Bianchi: “Abbiamo fatto bene a fare di tutto per riportare i ragazzi a scuola”

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“Ascoltando la testimonianza di Marcella, questa giovane che ha vissuto la pandemia in piena adolescenza, sono convinto che abbiamo fatto bene, come governo, come ministero, a fare di tutto per riportare i ragazzi a scuola. Lo abbiamo fatto nel marzo scorso, lo abbiamo fatto a settembre, lo abbiamo fatto durante l’estate e lo abbiamo fatto anche adesso a gennaio, quando molti, e mi riferisco proprio al caso di Marcella, ci dicevano di tenere chiusa la scuola”.

Così il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, in occasione di ‘(In)Adatti: Covid e adolescenti’, evento organizzato da Scholas Occurrentes in collaborazione con ‘Osservatorio TuttiMedia’ per fare luce sugli effetti della pandemia da coronavirus sulla salute psico emotiva dei giovani adolescenti italiani a due anni dal lockdown.

Bianchi ha aggiunto: “Abbiamo riportato i ragazzi a scuola perché abbiamo fatto uno straordinario lavoro insieme sulla scuola e sulle famiglie. Questo governo ha deciso di farsi carico della salute nel suo complesso, quella fisica ma anche quella emotiva. E sembrava quasi una battuta quando fin dall’inizio abbiamo detto che il nostro obiettivo era quello di una ‘scuola affettuosa’. Invece si tratta del problema di ricomporre la struttura degli affetti, che significa anche la struttura del riconoscimento reciproco, la struttura dell’identità personale”.

“È vero – ha proseguito il ministro dell’Istruzione – che la pandemia ha esasperato tutto questo ma credo che a volte sia una spiegazione riduttiva: la pandemia ha portato un problema dall’esterno e noi abbiamo dovuto affrontare questa cosa inaspettata. Io non ci credo. Secondo me questo malessere aveva radici più profonde, radici che sono nelle famiglie, nella società, nella scuola come specchio della società. C’è una pandemia molto più lunga, che dura da 20 anni, ed è quella dell’individualismo e del populismo, due termini che fanno saltare la comunità”.

Per Bianchi “bisogna invece ricomporre le comunità, dove la comunità fa quella cosa splendida contenuta nella nostra Costituzione: unisce i diritti delle persone e il dovere della solidarietà. All’interno di un mondo confuso – si è infine chiesto il ministro – come facciamo ad affrontare anche cose che sembrano inspiegabili? Come fai a spiegare a un bambino di 8 anni cos’è la guerra? Non è spiegabile ma bisogna comprenderla, cioè tenerla insieme. Bisogna aiutare i nostri bambini a tenere insieme anche l’indicibile e, come tale, avere tutti quanti la forza di fare azioni comuni: un chiaro ‘no’ alla guerra. Lo possiamo dire da soli ma se lo diciamo insieme assume un altro significato, perché innanzitutto costruisce la nostra identità comune e poi consente a ognuno di assumersi delle responsabilità. Mettiamoci tutti nella condizione di assumerci una nuova responsabilità, quella di costruire non solo una nuova scuola, ma anche una nuova comunità di pace”, ha concluso.

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