Baldini: Sì ai cellulari in classe, ma all’interno del processo educativo

di Eleonora Fortunato
ipsef

 Nei giorni scorsi ha destato molto scalpore l’affermazione del Sottosegretario di Stato Davide Faraone sulla possibilità di sospendere il divieto dell’uso degli smartphone in classe proprio mentre un’autorevole ricerca della London School of Economics fotografava, invece, le ricadute negative dell’utilizzo di questi dispositivi sugli apprendimenti dei ragazzi.

 Nei giorni scorsi ha destato molto scalpore l’affermazione del Sottosegretario di Stato Davide Faraone sulla possibilità di sospendere il divieto dell’uso degli smartphone in classe proprio mentre un’autorevole ricerca della London School of Economics fotografava, invece, le ricadute negative dell’utilizzo di questi dispositivi sugli apprendimenti dei ragazzi.

Abbiamo chiesto l’opinione di Domizio Baldini che, come docente di scuola secondaria e formatore alle TIC per diversi enti educativi (De Agostini Scuola, Apple, Miur, Indire), sostiene da tempo l’enorme potenziale didattico dei cellulari, a patto che però entrino nel processo educativo come elemento intorno a cui ruotano le attività proposte dai docenti.

Prof. Baldini, che reazione ha avuto di fronte alle parole di Faraone?

“La risposta mi viene spontanea: finalmente! Devo però argomentarla con alcune importanti precisazioni. Spostare l’attenzione sulla presenza o meno dello smartphone in classe secondo me è fuorviante perché si perde di vista l’elemento più importante e decisivo: a cosa deve servire lo smartphone? Non c’è dubbio che oggi negare l’uso di strumenti digitali nel lavoro scolastico sia negare una fonte insostituibile di risorse e di nuove attività propedeutiche ad un insegnamento/apprendimento migliore e più produttivo. Questi nuovi strumenti, con la loro tecnologia facile e trasparente, permettono a tutti gli studenti di poter far emergere le loro competenze e la loro creatività in ogni disciplina ed in ogni livello scolastico. Quello che deve e può cambiare è il modo con cui il docente fa lezione. Non si può fare solo lezioni frontali di ore e pretendere una attenzione totale da tutti. Le forme di comunicazione devono cambiare, essere più coinvolgenti, più inclusive. Inutile sapere che esistono forme diverse di apprendimento e di “intelligenze” come afferma H. Gardner e poi non cambiare lo stile di insegnamento. Le esperienze di moltissimi docenti che hanno messo in campo strategie educative diversificate usando i dispositivi mobili come smartphone, iPad etc sono lì a dimostrare che questi strumenti possono permettere facilmente attività personalizzate estremamente efficaci per gli studenti. Occorre formazione efficace e mirata, diffondere le esperienze di successo, condividere difficoltà e soluzioni, solo così, secondo me, la scuola come istituzione può fornire una preparazione adeguata alle sfide del XXI sec. Spesso molti colleghi dimenticano che i nostri studenti vivranno in un mondo che “noi umani non possiamo neanche immaginare” (dal soliloquio di Rutger Hauer in Blade Runner) e noi abbiamo una grandissima responsabilità nel fornire loro gli strumenti e competenze necessari. Come potremmo farlo senza usare la tecnologia che usiamo normalmente per la nostra vita professionale e sociale e che ci permette una migliore qualità della vita e salva spesso anche vite umane?”.

Come la mettiamo con la possibilità di giocherellare sotto il banco o con la distrazione che può causare anche solo la vibrazione del messaggio in arrivo? La concentrazione non è compromessa?

“Basta guardare ogni tanto i voluminosi diari scolastici dei nostri studenti per verificare quante volte “giocherellano” anche senza lo smartphone. Il docente, se si accorge della disattenzione “muta”, spesso lascia correre perché non reca disturbo alla sua lezione, ma io mi chiedo quali strategie educative sono state usate per coinvolgere tutta la classe? Se la tecnologia permette lavori personalizzati nella stessa unità di tempo, si possono coinvolgere tutti gli studenti ed eventuali disturbatori di professione potranno incontrare all’interno della loro stessa classe degli anticorpi che li neutralizzeranno e soprattutto li coinvolgeranno. Il docente che urla e mette le note non fa altro che ampliare un gap tra la vita reale e la vita scolastica con effetti devastanti su tutta la società. Ci vuole secondo me un cambio di paradigma: da consumatori del sapere a produttori del sapere. La classe dovrebbe diventare un laboratorio di conoscenza dove il docente sia l’elemento centrale, con la sua competenza, la sua conoscenza dei contenuti e la sua flessibilità nel proporre attività diversificate ed inclusive. Difficile? Non credo, il docente deve essere messo in grado di fare questo salto paradigmatico con formazione adeguata e riconoscimento del lavoro svolto, molti docenti già operano così con grande soddisfazione degli studenti e delle famiglie e mi sembra che alcune misure governative vadano in questo senso”.

Lei ha parlato degli studenti come di produttori di sapere. Ma se si enfatizza così tanto questo modo orizzontale di vedere la produzione culturale, che fine fa il concetto di trasmissione del sapere criticamente e scientificamente fondato? Non si rischia di generare anche tanta confusione? Che lo dica tu, che lo dica lei, che lo abbia detto Kant, in fondo non c’è differenza…

“E’ qui che il docente assume il suo ruolo centrale di controllo e verifica, di facilitatore nel cammino di ricerca e di elaborazione. E’ il docente che ha il controllo e la conoscenza dei contenuti, non c’è uno scambio di ruoli: lo studente è colui che apprende contenuti che sono verificati dal docente, ma anche seguendo lezioni strutturate e integrate con la tecnologia, che crea valore aggiunto all’attività didattica.

