Bagni (CIDI): non si può imparare semplicemente ascoltando un altro

di Eleonora Fortunato
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Finito il tempo delle interviste rubate al telefono anche con Giuseppe Bagni. Ci siamo visti a casa mia all’incirca un paio di settimane fa.

L’idea è stata sua: come membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, voleva parlarmi per bene di un parere da un certo punto di vista ‘rivoluzionario’ sull’orientamento.

A me, sinceramente, interessava molto di più fare ancora una volta il punto sulla didattica per competenze (finita nell’occhio del ciclone dopo l’Appello per la scuola della Repubblica) e sugli ultimi sviluppi dell’alternanza scuola-lavoro.

Per Bagni la scuola è un tassello fondamentale nella formazione della coscienza democratica e in più a questa coscienza politica lui unisce una piuttosto chiara e convinta visione psicologica di come si apprende, per questo parlarci è per me sempre una fonte di grande arricchimento personale.

Gli anni passati negli istituti tecnici e nei professionali della Toscana l’hanno orientato verso un modello di insegnamento laboratoriale e problem solving molto distante dalla lezione frontale: “Il trasferimento di informazioni non funziona più, cara Eleonora, la scuola deve dare senso all’imparare a scuola, la lezione frontale è adatta a pochi, quelli che probabilmente studiano per passione o per senso del dovere e che lo farebbero comunque, anche senza l’insegnante. Per tutti gli altri abbiamo noi il dovere di dar senso al loro impegno”.

Con quell’accento fiorentino decisamente simpatico, mi ha chiesto se pensassi davvero che si può imparare qualcosa semplicemente ascoltando un altro. Gli ho risposto di sì, che per me è proprio così: io imparo ascoltando chi ne sa più di me o chi riesce a farmi vedere le cose da un nuovo punto di vista.

Le discipline che ho prediletto nella mia formazione si sono prestate all’astrazione forse più di altre, e non nego che anche a me abbia fatto e continui a fare enorme piacere il riscontro empirico, ma non ho mai visto nella prova dei fatti il momento culminante della conoscenza. So di avere imparato male tante cose, in maniera parziale altre ancora, eppure penso che accettare il rischio mi sia convenuto comunque.

E’ altamente probabile che il mio ideale di insegnamento sia viziato da questa mia stessa disposizione (che tuttavia un qualche fondamento deve pur averlo, visto che l’ultima frontiera del massive learning sono corsi online in cui uno parla da una parte dello schermo, l’altro ascolta dall’altra e alla fine fa un piccolo test per vedere quanto gli è rimasto in testa), come il suo lo è dall’aver lavorato in ordini di scuole dove l’approccio teorico alle discipline è meno importante rispetto a quello pratico, ma Beppe è talmente persuasivo che nei giorni successivi al nostro incontro ho cercato di scrutare più attentamente negli sguardi dei miei alunni per provare a capirne pensieri, stati d’animo e ‘stili di apprendimento’.

Anche sull’alternanza scuola-lavoro il Presidente del Cidi ha fatto una riflessione accorata e originale rispetto a quello che si sente o si legge di solito: “Quando si parla di alternanza, si pensa sempre a creare uno spazio per far posto, nella scuola, al mondo del lavoro, mentalità che continua a sancire una netta separazione tra sapere e fare. Invece il mondo del lavoro deve entrare nei contenuti, la cultura del lavoro deve in qualche modo potersi trasmettere insieme, alle discipline, dal loro interno e non giustapposta, solo così la scuola diventerà un luogo in cui trovi comprensibile ciò che hai fatto. Le competenze non sono un livello di uscita, non vanno certificate alla fine, ma devono stare dentro la scuola”.

