Basta termini stranieri. Anche il Miur torni a un buon italiano. Lettera

di redazione
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Inviato da Mario Bocola – Sono perfettamente in linea con le riflessioni espresse dal prof. Fernando Mazzeo sull’abuso dei termini stranieri, che non hanno alcuna ricaduta efficace e positiva sulla didattica e che, quindi, bisogna urgentemente tornare ad utilizzare la lingua italiana in tutti i contesti scolastici.

Stiamo, infatti, smarrendo il nostro idioma e la nostra identità linguistica, abbarbicandosi sul detto: “L’erba del vicino è sempre più verde”.

Nella didattica torniamo all’uso dell’italiano. Lettera

Parole come tutor, problem solving, full immersion, brainstorming, cooperative learning ormai abbondano in tutti gli atti ufficiali del MIUR, anche se questi ultimi conoscono bene la grave situazione in cui versa la scuola italiana relativamente alle competenze linguistiche degli studenti.

Si sforzino, pertanto di utilizzare la lingua italiana correttamente invece di utilizzare vocaboli che devono essere presi in prestito da altre lingue. Per di più il linguaggio utilizzato dal Ministero dell’Istruzione si conferma sempre più criptico e inficiato di burocratese dal momento che sovente il MIUR utilizza tanti giri di parole nell’esplicitare concetti che potrebbero essere più chiari ai comuni mortali.

Prendendo a mo’ di esempio circolare del MIUR del 19 aprile 2016 che detta disposizioni circa l’assegnazione del bonus per i docenti meritevoli dice tutto e nulla circa i criteri da attribuire al Comitato di Valutazione utilizzando un linguaggio dove la chiarezza, l’immediatezza del registro linguistico, la semplicità vanno a farsi benedire in virtù di un linguaggio contorto, burocratizzato e ricco di circonlocuzioni che non fanno altro che confondere le idee con il preciso obiettivo di non far capire alcunché.

Tutto ciò con la conseguenza che i docenti devono scervellarsi per interpretare le norme ministeriali dando adito alle interpretazioni più disparate. Quindi meglio lasciare le cose nel dubbio e nell’incertezza che essere chiari! Insomma si vuole stupire il lettore con parole roboanti in perfetto stile inglese in salsa burocratese per confondere le idee.

Anche il linguista Manlio Cortellazzo, docente di Storia della Lingua Italiana all’Università di Padova e autore assieme a Paolo Zolli di un pregevole dizionario etimologico della lingua italiana è intervenuto sulla questione sottolineando più volte sia la natura del linguaggio oscuro e arzigogolato del Ministero dell’Istruzione e sia sul problema relativo all’abuso delle parole anglosassoni nei manuali di didattica e negli atti pubblici del Ministero.

Appropriarsi dell’uso della lingua nazionale, in un tempo di impoverimento strutturale delle conoscenze e delle regole della grammatica e della sintassi della lingua italiana rappresenta un orgoglio e un vanto che promuove l’identità di una Nazione che sta andando a briglia sciolta.

Con questo non si vuol dire che lo studio e l’uso delle lingue straniere in un Paese come l’Italia, stato fondatore dell’Unione Europea non deve essere affrontato, ma vuole essere un segnale di attenzione all’utilizzo più funzionale della lingua italiana in tutti i contesti della Pubblica Amministrazione.

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