Bambini plusdotati: chi sono, come individuarli, quale didattica. [INTERVISTA]

di Antonio Casa
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Avete presente il film “Gifted – il dono del talento” (2017)? Narra la storia di una bambina che dimostra di avere capacità matematiche prodigiose.

In classe si annoia e ciò provoca disagio a lei e allo zio che la tiene in custodia dopo la morte della mamma. Non è la prima volta che il cinema negli Stati Uniti affronta il delicato argomento dei piccoli d’eta, ma già plusdotati. Già nel 2001, Jodie Foster (anch’ella ex giovanissima di talento) ne aveva tratto lo spunto per “Il mio piccolo genio”. Non è un caso, allora, che dall’altra parte dell’Oceano Atlantico il tema sia diventato pane quotidiano per uno stuolo di esperti. Uno dei più noti è l’italo-americano Dr. Joseph Renzulli, Professore dell’Università del Connecticut, uno dei 25 psicologi più influenti del mondo, secondo l’American Psychological Association, che ha vinto anche il McGraw Prize, l’equivalente del Premio Nobel per l’insegnamento. I plusdotati non necessariamente hanno tutti 10 in pagella, né un quoziente intellettivo alto. Sin da piccoli, sia chiaro, sanno fare e pensare cose in cui non riescono neanche i grandi. Da noi c’è un problema. Negli States sanno già come supportarli nel contesto classe, in Italia ancora no.

Orizzontescuola.it ne ha parlato con Mr. Michael Cascianelli, School Principal (direttore) della fascia di alunni fra i 3 e gli 8 anni nell’Istituto Marymount di Roma, che da anni accoglie alunni con talenti superiori alla media. Su questi e altri temi attinenti l’apprendimento di bambini ad alto potenziale uscirà fra breve un libro scritto insieme a Maria Assunta Zanetti, direttrice del “LabTalento” dell’Università di Pavia.

La vostra è la prima scuola che in Italia ha adottato il “SEM di Renzulli”. Perché?

“La letteratura accademica li chiama piani di arricchimento scolastico per lo sviluppo di studenti ad alta abilità, alto potenziale o plusdotati. Parliamo di bambini e ragazzi che, a prescindere dal livello di quoziente intellettivo, manifestano una peculiare predisposizione o talento in una o più aree anche non inerenti al contesto scolastico. Queste quindi non riguardano soltanto discipline linguistiche o logico-matematiche, ma anche altri campi come la creatività artistica per esempio ed il pensiero critico.”

Quale tipo di attività svolgete?

“Il SEM di Renzulli prevede tre tipi di attività principali. Nelle classi vengono fatte attività esplorative in cui gli insegnanti trattano argomenti extra-disciplinari invitando a volte esperti esterni o anche genitori. Gli studenti sono così esposti a conoscenze che non si trovano nella tradizione scolastica, utili però a espandere le loro menti. Segue l’attività di gruppo, che continua a sviluppare una delle materie o argomenti presentati nella prima attività. Qualora emergesse una potenzialità, si andrebbe a svilupparla. Questa è la terza attività, individuale, e la più difficile da strutturare soprattutto con bambini di scuola primaria.”

Monitorate queste fasi?

“Sì, questo avviene sia attraverso un’osservazione diretta da parte di insegnanti in co-presenza sia mediante l’analisi dati qualitativa. Inoltre, attraverso una piattaforma online denominata RLS, gli studenti rispondono ad un questionario sugli interessi da loro dimostrati e sui modi di apprendimento, a partire dai quali proporre loro altri spazi di interesse virtuali dove svilupparli.”

Su cosa si basa il vostro impianto pedagogico?

“Differenziazione, inclusione e sviluppo del talento. In quest’ultimo caso, ci rivolgiamo soprattutto a quei ragazzi che sono stati messi da parte dal sistema scolastico tradizionale.”

Cosa consiglia a un insegnante che ha il sospetto di avere in classe un alunno con uno spiccato talento?

“Per prima cosa deve parlarne con i genitori e darne comunicazione al consiglio di classe o chiedere l’intervento di uno specialista, che sottoporrà all’attenzione degli insegnanti alcuni test chiamati negli Stati Uniti “GRS o Gifted Rating Scales”. Qualora si volesse investigare in profondità, si passerà al “WISC V”, uno strumento clinico e diagnostico per la valutazione delle abilità intellettuali dei bambini, svolto da psicologi. Di conseguenza, viene evidenziata la sua area di talento e si individuano le strategie per svilupparlo. In questa fase la collaborazione con la famiglia è fondamentale. È da sottolineare che la parte identificativa resta, comunque, solo un primo passo per il supporto di questi studenti”

Come si riconosce un alunno plusdotato?

“Ogni bambino è diverso. Il talento può anche essere trasversale e individuato con parametri poco accademici. Curiosità e creatività sono elementi che si possono vedere fuori dagli schemi. In Italia si guarda molto al profilo identificativo dello studente, però poi si fa poco. Invece occorrerebbe sviluppare il talento che c’è in ogni studente. Joseph Renzulli afferma che tutti gli individui hanno un potenziale sviluppabile. Poi alcuni hanno qualcosa in più. A livello pratico, la scuola dovrebbe attivare strategie per includere i talenti.”

In quale tradizione pedagogica si colloca questo metodo?

“Istituto Marymount s’ispira alla tradizione dei valori cattolici che include tutti. Lavoro qui da cinque anni e vedo bambini e ragazzi di tante nazionalità e di culture molto diverse che coesistono in maniera brillante. Lavoriamo su inclusione e differenziazione. Pensiamo che lo sviluppo del talento sia alla base del benessere psicologico degli allievi.”

Più spazio alla creatività che alla classificazione delle intelligenze, allora.

“Più spazio alla creatività, proprio così. Se dovessimo recensire la letteratura pedagogica, potremmo dire che catalogare è controproducente perché aggiungeremmo solo più etichette, togliendo spazio alla creatività che c’è invece in ognuno di noi. Nel mio PhD all’Università di Cambridge una parte rilevante è data all’ascolto degli studenti, perché loro sono i protagonisti, gli attori dell’apprendimento. Molte delle attività proposte da nostro Istituto Marymount sono STEAM, che combinando scienze, arte, matematica, ingegneria abituano gli studenti a un approccio interdisciplinare.”

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