Bes, Ianes: una ridefinizione del concetto di disabilità

di
ipsef

di Daniela Sala – Il 27 Dicembre 2012 il ministero dell’Istruzione ha emanato la direttiva “Strumenti d’intervento per gli alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica”.

di Daniela Sala – Il 27 Dicembre 2012 il ministero dell’Istruzione ha emanato la direttiva “Strumenti d’intervento per gli alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica”.

A differenza dei disturbi specifici di apprendimento (dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia) riconosciuti dalla legge 170 del 2010, i Bes possono presentarsi con continuità oppure per periodi circoscritti della vita dell’alunno in quanto le cause che li generano possono avere origine, oltre che biologica anche psicologica, fisiologica o sociale e comprendono di fatto un panorama di disturbi estremamente più ampio.

A farsi carico di questi disturbi, con programmi educativi tarati su misura, dovrebbero essere gli insegnanti curricolari con il supporto dei colleghi del consiglio di classe.
La normativa ha sollevato reazioni positive ma anche preoccupazioni tra i docenti che temono un carico eccessivo di lavoro o un ricorso eccessivo alle sigle mediche per identificare i disturbi anziché una maggiore inclusione.

Orizzonte Scuola ha intervistato Dario Ianes, docente di Pedagogia speciale e Didattica speciale alla Libera Università di Bolzano e fondatore del centro studi Erickson di Trento che dal 1984 pubblica testi sulla “special education”.

“Si è iniziato a parlare di bisogni educativi speciali nel 2005 – spiega Ianes – . Allora, prima della legge 170 del 2010, l’unica categoria di alunni che aveva diritto all’individualizzazione dei bisogni era quella degli alunni con disabilità certificata ai sensi della legge 104 del 1992. Ma ci si rendeva chiaramente conto che oltre a quel 3%, c’era almeno un 20% di alunni con le difficoltà più varie. Il concetto di ‘special needs’ è ben presente nella cultura anglosassone, e proprio a quella ci siamo ispirati per un allargamento del bisogno, usandolo come base concettuale per costruirci sopra il concetto di difficoltà evolutiva”.

Qual è la novità?

Non è un concetto clinico, né una sindrome, ma una condizione di difficoltà che se riconosciuta dà diritto all’alunno a un programma tarato su misura. È una definizione che va intesa in senso positivo.

Alcuni insegnanti e addetti ai lavori hanno però sollevato alcune preoccupazioni…

Certo, c’è il timore ad esempio di una speculazione che porti alla promozione dell’alunno senza una valutazione reale. È un rischio che va tenuto presente, ma a mio avviso il correttivo principale è che a occuparsi dell’individuazione e della gestione dei Bes sia il consiglio di classe come team.  È chiaro che se si delegano i Bes al sostegno o al singolo insegnante la normativa perde senso: deve esserci una corresponsabilità dei curricolari.
Molto insegnati temono poi un eccessivo carico di lavoro: ma il senso dell’inclusione è promuovere  il massimo apprendimento come responsabilità di tutti gli insegnanti.

Certo però che nelle classi molto numerose diventa una difficoltà non da poco.

Su questo c’è una una normativa molto precisa: se in una classe c’è un alunno disabile e gli alunni sono più di 20-22, i genitori possono fare ricorso perché è contrario a quanto previsto da un decreto ministeriale tuttora in vigore.
Il problema è che bisogna andare verso una didattica in generale più inclusiva: è questa la sfida.
Ad esempio il lavoro cooperativo, di gruppo, tra gli alunni dovrebbe diffondersi sempre di più come metodo educativo in modo che le varie personalizzazioni trovino modo di esprimersi.

Quali sono a suo avviso i punti deboli della normativa e cosa potrebbe essere migliorato?

La normativa si articola su tre livelli: quello della classe, della scuola e del territorio. Mentre sui primi due le cose funzionano abbastanza, credo che il punto debole sia a livello territoriale: manca chiarezza.
In ogni caso credo che questa direttiva sia un ottimo impulso anche nel senso di una ridefinizione del concetto di disabilità: non più medica ma bio-strutturale e bio-psicosociale.

Ritiene che i docenti siano adeguatamente formati per farsi carico dei Bes?

Fa parte della loro dimensione professionale sviluppare sempre più strumenti educativi. Ma certo con la Gelmini la formazione è stata nettamente impoverita, specie per i docenti delle medie e delle superiori: il Tfa prevede solo 6 crediti su queste materie, invece dei 31 previsti per gli insegnanti della scuola elementare e dell’infanzia. È assurdo: come se gli alunni nell’estate dalla quinta elementare alla prima media diventassero delle altre persone.

Non so quanto questa direttiva possa spingere nel senso di una formazione più adeguata, ma me lo auguro senz’altro.

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