Questa sua visione è in qualche modo contemporaneamente consonante e dissonante con la mia: per me che la scuola trasmetta una cultura del lavoro è un fatto scontato, un dato consustanziale dal momento che le aule sono un luogo di lavoro e gli insegnanti sono dei lavoratori. Proprio per questo non c’è alcun bisogno di contaminare le discipline con alcunché! “Qualsiasi contenuto scolastico – prosegue poi Beppe – può trasformarsi in un ‘prodotto’ che esca fuori dai confini della scuola, pensiamo a quando i ragazzi fanno ricerche storiche andando alla ricerca di fonti dirette e magari realizzano dei documentari”.

Tutto molto bello, certo, ma questa è una possibilità che rientra nella libertà di insegnamento, non può essere normata, non è detto che tutti debbano fare così.

A proposito di questo, mi racconta un interessante progetto di alternanza realizzato dall’Itis di Ferrara in collaborazione con l’Università e con una ditta farmaceutica: il terzo anno si fanno lezioni in aula, il quarto all’università, solo al quinto si va in azienda. “Ecco che, quindi, un progetto lungo e coerente con gli stessi soggetti consente agli alunni di imparare molto di più, facendo ricerca con le università e trovando uno sbocco applicativo a ciò che hanno studiato. È l’idea di una didattica che si confronta con problemi di apprendimento, scegliendo di rafforzarlo nel confronto con i contesti reali.”.

Anche questa, lo ripeto, è una bellissima esperienza che rientra nelle infinite possibilità che una scuola può mettere in campo per rendere più appassionante il percorso di conoscenza e di crescita intellettuale degli studenti, ma non può diventare il paradigma sulla base del quale stabilire se una didattica è efficace o no.

Per Bagni, dunque, alternanza significa creare progetti di apprendimento completi che  arrivano a un prodotto “di sapere” finito: “Ciò che hai appreso può diventare un prodotto, e questo non significa mettere in secondo piano le discipline, le competenze epistemologiche dei docenti” osserva prontamente quasi a prevenire una mia prevedibile critica, e poi mi snocciola la definizione di competenza come conoscenza che diventa attiva nei comportamenti degli alunni, “prova evidente di un sapere mobilizzato e di una scuola ‘semipermeabile’ che permette da un lato l’ingresso degli aspetti più significativi della realtà perché siano analizzati e studiati, dall’altro l’uscita di prodotti della conoscenza che calandosi in contesti reali possano acquistare un senso e un valore non unicamente scolastico”. “L’alternanza dovrebbe contribuire, inoltre, anche a far scoprire agli studenti quali sono le loro passioni, su che cosa valga davvero la pena impegnarsi”.

E’ così che siamo finiti a parlare di orientamento. Per Beppe anche su questo argomento serve un netto cambio di mentalità: “Oggi l’orientamento è rivolto alla famiglia piuttosto che all’alunno, di conseguenza la scelta del percorso si basa più sul contesto che non sulla scoperta delle proprie passioni, su ciò che ti piacerebbe fare e che ti accorgi costarti meno fatica. Quello che abbiamo cercato di fare nel CSPI è rafforzare l’idea che l’alternanza sia uno strumento di accompagnamento all’orientamento. L’alternanza ha senso se è formativa, non se è informativa”.

Forse Bagni ha ragione, è rivoluzionario che in un documento licenziato da una costola del Ministero si parli di scuola come “casa del futuro in cui ci si prende cura delle nuove generazioni”, con l’orientamento che non è più “l’insieme delle informazioni sulle opportunità offerte dal territorio, bensì anche un processo sociale che coinvolge le conoscenze, le persone, le attività e i luoghi nei quali si è coinvolti. In una parola, si realizza nel tempo della scuola grazie all’appropriazione della cultura”.

È vero, persiste anche qui un po’ di lessico economicista e neoliberista, ma compare un afflato quasi socratico che marca una distanza sensibile dallo scenario delle ‘conoscenze facilmente spendibili nel mondo del lavoro’, dal ‘bagno di realtà che trasforma conoscenze in competenze’, “roba da manicomio” ha chiosato il mio ospite con appropriata ruvidezza fiorentina.

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