Un pedagogista di nome Edgar Dale si pose un quesito abbastanza semplice “Se gli studenti ricevono le stesse informazioni, allora perché vengono ricordate in modo differente?”.

Le neuroscienze ci dicono che quando si crea e si presenta il proprio lavoro usando molti sensi e non solo la vista, per esempio, l’apprendimento migliora fino a percentuali del 90%, d’altronde anche Aristotele diceva che si impara facendo.

La tecnologia, come ho già detto prima, permette di creare valore aggiunto utilizzando elementi multimediali creativi ed originali, coinvolgendo più sensi ed offrendo una esperienza educativa coinvolgente, inclusiva ed estremamente efficace”.

Secondo lei prima o poi entrerà in crisi anche il modello accademico di trasmissione e di produzione del sapere? In che direzione potrebbe o dovrebbe evolvere l’educazione terziaria, secondo lei?

“Credo che il modello accademico stia già lentamente cambiando, almeno nei docenti più giovani che magari hanno studiato o stanno collaborando con Università di altri Paesi. Sarebbe sbagliato, secondo me, pensare alla fine del modello accademico di trasmissione e di produzione del sapere, semplicemente credo che anch’esso subirà un processo evolutivo in cui l’apprendimento si baserà anche (e sottolineo anche) su una progettualità da sviluppare diversamente, nelle modalità ma non nei contenuti, con il docente che sarà così la figura centrale che potrà indicare, integrare, guidare il percorso di apprendimento dello studente. Anche oggi, con le piattaforme digitali di condivisione, i blog/siti web, i corsi su iTunes U etc gli studenti hanno a disposizione materiali multimediali anche complessi che risultano strumenti e risorse estremamente efficaci nel loro percorso formativo”.

Un articolo di qualche tempo fa uscito sul Corriere della sera pubblicizzava i risultati di un ricerca della London School of Economics sulle ricadute negative dell’uso dei cellulari in classe sugli apprendimenti dei ragazzi. Come commenta quello studio?

“Credo che come al solito quando si parla di scuola ci sia una approssimazione di fondo comune a molti giornalisti che hanno una visione della scuola basata sui loro ricordi. Oggi il mondo cambia molto velocemente e questo cambiamento coinvolge necessariamente la scuola: l’agenzia formativa più importante della società. Se il problema è ridotto all’uso del cellulare in classe per far fare agli studenti quello che vogliono è chiaro che molti studenti si distrarranno, sarebbe come se ci avessero permesso ai nostri tempi di portare i fumetti od un libro piacevole in classe, comunque c’era chi leggeva sotto il banco di tutto con volto angelico e nessun docente se n’è mai accorto.

Ho insegnato Italiano come lingua straniera per molti anni in Inghilterra e ricordo benissimo che usando la tecnologia allora disponibile (erano i primi anni novanta…) potevo produrre e far produrre ai miei studenti materiali autentici ed originali che rendevano le mie lezioni estremamente efficaci e produttive. Ritorno ad affermare lo stesso concetto di cui sono molto convinto avendolo sperimentato anche nella mia classe 2.0 e verificato anche da moltissimi altri docenti che incontro nei corsi di formazione che tengo in tutta Italia: se lo studente viene coinvolto in una attività formativa che lo rende artefice della sua crescita come studente e come cittadino le occasioni di distrazione saranno evitate dagli studenti stessi perché la loro motivazione sarà sempre più forte ed il loro rendimento crescente potrà fornire ulteriori stimoli positivi.

Lo smartphone può essere usato efficacemente in molte attività didattiche ed a scuola deve essere usato per quello ed il docente deve però sapere quello che si può e si deve fare per permetterne un uso proficuo. Con una formazione adeguata, come dimostrano le ormai numerosissime esperienze anche della scuola italiana, si può fare”.

I giornalisti, ha sicuramente ragione lei, spesso si basano sui loro sbiaditi ricordi scolastici, ma nel caso che le ho citato si prendeva in esame un autorevole studio della London School of Economics…

“Il problema di questi studi è che spesso non prendono in esame la situazione complessiva di partenza: con quali modalità è stato permesso l’uso del cellulare, come si è svolta l’attività didattica?

Come è cambiata la modalità di svolgere una lezione? E’ chiaro che se non c’è progettualità, se il cellulare e i device portatili non entrano nel processo educativo come elemento intorno al quale si muovono le varie attività proposte dai docenti, se ne viene concesso l’uso a piacere, non si può poi calcolare in alcun modo il suo impatto vero sul processo di apprendimento e vengono poi fuori risultati come quelli dello studio della London School of Economics.

Esistono ricerche di Indire, la principale agenzia formativa italiana, che rilevano come l’uso di strumenti mobili nelle classi 2.0 registri un aumento del rendimento scolastico in Italiano e Matematica ed un crollo dell’abbandono scolastico, dimostrando così che stabilire un collegamento tra uso degli smartphone e degli iPad e soggetti più a rischio non è negativo, sempre se c’è un progetto educativo strutturato ed inclusivo. Alcuni strumenti più evoluti come l’Ipad permettono, inoltre, una vera inclusione anche di soggetti con bisogni educativi speciali senza acquisto di supporti software aggiuntivi o di altri supporti compensativi, e questo senz’altro favorisce una vera inclusione e personalizzazione degli interventi educativi per tutti gli studenti, sia per quelli considerati meno capaci, sia per quelli considerati più bravi. Ed il miglioramento del rendimento scolastico è quindi generalizzato”.

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