di scambi di buone pratiche in rete fra scuole diverse sono aspetti che possono agevolare il lavoro dell’inclusione, ma il problema è che per avere un ottimale lavoro d’individualizzazione e personalizzazione dell’apprendimento, per formare sempre migliori cittadini, proprio davanti a realtà sempre più complesse, o si riducono i numeri di alunni per classe (in molti manuali per docenti si indicano come ottimali i gruppi di 15 alunni), oppure si deve considerare la possibilità di avere docenti specializzati, indipendentemente dalla disabilità o meno ma in ragione dell’area dello svantaggio cui fanno parte i bisogni educativi speciali, in più per le compresenze.

L’Italia è già il Paese OCSE che investe, in proporzione al PIL, meno per l’istruzione, e dopo il taglio pesante di risorse attuato dalla Riforma Gelmini, per un rilancio socio-economico nazionale, davanti ad un’Europa che punta sulle competenze dei cittadini per il futuro, bisognerebbe pensare ad un aumento di risorse umane ed economiche; invece, come spesso accade, si corre il rischio di fare le nozze con i fichi secchi. A volte, più in generale nella realtà italiana e non specificatamente nella scuola, l’impressione è che non si voglia operare il malato, risolvendo ilproblema, ma lo si voglia tenere malato per vendergli le medicine, finché campa.

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